L'uso della pillola abortiva RU-486:
un palese aggiramento della legge 194


ROMA, martedì, 15 novembre 2005 (ZENIT.org).- L'uso della pillola abortiva RU-486, in via sperimentale presso l'ospedale Sant'Anna di Torino e importata nella Regione Toscana, non è solo gravemente immorale, ma anche “un palese aggiramento della legge 194”, secondo alcuni giuristi contattati da ZENIT.
“Un aborto, piccolo o grande che sia, è sempre un omicidio della peggiore qualità”, ha detto questo martedì in Sala Stampa della Santa Sede il Cardinale Javier Lozano Barragán, Presidente del Pontificio Consiglio per la Pastorale della Salute, nel rispondere ad alcuni giornalisti che gli chiedevano un giudizio morale sull'assunzione della pillola del giorno dopo.

Lunedì il Cardinale Camillo Ruini, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), nella prolusione alla 55° assemblea Generale della CEI, aveva espresso un giudizio morale sulla gravità dell’ aborto chimico.

Mentre, il Ministro della Salute, Francesco Storace, ha valutato quanto sta accadendo a Torino e in Toscana come “un incentivo all'aborto, in pieno e palese contrasto con lo spirito della legge”.

Il giurista Alberto Gambino, Ordinario di Diritto Privato presso l'Università Europea di Roma e docente di Filosofia del Diritto all'Ateneo pontificio Regina Apostolorum, ha spiegato a ZENIT che “l'art. 1 della legge 194 afferma che Stato, regioni ed enti locali ‘promuovono e sviluppano i servizi socio-sanitari, nonché altre iniziative necessarie per evitare che l'aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite’”.

“A questo fine la legge prevede precise forme di prevenzione e di dissuasione (peraltro ben poco attuate) dall'interruzione volontaria della gravidanza – ha affermato il giurista –. In particolare l'intervento abortivo va preceduto dall'informativa e dal colloquio dissuasivo previsti dall'art. 5 e deve essere eseguito in ospedale fino al momento della soppressione ed espulsione del nascituro”.

“L'attuale procedura seguita al nosocomio di Pontedera (Pisa), prevede, invece, che al primo giorno di ricovero vengano somministrate le pillole, quindi nel giro di tre giorni la donna viene dimessa (sarebbe peraltro giuridicamente molto problematico trattenerla in presenza di una sua richiesta espressa di dimissione). Successivamente, dopo due settimane, la donna torna in ospedale per verificare se l'aborto è avvenuto”, ha spiegato.

“Oltre che seri rischi per la salute della donna, per eventuali gravi emorragie senza assistenza ospedaliera, siffatta procedura provoca un palese aggiramento della legge 194, che, come detto, richiede che la pratica abortiva venga interamente eseguita in ospedale”, ha osservato il professor Gambino.

“Ma ancora più radicalmente la procedura della pillola abortiva oggi in Italia è esclusa proprio dall'art. 15 della legge 194, che viene richiamato a sproposito proprio per legittimare tale pratica”, ha continuato alludendo all’intervista rilasciata, il 15 novembre 2005, da Emma Bonino al “Corriere della Sera” ( http://www.corriere.it/Primo_Piano/Politica/2005/11_Novembre/15/bonino.shtml).

“Infatti l'articolo 15 dispone che le Regioni promuovono l'aggiornamento ‘sull'uso delle tecniche più moderne, più rispettose dell'integrità fisica e psichica della donna e meno rischiose per l'interruzione della gravidanza’”, ha chiarito.

“Proprio la contraddittorietà dell'attuale uso della pillola abortiva, in alcuni casi come sperimentazione (Sant'Anna di Torino), in altri casi come esportazione (Usl 5 di Pisa) da un Paese come la Francia, che peraltro non ha ancora dato il via libera per la commercializzazione, dimostra inequivocabilmente che non ci troviamo affatto davanti ad una tecnica più rispettosa della salute e meno rischiosa, anzi la prassi della sperimentazione starebbe proprio a dimostrare che non vi è alcuna certezza”, ha commentato.

“Ma proprio la sperimentazione, ove fosse intesa sulla donna, e tale è la procedura della pillola abortiva, è vietata dalla legge”, ha ribadito il giurista.

“La legge 194 non consente certo che per finalità di ‘aggiornamento’ del personale sanitario si utilizzino cavie umane, come in questo caso è sicuramente il nascituro, ma anche la donna, come dimostrano le quattro donne morte negli Stati Uniti, o le due donne morte in Canada e in Francia, in conseguenza dell'uso della RU-486”, ha infine concluso.