Vittorio Messori GUERRA CIVILE: GUERNICA Cosa accadde il 26 aprile 1937

Lunedì 26 aprile 1937, a nove mesi dallo scoppio della guerra civile spagnola, alcuni bombardieri inviati dalla Germania e 18 aerei, tra pesanti e leggeri, del Corpo di spedizione italiano, fecero alcuni passaggi su Guernica, paese Basco di 5000 abitanti, per distruggere il ponte di Renteria, sul fiume Oca e ostacolare così i movimenti dei repubblicani. Guernica costituiva un obiettivo militare, in quanto nodo stradale e ferroviario e sede di due fabbriche dì armi e bombe. La maggioranza dell'esplosivo italo-tedesco cadde sul nodo stradale attorno al ponte e alcune bombe, circa sette, sulla città. I morti accertati furono 93, cui è forse da aggiungere qualcun altro tra soldati isolati, comunque meno di quanto diffuso dalla storiografia tradizionale (1454, 2000 o per alcuni addirittura 3000 morti) che attinse sostanzialmente alla versione fatta circolare dalla propaganda repubblicana e amplificata allora dal britannico Times. Quel tragico lunedì non ci fu fortunatamente mercato a Guernica, perché il delegato del governo basco, Francisco Lozano, lo aveva sospeso. Fu poi provato che i bombardamenti non furono le uniche cause della devastazione della cittadina. Prima di ritirarsi i comunisti e anarchici cosparsero di benzina tutto ciò che poterono e vi diedero fuoco. I minatori anarchici delle Asturie, fuggendo, fecero saltare con la dinamite molti edifici per creare ostacoli alle truppe franchiste.

MESSORI: MA IL QUADRO DI PICASSO È UN «FALSO» IDEOLOGICO


Guernica un clamoroso "falso" ideologico? Per molti sì. In Italia, diversi anni fa, è stato lo scrittore Vittorio Messori, in un intervento raccolto poi nel volume Le cose della vita, a ricordare alcuni retroscena rimossi del dipinto di Picasso: «Da buon spagnolo, Pablo Ruiz Blasco y Picasso amava le corride. Fu, dunque, sconvolto dalla tragica morte di un suo beniamino, il famoso torero Joselito. Per celebrarne la memoria, mise in cantiere un'enorme tela di 8 metri per 3 e mezzo, che gremì di figure tragicamente atteggiate, a colori luttuosi. Finita che l'ebbe, la chiamò En muerte del torero Joselito. Correva però il 1937, in Spagna infuriava la guerra civile e il governo anarco-social-comunista si rivolse a Picasso per avere da lui un quadro per il padiglione repubblicano all'Esposizione Universale in programma a Parigi per l'anno dopo. Il Picasso (che diventerà, non a caso, uno degli artisti più ricchi della storia) ebbe una pensata geniale: fece qualche modifica alla tela per il torero, la ribattezzò Guernica (dal nome della città basca bombardata dall'aviazione tedesca e italiana) e la vendette al governo "popolare" per la non modica cifra di 300.000 pesetas dell'epoca. Qualcosa come qualche miliardo - pare due o tre - di lire di oggi, che furono versati da Stalin attraverso il Comintern. Contento Picasso, ovviamente; contenti anche i socialcomunisti, che di quel quadro di tori e toreri fecero un simbolo che è giunto sino a noi ed è continuamente riprodotto, con emozione, come simbolo della protesta dell'umanità civile contro la barbarie nazifascista. Stando e molti critici d'arte, Guernica è il più celebre quadro del secolo. E, ciò, grazie proprio alla "sponsorizzazione" da parte delle sinistre, a cominciare dai liberals occidentali: la tela picassiana ebbe una sala tutta per sé al Metropolitan Museum di New York e vide milioni di "pellegrini" sfilare in un religioso silenzio. Si arriva al grottesco di interpretazioni come quella - un esempio a caso tra mille - della pur pregevole enciclopedia Rizzoli-Larousse che alla tela dedica oltre venti, fitte righe, nelle quali si dice, tra l'altro: "Motivo centrale, l'angoscia della testa del cavallo che sovrasta il duro lastricato dei cadaveri: in alto, a sinistra, l'antico simbolo della violenza, il Minotauro". Ora, il presunto "Minotauro" altro non è che il toro che uccise Joselito; e il cavallo è quello del picadòr, sventrato nell'arena dallo stesso animale. Una storia, dunque, di tauromachìa, dove la "protesta civile", la "passione politica" non c'entrano nulla, se non, forse, in qualche particolare aggiunto per rifilare il quadro, a suon di miliardi, alle generose Izquierdas iberiche».

 Da avvenireonline del 08 aprile 2007