Usa: comincia la discesa

Autore: Maurizio Blondet
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STATI UNITI - «Lavoriamo insieme per l'Iraq», ha subito detto Nancy Pelosi, nuova speaker democratica alla Camera bassa, rivolta ai repubblicani.
D'altra parte, ha vinto Joe Lieberman in Connecticut, cacciato dagli elettori democratici, ma imposto dalla nota lobby.
E Bush resta dov'è fino al 2008; dunque non cambia niente.
Nancy Pelosi ha sempre sostenuto le guerre e le posizioni più dure dei neocon.
Lieberman, ebreo super-falco, diverrà ministro della Difesa al posto di Rumsfeld. Le guerre per Israele continueranno. Solo «dopo» questo voto gli americani si renderanno conto che, per Israele, l'America si sta suicidando, quando ormai sarà tardi per cambiare le cose. Mai nella storia gli Stati Uniti sono stati più screditati e ridicolizzati sul piano internazionale, privi di autorità morale e persino di credibilità militare.
Il 64 % degli inglesi (inglesi!) ritiene Bush più pericoloso per la sicurezza del mondo che Bin Laden.
Dissanguata nelle guerre per Israele - che i suoi generali nemmeno sanno concludere, come i mediocri giocatori di scacchi incapaci di dare il matto - l'America sta perdendo potere persino nel suo cortile di casa imperiale: l'«ondata Chavez» non accenna ad esaurirsi: in Brasile ha trionfato Lula, in Nicaragua è stato rieletto il sandinista Daniel Ortega.
In Bolivia (Bolivia!) Evo Morales ha intimato un ultimatum alle petrolifere americane: hanno sei mesi per rinegoziare i contratti di sfruttamento, altrimenti i loro impianti saranno confiscati.
Un ritorno sugli investimenti del 15-18 % è quello giusto per le compagnie, ha detto Morales, il resto deve andare al popolo boliviano.


In altri tempi, la CIA avrebbe fatto l'inferno per stroncare questa, come chiamarla?, rivolta castrista del Sudamerica: oggi non può. Le guerre per Israele succhiano tutte le risorse, il morale e la capacità combattiva delle forze armate sono a terra, la sua capacità di intimidazione è annullata.
Russia e Cina sono sempre più salde in un'alleanza militare. Mosca ha deciso di connettere la sua rete ferroviaria a quella dell'Iran, segnale evidente di una collaborazione commerciale e militare (sui pianali si portano armamenti pesanti) di proporzioni storiche. (1)
E' un altro colpo mortale al prestigio dell'America e al suo dominio imperiale.
Molti, troppi americani hanno votato repubblicano perché ammansiti dal ribasso di 80 cents di benzina alla pompa.
Dai prossimi giorni, Goldman Sachs, l'autrice del ribasso artificiale, smetterà la manipolazione elettorale dei prezzi, e il petrolio risalirà.
Ciò farà ribassare ulteriormente il dollaro (2), riducendo il potere d'acquisto dei consumatori: che sono il vero motore del «miracolo economico» americano.
Ma poiché la classe media ha visto solo scendere i suoi salari reali da almeno cinque anni, per consumare ha estratto soldi dalle sue case di proprietà: ipotecandole, nell'euforia creata dai prezzi immobiliari crescenti.
Fra marzo 2005 e marzo 2006, gli americani hanno succhiato dalla loro proprietà 825 miliardi di dollari, che hanno speso in oggetti voluttuari e non durevoli, schermi piatti, carabattole e vestiario cinesi, auto nuove, tutto di tutto.Ora, resta il debito, quegli 825 miliardi, da ripagare.
E la bolla immobiliare si sta sgonfiando.
Le case ipotecate per un valore 100, valgono già 90, e presto 80 e 70.
In un'America deindustrializzata, l'edilizia fornisce il 10 % del prodotto interno lordo. (3)
Ed ora è ferma e sta calando la costruzione di nuove case, con effetti prevedibili su tutto l'indotto, dai legnami alle tubature, dagli impianti elettrici ai mattoni.
Il «miracolo» americano, retto sul consumo voluttuario, era già di per sé illusorio: nel secondo quadrimestre il PIL USA è cresciuto di un minuscolo 1,6 % - una crescita pari a quella dell'Italia di Prodi - e quel che è peggio, gran parte di questa crescita è dovuta al fatto che le industrie di auto USA, alla disperata, mentre licenziano i lavoratori, vendono le loro auto interamente a rate senza anticipo: anzi sono loro ad anticipare - incredibile dictu - 3 mila dollari a chi l'acquista: il che ha indotto milioni di latinos e immigrati senza un soldo a comprarsi l'auto nuova, non tanto per l'auto quanto per avere in tasca 3 mila dollari in contanti: cifra che non hanno mai visto in vita loro.
E che certo non saranno in grado di ripagare.
Ma tutto in USA gira così, in una girandola di insolvenza. Le banche fanno prestiti senza chiedere anticipi né garanzie: ciò ha attratto debitori che non avranno mai i mezzi per restituire.
Il tutto, grazie a tassi d'interesse bassissimi.


Ma questa situazione ha reso paralitica la Federal Reserve: fino ad oggi, il dollaro è stato tenuto su (o frenato nella caduta) da tassi sui Buoni del Tesoro USA più alti, relativamente ai BOT europei. Ora l'Europa, e persino la Banca Centrale elvetica, hanno aumentato i loro tassi.
Il differenziale che rende i BOT americani apparentemente più convenienti, si assottiglia.
La FED dovrebbe rialzare i tassi; ma se lo fa destina alla rovina decine di milioni di americani indebitati, che sarebbero schiacciati dagli interessi passivi crescenti.
Un vicolo cieco.
Il trucco dei consumi a credito, sussidiati per di più, sta per finire. Ora, la tendenza sta per invertirsi: comincia il «rallentamento», che i grandi media bugiardi non chiameranno con il suo vero nome, «recessione».
Le multinazionali e tutte le altre imprese, quando i consumatori consumeranno meno, investiranno meno in impianti, per ridurre l'invenduto; metteranno i loro profitti (immensi negli anni scorsi) nell'improduttivo riacquisto di azioni proprie, per sostenerne i corsi.
I media bugiardi grideranno, esultanti, che la Borsa sale, dunque l'economia fiorisce.


La realtà di questa fioritura sta tutta in due cifre: 30 milioni di dollari, e 80 milioni di dollari.
La prima - 30 milioni di dollari - è quanto la Cina incamera ogni ora in valuta estera (dollari per lo più) grazie alle sue esportazioni.
La seconda - 80 milioni di dollari - è quanto il capitale nazionale americano perde ogni ora.
Gli Stati Uniti stanno dissanguandosi in un'emorragia tragica; presto i capitali disponibili non saranno abbastanza per innescare una qualunque ripresa.
L'America si suicida, rimpicciolisce di 80 milioni di dollari l'ora, mentre Pechino cresce di 30 milioni l'ora.
La Cina dispone ormai di oltre un trilione di dollari in riserve.
Con quei dollari, potrebbe comprare tutti i terreni fertili degli Stati Uniti.
O un terzo del capitale azionario americano; oppure quote di controllo in ogni singola azienda americana.
Se lo facesse, i lavoratori americani lavorerebbero sotto padroni cinesi: e sarebbe giusto, come nell'antichità i debitori insolventi diventavano schiavi dei creditori.


Ma la Cina stessa rischia l'implosione per «sovraccapacità produttiva», produce troppe merci e la sua popolazione, con poco potere d'acquisto, ne compra poche.
Per scongiurare la sovraccapacità, con la deflazione e i crack a catena che ne conseguirebbero, ha bisogno che gli americani dissanguati continuino a comprare le sue carabattole a milioni di tonnellate; dunque deve continuamente prestare al debitore insolvente, perché continui ad ingozzarsi; e intanto dare alla Casa Bianca i fondi per continuare le sue guerre.
I due mostri sono legati, come Moby Dick e il capitano Achab, nella stessa sorte e nella stessa apocalisse.
Il dollaro calante trascina entrambi verso il fondo: e il tutto, mentre i media bugiardi ci segnaleranno la Cina come modello da imitare, e gli USA come economia in crescita trionfale.
Per tutto questo hanno votato gli elettori americani, rifiutandosi di liquidare il partito repubblicano che li dissangua, perché la benzina era diminuita di 80 centesimi a gallone, e perché non sono capaci di liberarsi dalla lobby ebraica che li teleguida.
Il solo atto di sovranità popolare, l'hanno sprecato.
Anche l'avventura storica della democrazia è arrivata, mi pare, all'ultima fermata.

Maurizio Blondet


Note
1) Teheran, 4 Novembre (ISNA) - «Iran's railroad organization manager and his Russian counterpart emphasized on the connection of the two countries railroads. In a session held with the presence of the Federal Russian railroad manager issues such as the joint venture transportation company, a shared train wagon repair company, launching a shared research so to equip Iran's railways with electricity and shared investments on specific lines will be discussed», said Mohammad Saiednejad. «The Federal Russian railroad manager also while explaining about the capabilities and experiences of the railroad industry in his country, expressed his countries will to transfer all required experiences to Iran».
2) Axel Merck, «Dollar poised for a dip», Asia Times, 8 novembre 2006.
3) Jim Willie, «Spent dollar momentum», GoldenJackass.com, 7 novembre 2006.
Si veda anche Susan Walker, «How 2006 is like 1968», Daily Reckoning, 7 novembre 2006.

Ora, il rischio è riaddormentarsi
Maurizio Blondet http://www.effedieffe.com
09/11/2006

Passaggio di consegne alla Casa Bianca tra Donald Rumsfeld e Robert Gates STATI UNITI - Per lunghi anni, Donald Rumsfeld guidò una «Commissione sul pericolo presente» (Committee of present danger), che valutava la priorità delle minacce belliche potenziali, ossia quale fosse, tra le tante minacce, il pericolo «chiaro e presente» che richiedeva la preparazione di una risposta militare immediata da parte degli Stati Uniti.
Ora, con la cacciata di Rumsfeld, il mondo è liberato dal «pericolo presente» più urgente: lui stesso.
Saranno liquidati due dei più pericolosi progetti di Rumsfeld. Il peggiore: voleva sostituire le testate atomiche dei missili intercontinentali con testate convenzionali, per un uso «convenzionale» delle armi da deterrenza.
Come aveva fatto notare Putin, la partenza di uno di questi missili con testata sconosciuta poteva innescare la reazione automatica dei missili russi, nel quadro della mutua distruzione assicurata. L'apocalisse per sbaglio.
E anche l'attacco all'Iran si allontana.
Da Israele, poche ora prima della debacle neocon, è arrivato il messaggio: lo Stato ebraico «non ha intenzione di bombardare le installazioni» iraniane. Un Iran nucleare non è «un problema israeliano, ma del mondo».
Ma il mondo occidentale stava andando anche a quella guerra su pressione di Israele, obtorto collo. del resto, a instaurare questa nuova sobrietà è stata la più recente esercitazione iraniana: decine di missili a lungo raggio lanciati in simultanea, l'esibizione di un «potere di deterrenza» che i sionisti, apparentemente, non sospettavano.
«L'intensità dell'esercizio militare è stata senza precedenti», ha detto Uzi Rubin, l'ex capo del programma antimissili balistici di Israele: «Intendeva fare impressione. e l'ha fatta».
Infine, ci saranno intoppi nel processo di globalizzazione economica: i democratici ascoltano di più le vociche, dal settore economico USA, chiedono più protezione contro la competizione cinese. I benefici del voto americano finiscono qui.

Nancy Pelosi, la democratica vincitrice (rispetto alla donna che vidi una decina d'anni fa, sembra sua figlia: miracolo della chirurgia plastica e della protesi dentaria estetica, immagine altamente simbolica di una gioventù di plastica americana, permanente quanto falsa) ha subito offerto «collaborazione» ai perdenti.
La Pelosi è responsabile di tutte le scelte dementi della dittatura neocon: ha votato tutte le iniziative, dall'intervento in Afghanistan e in Iraq, fino all'approvazione della tortura e alla scomparsa dell'habeas corpus.
E' controllata dalla lobby ebraica né più né meno che tutti gli altri senatori democratici.
Pochi giorni prima del voto, ha anche annunciato: «L'impeachment [per Bush] è fuori questione. Sarebbe una perdita di tempo». Ciò liquida per sempre la possibilità di una vera inchiesta sull'11 settembre.
Ogni politico americano sa che questo non porterebbe solo Bush e Cheney al patibolo, ma al crollo dell'intero Establishment, di tutto il sistema di potere americano.
Ed è la salvezza dell'Establishment che sta a cuore alla Pelosi ringiovanita, adesso.
Del resto, è l'Establishemnt stesso che si è mobilitato per limitare i danni neocon e salvare le oligarchie dominanti e l'egemonia imperiale che gestiscono.
Bush figlio, il fallito, è stato messo sotto amministrazione controllata da Bush padre.
Questo è il senso della creazione dell'Iraq Study Group, capeggiato da James Baker (vecchia volpe del clan Bush) per «consigliare» il presidente su come asciugare il pantano di sangue che ha fatto in Iraq.


Ovviamente, lo stesso vale per Robert Gates messo al posto di Rumsfeld: l'uomo, che fu coinvolto nello scandalo Iran-Contra (una faccenda da cui Bush padre, il vero ispiratore, fu salvato a fatica), è il più politico degli ex-capi della CIA, il più organico all'Establishment oligarchico.
Capace di gestire grandi organizzazioni come appunto è il Pentagono, ha fama di uomo deciso, e nello stesso tempo estremamente riflessivo, assolutamente esente da atti impulsivi.
Gates certamente liquiderà la speciale demenza neocon-israeliana, che si autodefiniva «idealismo», e di cui in Italia Ferrara è l'ultimo attardato portavoce: su Il Foglio ancora elogia Rumsfeld «Stratega intelligente, tosto e vincitore di due guerre» (!).
Ecco, questa linea non passa più.
Michael Leeden, che sostiene che gli USA stanno perdendo in Iraq perché non fanno abbastanza guerra, perché non l'hanno allargata all'Iran, è l'esempio di questo «idealismo» messianico e criminoso, irrealista e fallimentare: ora tornerà nell'ombra, e gli pesa addosso l'incubo dei coinvolgimento nel caso di spionaggio Franklin-AIPAC.
E' arrivato il riflessivo Gates, il freddo calcolatore politico-strategico.
E' la rivincita degli analisti della CIA che Cheney, Bush jr. e Rumsfeld avevano umiliato ed emarginato, rigettando e ridicolizzando le loro analisi «realistiche».
La Company tira un sospiro di sollievo, e così di sicuro i generali del Pentagono.
Proprio questo è il pericolo.
Ora, tutti tornano felici ad addormentarsi.


Specialmente in Italia, la cosiddetta «sinistra» dà segni di sonno della ragione, da D'Alema a Il Manifesto (a nostro parere, un giornale più vicino alla CIA di quanto credano i suoi lettori), sono tutti lì a dire che bisogna collaborare coi «realisti» USA, ora che in USA ha rivinto «la sinistra».
Ma la «sinistra» americana è solo l'Establishment imperiale realista.
Quella che sa che la guerra è un mezzo della politica, non il suo sostituto.
Quella che dei neocon ha disapprovato non i fini, ma i metodi. Quella che non straccerà le leggi liberticide varate da Bush (col voto dei democratici), perchè fanno troppo comodo al potere, a qualunque potere.
Del resto, anche la sinistra italiana altro non è che il nostro misero, straccione Establishment, sono fatti per capirsi.
Collaboreranno eccome, per salvare quel che resta dell'impero americano diventato «ragionevole».
La posizione dei D'Alema e de Il Manifesto non è diversa da quella di Rush Limbaugh, il più fanatico anchorman della Fox News, il più demenziale sostenitore dei guerrafondai neocon.
Gli hanno chiesto, dopo le elezioni, come si sentisse.
E lui: «Mi sento liberato; ero stufo di portare acqua a gente che non lo meritava».
Ora, con Gates e Baker, c'è al potere in USA gente che «merita»: e i portatori d'acqua sono lì a fare la fila per servirla.


In pratica, come li serviranno i governi europei?
Gates ci chiederà di mandare più truppe in Afghanistan: come dirgli di no?
E' una guerra «legittima», sancita dall'ONU, e i commandos inglesi che combattono i Talebani alla riscossa sono alle corde, chiedono rinforzi.
La NATO glieli darà.
Ma anche in Irak bisognerà aiutare gli americani ad uscire dal pantano di sangue: e come, se non mandando soldati ad affiancare il loro esercito d'occupazione svuotato e massacratore di civili?
D'Alema, Barroso, Sarkozy e persino Chirac forniranno uomini: ai «realisti» sarà più difficile dire di no.
Il risultato sarà un aumento dell'impegno militare, una intensificazione della guerra che D'Alema chiamerà «la svolta», il processo di pace.
I massacri dì Israele non faranno più notizia su Rai3.
I nostri pacifisti metteranno via le bandiere arcobaleno, plaudiranno alle nozze gay e all'aborto di cui i democratici sono paladini.
Torneranno tutti a dormire.

Maurizio Blondet

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