Fonte: http://www.effedieffe.com/
Autore: Maurizio Blondet
Uranio impoverito in Inghilterra: lo hanno portato le correnti
atmosferiche dall'Iraq, a 3500 chilometri buoni di distanza.
Il metallo - che indubbiamente viene dai proiettili penetranti
Made in USA, usati a centinaia di tonnellate - è
stato trovato nei filtri dell'Atomic Weapons Establishment
(AWE) di Aldermaston, nel Berkshire: un laboratorio nato
per misurare le eventuali emissioni radioattive delle centrali
nucleari e dell'armamento atomico britannico.
La radiazione «normale» dell'atmosfera inglese
è cresciuta del quadruplo nel 2003, all'inizio dell'invasione
dell'Iraq. E un paio di volte, attorno ad una delle cinque
aree monitorate, la British Environment Agency ha dato ufficialmente
l'allarme.
I due scienziati che hanno riferito del problema, Chris
Busby e Saoirse Morgan, calcolano che le polveri abbiano
viaggiato dai campi di battaglia iracheni per 7-9 giorni:
tra l'altro, in direzione opposta a quella dei
venti dominanti, che vanno da ovest ad est. E parlano di
«contaminazione in Europa», non solo in Gran
Bretagna.
Non è stato facile al dottor Busby ottenere i dati
dalla AWE.
Da tre anni la gestione di tale installazione è stata
«privatizzata», ossia appaltata alla Halliburton
(anche qui la Halliburton di Dick Cheney), e la ditta di
Cheney rifiutava di fornire le misurazioni.
E' stata necessaria un'ingiunzione giudiziaria in base ad
una legge che è entrata in vigore il gennaio 2005
sul diritto d'informazione.
Il governo britannico ha cercato di sostenere che quella
misurata può essere la «radioattività
naturale» del suolo. Ma notizie altrettanto preoccupanti
giungono dall'India (1).
Qui, polveri di uranio impoverito (d'ora in poi DU, depleted
uranium) sono state riscontrate in Punjab, in Haryana, a
Delhi, nell'Himachal Pradesh e nell'Uttar Pradesh occidentale,
e in parte del Gujarat e del Maharastra: praticamente tutta
l'India nord-occidentale.
Che si trova a quasi duemila chilometri da Baghdad.
A segnalare il fatto è Leuren Moret, una scienziata
che ha lavorato al Lawrence Livermore Laboratory (il centro
di ricerche militari USA dove fu creata la prima bomba atomica),
ed è un'autorità mondiale in fatto di
radiazioni (2).
La Moret ha scritto ad un membro del Congresso
una lettera, datata 21 febbraio 2003, dove si legge fra
l'altro: «l'effetto piroforico del DU, che s'incendia
spontaneamente quando raggiunge i 170 gradi o nell'impatto,
forma un'enorme quantità di particelle finissime,
da 0,1 micron fino a dimensioni submicroscopiche (0,001
micron o 10 Angstroms). Particelle così minute si
comportano come un gas quando inalate; si disperdono nei
polmoni e superano la barriera sanguigna polmonare: difatti
le cellule bianche del sangue, che sono molto più
grosse (7 micron di diametro) inglobano le particole di
uranio e le portano con sé nei tessuti del corpo.
Una volta inglobate nelle cellule bianche e inserite nei
tessuti, esse non sono più riscontrabili nelle urine.
I soldati contaminati porteranno l'uranio impoverito a casa,
depositato nei loro organismi. [..] La polvere di DU continuerà
ad essere un pericolo estremo per soldati, civili, popolazioni
sottovento e per l'ambiente, in quanto contaminante di ogni
forma vivente.
E l'emi-vita della sostanza è di 45 miliardi di anni.
[..] Non esiste un trattamento conosciuto».
Benchè a bassa radioattività, la pericolosità
del DU come mutageno è peggiore di quella all'esposizione
di un'esplosione nucleare, che è acuta ma momentanea
ed esterna.
Il rischio valutato dall'International Commitee on Radiation
Protection (ICRP), un organo dell'Organizzazione Mondiale
della Sanità a Ginevra (OMS), è basato sui
dati raccolti sulle vittime delle bombe di Hiroshima e Nagasaki,
appunto soggette a un'intensa radiazione esterna per pochi
istanti.
Ma come ha riferito un rapporto indipendente inviato all'OMS
nel 2001, l'esposizione «interna» all'uranio
impoverito richiede tutt'altra valutazione: si tratta, in
qualche modo, di una contaminazione cronica e permanente.
Tanto più che, se ha ragione Leuren Moret, secondo
i suoi calcoli gli americani hanno sparato - tra prima e
seconda guerra del Golfo, contando anche i bombardamenti
in Bosnia, Kossovo e Afghanistan - l'equivalente in radiazioni
di 440 mila bombe atomiche tipo Hiroshima.
Risulta che quel rapporto all'OMS è stato tenuto
segreto. L'OMS ne ha rifiutato la pubblicazione, pare, su
pressioni della IAEA, l'ente ONU che controlla la non-proliferazione.
E che - sinistra ironia - è stato insignito del Nobel
per la Pace, il gran premio massonico globale.
Uno degli autori del rapporto insabbiato, Keith Baverstock,
ha però consegnato il testo ai media nel febbraio
2004.
La libera stampa occidentale, come si può immaginare,
ha taciuto. Infine un articolo di Baverstock che rivelava
il rapporto e tutti i retroscena è stato postato
da Al-Jazeera il 14 settembre 2004. Nel luglio 2004 la National
Academy of Sciences britannica emetteva un rapporto sulle
radiazioni di bassissimi livello, in cui ammetteva che «non
esiste un livello d'esposizione innocuo».
E riconosceva che bassissimi livelli in forma cronica sono
più pericolosi di alte esposizioni istantanee.
Il destino della popolazione irachena è oggi l'estinzione.
«Gli aerosol di DU contaminano in permanenza vaste
regioni, distruggendone lentamente il futuro genetico delle
popolazioni che le abitano», scrive Leuren Moret:
«si tratta di zone con riserve di risorse naturali
che gli USA vogliono controllare».
La Moret riporta fra l'altro il caso di alcuni cittadini
americani di origine irachena che nel 2003, dopo la «liberazione»,
sono andati a trovare dei parenti a Baghdad, ed hanno scoperto
che quasi tutti soffrivano,
improvvisamente, di diabete.
Tornati in USA dopo due o tre settimane, anche i visitatori
hanno sviluppato il diabete nel giro di tre mesi.
Il diabete - che non è una malattia infettiva - pare
essere un indicatore precoce dell'avvelenamento da DU; e
secondo la Moret, il DU è la causa della «allarmante
crescita del diabete a livello globale».
Ma questo è il meno.
La popolazione infantile irachena conosce
un ancor più allarmante aumento di leucemie, melanomi
(quel cancro che ci dicono dovuto al sole delle abbronzature:
anch'esso in crescita esponenziale nel mondo) e spaventose
malformazioni genetiche.
Anche i kuwaitiani non stanno meglio.
Nel 1992, dopo che gli USA li avevano «liberati»
da Saddam, l'US Army commissionò alla Moret un progetto
per la «ripulitura» del Paese liberato.
Titolo: «Uranio Impoverito, materiali contaminati
e impianti per la decontaminazione».
Naturalmente, la Moret disse che «non esiste trattamento
conosciuto».
Ma il piano fu passato alla Kellogg Brown & Root, la
solita sussidiaria della solita Halliburton, che s'era aggiudicata
dal Kuwait un piano per la decontaminazione: quasi certamente
inefficace, specie nelle zone desertiche e ventose.
Ma naturalmente nessun contratto è stato aggiudicato
per i reduci americani.
Dei 500 mila mandati a combattere la prima guerra del Golfo,
15 mila sono morti, 250 mila sono permanentemente disabili
a un decennio di distanza: e si tratta, vale la pena di
ricordarlo, di persone che erano sotto i trent'anni quando
andarono in Iraq.
Tutti colpiti dalla «misteriosa» malattia detta
Sindrome del Golfo.
Anche i reduci italiani, come si sa, sviluppano
con frequenza forme tumorali rare in ventenni.
«Gli effetti a lungo termine hanno rivelato che il
DU, ossido di uranio, è una sentenza capitale potenziale»,
scriveva la Moret nei suoi rapporti.
Dunque il governo USA e anche le istituzioni internazionali
sono ben coscienti della devastazione che i proiettili al
DU stanno provocando, e su cui tacciono.
E sanno ancor meglio che ai proiettili DU si attaglia alla
perfezione la definizione di «armi di distruzione
di massa» e proibite dalle convenzioni internazionali,
come elaborata dagli stessi codici americani (US Code,
Titolo 50, capitolo 40, Sezione 2302). I codici militari
USA impongono anche (US Army regulation AR 700-48 e TB 9-1300-278)
che dopo l'uso di armi radioattive vengano curate tutte
le vittime, compresi i soldati nemici e i civili: norma
violata in Iraq. Il solo superstato-canaglia rimasto, dunque,
commette in piena coscienza - e con la complicità
delle istituzioni sovrannazionali «umanitarie»
- un genocidio di tipo nuovo.
«Il concetto di annichilazione di specie significa
mettere fine deliberatamente e in modo relativamente rapido
alla storia, cultura, scienza, riproduzione biologica e
memoria», ha scritto Rosalie Bertell, una delle scienziate
che hanno redatto il rapporto insabbiato all'OMS (non a
caso le denunciatrici sono donne): «è l'estremo
rifiuto del dono della vita.
Un atto che esige una nuova parola per descriverlo: omnicidio»
(da omnes, nde).
Ora, i prìncipi di questo mondo si preparano ad estendere
l'omicidio all'Iran (3). Anche una mente razionale e scientifica
(ma di una donna) non può non vedere in questo un
segno satanico. I poteri di questo mondo stanno distruggendo
storia, vita e memoria non solo delle popolazioni «nemiche»,
delle cui risorse vogliono impadronirsi; ma anche dei propri
soldati - nelle loro nuove guerre, le truppe sono «a
perdere», come carta igienica - e le loro stesse popolazioni
civili, come mostra la ricaduta radioattiva che dall'Iraq
giunge in Inghilterra, e in Europa.
La guerra lontana 3 mila chilometri piove addosso, in polveri
microscopiche, a chi l'ha applaudita, credendosi al sicuro.
E anche su chi l'ha contrastata. Un pericolo ben più
allarmante del «terrorismo islamico» e delle
centrali
nucleari, e infinitamente più letale e irrimediabile,
ci sovrasta: per opera dei «nuovi crociati»,
dei «cristiani rinati». Dei «difensori
della civiltà occidentale».
Sono i Rotschild, conclude la Moret, a controllare nel mondo
la risorsa-uranio, forniture e prezzi, attraverso la Rio
Tinto Mines, il conglomerato minerario africano-sudamericano
che è proprietà privata della famiglia reale
inglese, e di cui i Rotschild sono amministratori. Le riserve
uranifere della Rio Tinto sono valutate in 6 miliardi di
dollari; e le necessità energetiche e militari stanno
consigliando gli amministratori di intensificare l'estrazione.
Sono in corso di attuazione i piani per estrarre il minerale
in Australia, per un valore di 36 miliardi di dollari nei
prossimi sei anni.
Per il trasporto del minerale, la Halliburton (sempre lei)
ha appena terminato una ferrovia di 1200 chilometri tra
le miniere australiane e i porti.
A noi, questo crimine senza precedenti, avvolto nella menzogna
e proclamato «cristiano», ricorda l'Apocalisse,
la grande bestia «che sale dal mare», adorata
da «tutti gli abitanti della terra».
Ma soprattutto, la piccola bestia che «sale dalla
terra», l'amministratrice della superpotenza satanica:
«aveva due corna come l'agnello, ma parlava come il
dragone. Esercitava tutta l'autorità della prima
bestia per conto di essa».
Né si può tralasciare l'immagine che segue:
le sette coppe venefiche gettate sul mondo.
La prima che provoca «una piaga maligna e perniciosa»,
la seconda e la terza, che mutano l'acqua del mare e dei
fiumi come «nel sangue di un morto»; la quarta
che fa avvampare il sole, sì che tormenti gli uomini
di un calore insopportabile.
La quinta coppa, lanciata sul trono del dragone, i cui seguaci
si mordono la lingua «per il dolore delle ulcere».
E la sesta, che prosciuga «il fiume Eufrate»,
per lasciare aperto il passo ai terribili «re dell'Oriente»:
le torme demoniache di Gog e Magog.
Quali di queste coppe sono già state versate?
Certo non la settima, quella che farà uscire dal
tempio la voce che dice: «tutto è compiuto».
No, non ci sarà una Norimberga per
questo crimine inaudito.
La grande bestia e la piccola, il falso agnello amministratore,
si sono dati tutti i mezzi che la potenza terrena consente.
Sono al sicuro dietro le loro muraglie, al sicuro nelle
loro armi atomiche; e sanno che nessun tribunale umano oserà
giudicarle. Anzi sono esse e giudicare gli altri - e a condannarli.
Io credo che questa sia precisa volontà di Dio. Perché
quando il castigo verrà, i persecutori non possano
dirsi perseguitati da altri uomini; perché sia chiaro
a loro, che hanno rifiutato il loro Dio, che è Sua
la mano che colpisce.
Che il castigo verrà, non lo dico io. Lo sentono
gli israeliani: sempre più armati e sempre più
paranoici, appena fanno sparire un loro nemico, gridano
ancora più forte che l'«esistenza stessa di
Israele è in pericolo».
Nel loro profondo, sanno che cosa sfidano; per questo non
si sentono sicuri, e accumulano armi e alleati, capacità
distruttive inaudite; e sempre nuovi popoli devono morire,
perchè gli eletti si sentano sicuri.
Ma sanno che c'è Qualcuno che hanno
sfidato, da cui sicuri non saranno mai.
Ma la fede ci dice anche che possono ancora salvarsi.
Come?
Chiedendo perdono.
Collettivamente perché collettivamente hanno rivendicato
il male; ritualmente, sacerdotalmente, chiedere perdono
ad ogni popolo castrato e mutilato per regnare sul mondo
di qua: ai russi, ai tedeschi, agli arabi. Chiedere e dare
perdono.
Lo farà il piccolo resto che resterà di loro.
Quello che saluterà «benedetto colui che viene
nel nome del Signore».
Ciò attende il loro Messia rifiutato.
Non che si pieghino a preti cristiani: Cristo stesso non
è cristiano, ha «altre pecore che non sono
di quest'ovile».
Ma che riconoscano negli altri uomini, anziché animali
parlanti, dei fratelli nel destino superiore, sotto l'unico
Padre.
Riconoscano che ogni uomo è venuto «nel nome
del Signore», lo sappia o no.
E' questa la speranza che ho per loro.
Maurizio Blondet
Note
1) Arun Shrivastava, «Depleted uranium is blowing
in the wind», Globalresearch, 2 marzo 2006.
2) Leuren Moret, «From battlefields in the Middle
East: depleted uranium measured in british atmosphere»,
Globalresearch, 2 marzo 2006.
3) Justin Raimond, «Another war for Israel»,
Antiwar.com, 6 marzo 2006.
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