Autore: Claudio Gallo
Fonte: La Stampa
La paura soffia nel vento
Secondo due scienziati microparticelle sono
volate dall'Iraq a Londra: il governo li ha subito smentiti.
In questa storia è onesto vendere due notizie al prezzo
di una, anche se sarà evidente che non potranno essere
vere tutte e due: è l'unico modo per entrare nella nebulosa
dell'uranio impoverito che continua a uccidere silenziosamente
i reduci dalla ultime guerre americane e della Nato così
come i civili nelle zone colpite, che fa nascere mostri raccapriccianti
come extraterrestri, che sotto forma di pulviscolo bussa in
Europa a esigere il suo prezzo di morte. E' l'unico modo per
entrare in una nebulosa dove legioni di siti web e studiosi
lunatici lanciano allarmi ingiustificati. Perché il Dipartimento
di Stato, la Nato, l'Onu e l'Oms hanno prodotto i loro rapporti:
non c'è nessun pericolo, non esiste nessuna sindrome
del Golfo, a malapena esiste l'uranio impoverito, usato in alcuni
tipi di bombe, nei proiettili anticarro, nelle barre stabilizzatrici
dei missili Tomahawk. La notizia è vecchia, orribilmente
vecchia e proprio per questo nuova: perdura irrisolta, orribile
e scandalosa, senza fretta come si conviene a un metallo che
cede la sua radioattività nel giro di miliardi anni.
«Quando tornai a Bassora - racconta Robert
Fisk dell'Independent - trovai molta gente malata di cancro.
Nascevano bambini senza braccia, senza naso, senza occhi. I
neonati soffrivano di emorragie interne o sviluppavano grotteschi
tumori». Il reportage dall'Iraq è del gennaio 2001,
Bush padre aveva appena fatto la sua parte, doveva ancora passare
il timone al figlio per la seconda guerra del Golfo. Roba vecchia.
Non ci sono sufficienti dati statistici dicono tutt'ora i ministeri
della guerra, cinque anni dopo. E siccome la vita continua,
L'UsArmy ha ordinato 4 mesi fa a un'azienda della West Virginia
38 milioni di dollari di munizioni all'uranio impoverito, portando
l'ordine totale nell'anno fiscale 2006 a 77 milioni.
Ma perché l'uranio impoverito? Perché
nella civiltà del mercato la sua coppia di «E»
mette KO tutte le obiezioni come il micidiale «uno-due»
di un Tyson: economico&efficace. Tratto per lo più
dalla barre usate come combustibile nelle turbine nucleari perde
durante l'estrazione una parte di radioattività, è
un sottoprodotto, una materia comparativamente poco costosa.
Le sue proprietà fisiche conferiscono ai proiettili una
straordinaria capacità di penetrazione: perfora la corazza
di un tank come il burro e nel tragitto si frammenta e s'incendia
facendo esplodere munizioni e carburante. La rivista militare
«Jane's» spiega che dentro un carro colpito «si
sviluppa la temperatura di 10 mila gradi centigradi» (altre
stime dicono da 3 a 6 mila).
La sua notevole densità lo rende poi
adatto a impieghi civili. E' usato ad esempio sui Boeing 747
e nel telaio degli yacht. Si trova negli arsenali di Gran Bretagna,
Stati Uniti, Francia, Russia, Grecia, Turchia, Israele, Arabia
Saudita, Bahrein, Egitto, Kuwait, Pakistan, Thailandia, Iraq,
Taiwan e Italia. Nonostante il suo tasso di radioattività
sia basso, il metallo è pericoloso. Ma la minaccia maggiore
è dovuta alle micropolveri che si generano nell'impatto
del proiettile, un pulviscolo formato di particelle metalliche
volatili, più piccole di un batterio. L'esercito italiano
ha avuto la sua sindrome dei Balcani con un numero insolitamente
alto di soldati che si ammalavano di linfoma di Hodgkin.
La commissione parlamentare che doveva indagare
cominciò con una serie di svarioni statistici che in
un primo tempo portò alla conclusione che il numero dei
malati era nella media e dunque il caso non esisteva. Nel maggio
dello scorso anno il ministro della Difesa Martino ha assicurato
in parlamento che l'uso del metallo radioattivo non com porta
alcun danno per la salute. Documenti di servizio della Kfor
(la forza multinazionale in Bosnia di cui faceva parte anhe
l'Italia) del 1999 prescrivono l'uso di protezioni se si opera
«entro 500 metri» da un mezzo colpito da proiettili
all'uranio, per non correre rischi mortali.
Come l'innocuità del metallo sostenuta
dal ministero e queste norme concordino, è un mistero
disperante. Da noi le misure di sicurezza furono comunque adottate
con inspiegabile ritardo. Dice Falco Accame, ex parlamentare,
presidente dell'Associazione delle vittime militari (Anavafaf)
che da anni conduce una tenace battaglia perché i famigliari
dei morti e i malati siano risarciti: «Il rischio era
stato comunicato dalla Nato
all'Italia fin dal 1994 ma il nostro esercito adottò
norme di prevenzione soltanto a fine '99. I soldati americani
si proteggevano già con le tute in Somalia, nel 1993,
mentre i nostri giravano coi calzoni corti».
Per raccontare anni di trascuratezze, cinismo
e miopia, Accame ha appena dato alle stampe un libro intervista
a cur a di Giulia di Pietro: «Uranio impoverito: la verità»,
(Edizioni Malatempora). Il medico tedesco Siegwart-Horst Günther
e Tedd Weyman dell'associazione canadese Umrc (Uraniuam Medical
Research Center) hanno viaggiato in Iraq subito dopo l'attacco
Usa «Shock and Awe», nel 2003: dal loro pellegrinaggio
nell'orrore è uscito nel 2005 il film «Il dottore,
l'Uranio impoverito e i bambini morenti» (si trova su
traprockpeace.org). Mentre Weyman registrava livelli insolitamente
alti di isotopi radioattivi artificiali (dunque non di origine
naturale), Guenther osservava all'ospedale di Bassora un tasso
di tumori
dieci volte superiori alla norma e casi di deformità
congenita venti volte più alta.
Le persone impressionabili farebbero bene a
non vedere le foto di quei bambini che girano sul web: un'umanità
sfigurata, prigioniera di una materia impazzita, figure atroci
di un bestiario insensato. Sul sito
dell'Organizzazione mondiale della Sanità si dice che
«nessun effetto sulla riproduzione e sullo sviluppo è
stato segnalato negli umani». La relazione è del
2003. Uno studio del 2005 pubblicato sulla rivista scientifica
online «Enviromental Health», condotto da Rita Hindin
dell'Università del Massachusetts conclude che «studi
sugli animali supportano che l'uranio impoverito sia teratogeno»
(provochi cioè deformità nei nascituri), tuttavia
come ciò accada non è ancora chiaro.
Diane Stearns, biochimica dell'Università
dell'Arizona Settentrionale in uno studio pubblicato quest'anno
sulla rivista «Mutagenesis and Molecular Carcinogenesis»
ha concluso che l'uranio danneggia il Dna a prescindere dalla
sua radioattività: il metallo si lega al Dna e la cellula
prende a mutare provocando errori a valanga nella produzione
delle proteine. Questo è importante perché quasi
tutti i discorsi in difesa dell'innocuità dell'uranio
impoverito prendono in considerazione l'aspetto radioattivo
soltanto.
D'altra parte lo scienziato britannico Keith
Baverstock, esperto di protezione dalle radiazioni lo aveva
già detto. In una relazione all'Europarlamento lo scorso
anno, Bavenstock ha spiegato che «le particelle inalate
di ossido di uranio impoverito possono penetrare a fondo nei
polmoni provocando non solo un rischio di intossicazione da
radiazione ma anche una tossicità chimica a livello genetico».
E' come il confondersi di due canzoni di Bob Dylan nella testa
di un folle: la dura pioggia (it's a hard rain) che negli Anni
'60 si riferiva alle radiazioni del fungo nucleare, soffia oggi
nel vento, (blowing in the wind).
A farsi convincere infatti l'incubo diventa
sempre più spaventoso. Lo scorso febbraio il domenicale
del Times ha raccontato che due scienziati inglesi Chris Busby
and Saoirse Morgan hanno rivelato come subito dopo l'attacco
«Schock and Awe» nel Golfo, la quantità di
uranio nell'aria intorno a Londra sia quadruplicata. Secondo
loro significa che un potenziale assassino, l'ossido di uranio
impoverito, è volato dall'Iraq ai filtri dell'impianto
atomico di Aldermaston nel Berk shire. «Questi dati dimostrano
- ha detto Busby - che invece di restare vicino all'obiettivo
colpito, le armi all'uranio impoverito contaminano sia la popolazione
locale che quelle lontano centinaia di migliaia di chilometri».
Il ministero della Difesa britannico ha subito
liquidato come «impraticabile» l'ipotesi. Gli indizi
si moltiplicano ogni giorno più schiaccianti ma il serial
killer non è ancora incastrato, gli innocentisti sono
molti, potenti e dispongono di qualche innegabile argomento:
certo il principio di precauzione dovrebbe sconsigliare l'uso
dell'uranio impoverito finché non sia stata fatta chiarezza.
Ma tutto questo suona ridicolmente astratto alle orecchie del
Moloch industrial-militare. Dopotutto la morte fa parte del
suo business.
A Bratunac, la città della leucemia
di Giuseppe Zaccaria [05/06/2006]
Fonte: La Stampa [scheda fonte]
IN BOSNIA, DOPO LA GUERRA,
CONTINUAVA UNA STRAGE SILENZIOSA A CUI
DAVANO UN NOME: URANIO
Nell'autunno del '96, quattro anni dopo gli
accordi di Dayton, mi accadde di ritornare in una cittadina
di Bosnia piuttosto lontana ai percorsi abituali. Si chiama
Bratunac, sorge a ridosso del fiume Drina, è una zona
abitata quasi interamente da serbi, durante la guerra quattromila
case su cinquemila vennero distrutte ma in qualche modo lì
il dopoguerra si mostrava perfino peggiore degli anni di sangue.
Bratunac è la città dei leucemici,
dei cancerosi, dei linfomi di Hodgkin, dei feti malformati:
nella voce popolare, la città dell'uranio.Trascorrono
gli anni e nessuno è ancora in grado di fornire cifre
precise sui morti del dopoguerra in parte perché molti
vanno a farsi curare a Belgrado ma anche perché il governo
bosniaco tende a non enfatizzare il problema per via delle ottime
relazioni con gli Stati Uniti e i Paesi della
Nato. Peraltro Bratunac non è la sola città funestata
da questa sciagura: molti anni dopo in Serbia i bombardamenti
compiuti dalla Nato in nome del Kosovo si accanirono particolarmente
su una cittadina che è ad appena sessanta chilometri
da Belgrado, sede di grandi impianti chimici.
Quel luogo si chiama Pancevo e lì i
casi di tumore sono aumentati di oltre il trecento per cento
ed è molto raro che una gravidanza si concluda felicemente.
Gli specialisti ammettono che sì, ordigni all'uranio
impoverito sono stati usati in grande copia nei bombardamenti
del petrolchimico ma aggiungono che poi incendi e fumi hanno
liberato una tale quantità di sostanze dannose da rendere
impossibile adesso individuare il vero fattore di rischio. Un
po' come consigliare a chi ha bevuto arsenico di ingurgitare
un cocktail di veleni assortiti tanto per confondere le tracce.
Da tempo se accade di chiedere notizie di
gente conosciuta in tempo di guerra si sentono emergere storie
terribili di malattie e sofferenze prolungate, e dunque nonostante
le relazioni di commissioni mediche e
specialisti di ogni nazionalità ho maturato la convinzione
che l'uranio impoverito stia seminando morte nell'unica zona
d'Europa in cui è stato impiegato in grandi quantità.Oramai
anche le nostre forze armate cominciano a fare i conti con tutto
questo. La faccenda è delicatissima, anche perché
può mettere in moto un vertiginoso giro di risarcimenti,
ma è ormai assodato che sono almeno trecento i casi di
militari italiani affetti da strane sindromi dopo missioni all'estero.
La stragrande maggioranza dei casi si riferisce a periodi trascorsi
in Bosnia anche se già si contano una quindicina di casi
collegati all'Iraq e alla missione «Antica Babilonia».I
comitati di sostegno alle famiglie dei militari segnalano fra
le altre cose un incredibile incremento di aborti spontanei
fra le mogli dei soldati. Sintomi e conseguenze paiono identici
a quelli descritti nei Balcani. Sembra giunto il momento di
affrontare il problema in termini più seri.
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