L'ipotesi di un declino economico italiano ha diffuso molto
allarme, mentre il nostro declino demografico, che non è
ipotetico ma certo, viene allegramente sottovalutato. Le
cifre fornite dall’Istat in questi giorni non lasciano
spazio a dubbi: l’Italia, nonostante un piccolo incremento
dovuto in gran parte agli immigrati, non fa figli, e per
contrastare l’invecchiamento della popolazione l’unico
rimedio sembra quello di aprire le frontiere.
Da almeno cinquant’anni siamo abituati a mettere in
relazione sviluppo economico e controllo delle nascite,
nell’illusione che meno siamo, più diventiamo
ricchi e felici. C’è ancora chi lo pensa; Marco
Pannella, per esempio, propone il "rientro dolce"
dalla sovrappopolazione, grazie a una robusta politica antinatalista,
affidata alle suggestioni libertarie della scelta individuale.
Altri, invece, ammettono che l’invecchiamento della
popolazione porterà qualche problema (chi pagherà
le pensioni? Riusciremo a sostenere l’aumento della
spesa sanitaria necessario per assistere i nostri anziani?),
ma tendono a minimizzare. Come Massimo Livi Bacci, che su
Repubblica di ieri firma un articolo ottimista, o il Corriere
della Sera, che riduce la questione demografica a una notiziola
di poche righe. L’Occidente si è autoconvinto
che i bambini se li possano permettere solo i ricchi, perché
sono fonte di spese, di preoccupazioni e non rendono.
Ma davvero si può scindere lo sviluppo economico
dal tessuto antropologico e culturale di una comunità?
Non è un’astrazione pericolosa, immaginare
che sia sufficiente iniettare nel paese un flusso costante
di immigrazione, per risolvere il problema del riequilibrio
generazionale?
La recessione non ha solo cause strettamente economiche,
ma legate alla situazione generale di un paese. L’invecchiamento
della popolazione vuol dire che ci sono, in circolo, meno
idee nuove, meno gusto per il rischio e l’avventura,
meno energie fresche, meno conoscenze all’avanguardia.
Vuol dire ripiegamento, tendenza a privilegiare la rendita
e la sicurezza, meno lavoro, meno consumi e meno investimenti.
Vuol dire non avere uno sguardo proiettato sul domani, sul
nuovo, sulla vita che continua e va avanti.
L’inverno demografico, quel deserto di voci infantili
che viviamo nelle nostre città, produce un generale
vuoto di entusiasmo, creatività e voglia di fare.
Il vago senso di impoverimento umano che ci prende quando
nelle riunioni di famiglia i bambini mancano, suggerisce
che una società che non fa figli è una società
in sofferenza. Non si può puntare sulla sola immigrazione,
come fosse l’unica alternativa alla denatalità,
senza nemmeno considerare i costi sociali e culturali dell’integrazione,
le lacerazioni e i problemi che la società multietnica
inevitabilmente comporta. Soprattutto, l’immigrazione
non cura il male sociale che prosciuga l’Europa, che
le fa consumare il presente e ignorare il futuro.
I nostri leader ripetono che bisogna sostenere le famiglie.
Ma spesso quello che hanno in mente sono solo aiuti economici,
se va bene; invece serve anche un po’ di immaginazione,
la volontà culturale e politica di rinfrescare una
tradizione familiare un po’ ammaccata ma ancora viva,
che ha prodotto un modello di sviluppo, e che rimane al
fondo dell’identità italiana.
Dopo aver costruito per decenni un senso comune tutto basato
sulle opzioni individuali, dopo aver screditato in tutti
i modi i sentimenti di responsabilità e di accoglienza
familiare, oggi dobbiamo riparare il danno, e la politica
se ne deve fare carico.