Maurizio Blondet
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Se mai la forza d'interposizione ONU sarà posizionata
in Libano, conterà un contingente turco. Con quale
spirito?
Un amico mi riferisce che molti negozi di Istanbul espongono
cartelli che dicono: «Non serviamo israeliani».
E che uno degli scorsi venerdì, nella grande moschea
Sulaymanya (di Solimano) ha ascoltato l'imam spiegare che
Israele e l'America sono nemici dei turchi e di tutti i
musulmani, e devono essere combattute come fanno palestinesi,
hezbollah, resistenti iracheni: una novità che ha
stupito i presenti, dato che le prediche degli imam sono
in genere controllate (se non dettate) da funzionari governativi.
Ma anche i media cosiddetti «laici» e non pro-islamici
sono tutti contro USA
e Israele. «Il telegiornale di una famosa TV laica
ha mostrato la mappa del 'Grande Israele', in cui metà
della Turchia era coperta della stella di David».
Del resto il capo del governo Recep Erdogan, islamico «moderato»,
ha così definito l'intervento israeliano in Libano
davanti all'Organizzazione della Conferenza Islamica a Kuala
Lumpur ai primi d'agosto: «E' una guerra iniqua.
la guerra d'Israele non fa che accendere odio. non è
difficile vedere che ci attende una terribile guerra globale
e un enorme disastro».
Ma l'esercito turco, è tutta un'altra cosa.
Esso viene generalmente presentato dai media occidentali,
in un linguaggio convenzionale, come«il garante supremo
della laicità della Turchia».
I suoi numerosi colpi di Stato, con cui nella storia ha
abbattuto governi legittimi, sono stati non deplorati, ma
invariabilmente giustificati in Occidente come un segno
della «fedeltà alla costituzione di Ataturk».
Per chi ha l'orecchio giusto, queste frasi convenzionali
hanno un inequivocabile odore massonico.
I comandi militari turchi sono infatti coperti da «donmeh»:
questa parola, che significa «apostati», indica
i discendenti degli ebrei che, nel 1666, credettero nello
pseudo-messia Sabbatai Zevi. Posto dal sultano di fronte
all'alternativa di mantenere la sua pretesa messianica o
venir decapitato, Sabbatai Zevi si convertì all'Islam.
E sul suo esempio si convertirono molti dei suoi seguaci,
ma falsamente. Assunsero nomi islamici e il venerdì
frequentavano la moschea; ma il sabato celebravano nelle
loro sinagoghe segrete, dove praticavano (si dice ancora
negli anni '30) culti aberranti. (1) Alcune generazioni
più tardi, troviamo i discendenti dei sabbatei secenteschi
diventati il nerbo delle categorie professionali «moderne»
e «laiche» in Turchia (medici, avvocati, banchieri),
e negli altri gradi dell'armata, spesso affiliati a logge,
politicamente radicali. Sono essenzialmente gli ufficiali
«donmeh» la forza dietro alla rivoluzione nazionalista
di Ataturk, ispirata al verbo di Mazzini, e su basi radicalmente
laiciste (2) Non c'è quindi da stupire che, contrariamente
ai sentimenti popolari, l'armata turca sia amicissima di
Israele. Come spiega il professor Michel Chossudosvky in
un saggio illuminante (3), si tratta di una vera e propria
alleanza militare.
Questa risale addirittura al 1958: allora, con l'attivo
favore degli Stati Uniti, Turchia e Israele stipulano un
accordo, anodinamente noto come «Patto Periferico»,
le cui clausole sono segrete: ma si ritiene comportino la
condivisione delle informazioni d'intelligence e il mutuo
soccorso in caso di «emergenze». (4)
Il patto è stato rinnovato e potentemente rafforzato
nel 1994; allora i militari turchi stipulano con Israele
un «Security and Secrecy Agreement» (SSA) che
comprende anche addestramento congiunto delle truppe e sviluppo
congiunto di sistemi d'arma, nonché «l'impegno
garantito della segretezza delle informazioni di intelligence
condivise». Di fatto, Israele ha occhi e orecchie
e influenza indiscussa nell'armata turca.
E ha usato largamente il patto SSA in funzione anti-Siria.
«La Turchia consente all'IDF (Israeli Defense Force)
di raccogliere intelligence elettronico su Siria e Iran
dal territorio turco», dice Chossudovsky.Nel 1996,
il SSA viene perfezionato da un «Military Training
and Cooperation Agreement» (MTCA) e da un «Military
Industry Cooperation Agreement», con cui Israele aiuta
i turchi a modernizzare i loro carri armati, la flotta elicotteri
e i vecchi caccia americani F-4 ed F-5.
Tra i progetti comuni, c'è lo sviluppo del missile
antimissile Arrow II e del «Popeye» israeliano.
Dal '97 la cooperazione è coronata da una «Strategic
Dialogue»: in cui due volte l'anno comandi supremi
dei due Paesi, al livello di vice-capi di SM, si incontrano
per «consultazioni» (Milliyet, 14 luglio 2006).
Nella guerra israeliana contro il Libano, i comandi turchi
hanno visto l'occasione per strappare, con l'alleata Israele,
«il controllo militare su un corridoio costiero che
va dal confine israelo-libanese fino al confine tra Siria
e Turchia nel Mediterraneo orientale».
Questa amicizia strategica comprende la fornitura di un
altro materiale strategico per Israele: l'acqua potabile.
Con un accordo stilato nel 2004, la Turchia si impegna a
venderne allo Stato ebraico 50 milioni di metri cubi l'anno
per vent'anni, canalizzandolo attraverso una speciali pipeline
turco-israeliana.
Con questi precedenti, si capisce bene come mai a volere
la Turchia nell'Unione Europea, premendo con la forza delle
sue lobby nei Paesi europei, sia soprattutto Israele. E
con la potente pressione degli USA.
La Turchia è per gli USA uno dei più potenti
e fidati membri della NATO.
Ma anche Israele è stata introdotta alla chetichella
nella NATO con un «security agreement» dell'aprile
2001, passato ovviamente sotto silenzio dai nostri media.
Questa manovra si è conclusa con successo nel 2004,
quando è stata data vita alla «Istanbul Cooperation
Iniziative». Ambigua e alquanto innaturale «partnership
militare» (alleanza) che vede la NATO inglobare Israele,
e Paesi islamici satelliti (Egitto, Giordania, Algeria,
Mauritania, Marocco e Tunisia) costretti volenti o nolenti
a partecipare.
Partecipare a cosa?
Dice un testo NATO: a «contribuire alla sicurezza
e stabilità regionale, promuovendo una maggiore cooperazione
pratica. assistenza nella riforma della difesa, cooperazione
nella sorveglianza dei confini, attuazione della inter-operabilità
e contributo alla lotta contro il terrorismo».
Con questo patto di Istanbul, praticamente Israele (complice
la NATO) non solo ha neutralizzato un bel numero di potenziali
avversari nel mondo arabo, ma ha la possibilità di
spiare a suo agio nelle loro faccende militari e interne.
Nel novembre 2004, a Bruxelles e sotto l'egida NATO, i rappresentanti
militari dei Paesi islamici sopra citati sono stati convocati
per ascoltare altissimi gradi di Israele che dettavano istruzioni
e condizioni.
Israele si comporta già come fosse - e come è
- non solo membro della NATO, ma il membro-guida dell'alleanza
ex atlantica. Dei «colloqui NATO-Israele» tenutisi
a Tel Aviv nel febbraio 2005 hanno consolidato l'alleanza
surrettizia di fatto. Alleanza a senso unico, in cui Israele
non s'impegna a nulla verso la NATO, mentre la NATO s'ìmpegna
a difendere la sua sopravvivenza (notoriamente «sempre
in pericolo»), e ad aprire alle spie israeliane i
suoi segreti militari, se ancora ne ha qualcuno. (5)
E' bene tener presente questi accordi occulti per capire
in quale posizione si troveranno le truppe italiane che
D'Alema e Parisi (con la benedizione dell'«americano»
Napolitano) vogliono mandare come interposizione in Libano.
Da questi accordi, che andrebbero energicamente denunciati,
evidentemente il governo dell'Ulivo si sente legato; come
dice Napolitano, «non possiamo sottrarci». Ciò
significa che andiamo là non come forza neutrale,
ma come alleati occulti d'Israele, esattamente come i turchi:
donmeh onorari. E' in questo frangente che l'esercito turco
si è dato come capo supremo un amico d'acciaio di
Israele: il generale Yasar Bukuyanit, che entra in carica
giusto in agosto.
Una nomina che il governo islamico-moderato di Erdogan non
ha potuto che avallare.
Il generale Bukuyanit è un ospite fisso dell'American
Enterprise, il centro di studi strategici neocon - ossia
israeliano - che domina sul Pentagono, e di cui fanno parte
Wolfowitz, Leeden, e i soliti noti.
Israele è contentissimo di aver un simile amico in
carica - e probabilmente ha tramato per imporlo: il generale
Bukuyanit è un donmeh, e sotto il suo comando il
contingente turco della forza d'interposizione è
garantito sparerà, se c'è da sparare, dalla
parte giusta.
Però si è verificato un imprevisto.
Il giorno in cui il generale Bukuyanit è stato nominato
alla carica suprema, «qualcuno» ha misteriosamente
inviato due milioni di messaggi SMS su altrettanti cellulari
turchi: in cui si denunciava Bukuyanit come «un ebreo
filo-israeliano, messo lì per fare la guerra all'Iran
per conto di Israele». Del fatto, clamoroso, la stampa
occidentale non ha ovviamente parlato, e il nostro amico
è in grado di indicarci articoli solo in turco. (6)
Ma la polizia «laica» turca è allarmatissima
e sta compiendo febbrili indagini per scoprire i mandanti
di quest'impresa. Il sospetto è che venga da ufficiali
turchi ostili ad Israele, o da una fazione islamica dentro
l'esercito: il che sarebbe per sé un fatto inaudito,
spiega l'amico, perché nell'armata turca se dimostri
una minima simpatia per la fede, sei escluso da ogni avanzamento
in carriera, e anzi rischi l'espulsione.
Ma potrebbero esserci dei «laicissimi» (massonici)
generali che però non amano servire i giudei ad ogni
costo. Difatti, è convinzione comune che Bukuyanit,
il dunmeh, inaugurerà il suo comando come capo di
SM con una estesa «purga» negli alti gradi turchi,
in vista di ripulire i comandi di ogni sentimento antisionista.
Il primo a cadere dovrebbe essere il generale Isik Kosaner,
vice-capo di Stato Maggiore.
Costui ha rivelato i suoi sentimenti rifiutando di partecipare,
a metà luglio, alla riunione semestrale dello «strategic
Dialogue» turco-giudaico a Tel Aviv, il cui scopo
è fornire a Israele le informazioni di intelligence
dell'armata turca.
Ma meno facile è sondare i sentimenti degli ufficiali
di grado minore, e dei soldati turchi - sicuramente qualche
corpo di elite - che saranno mandati a fare interposizione
in Libano.
Nessuno può garantire che i feroci soldati di Ataturk,
posti di fronte all'alternativa di sparare contro musulmani
per salvare Israele, facciano la scelta «giusta».
Rischiamo di assistere ad evoluzioni impreviste della semisecolare
«fedeltà alla NATO» della Turchia?
Maurizio Blondet
Note
1) Lo storico ebreo Gershom Scholem è la fonte principale
su questa setta ebraica pseudo-islamica. I culti aberranti
si spiegano con una «teologia» di tipo antinomico:
essendo l'era messianica già qui, «non valgono
più le leggi d'incesto», perché il messia
libera gli ebrei da ogni legge. E lo dimostra proprio l'apostasia
di Zevi: il messia stesso compie un atto aberrante, l'apostasia.
Dunque, per i suoi fedeli, «la salvezza si ottiene
attraverso il peccato», scendendo fino in fondo alle
«porte d'impurità».
2) Sulla parte essenziale dei donmeh nella rivoluzione di
Ataturk, si veda il mio «Cronache dell'Anticristo»,
Effedieffe.
3) Michel Chossudovsky, «Triple alliance: the Us,
Turkey, Israel, and the war on Lebanon», Globalresearch,
6 agosto 2006.
4) L'artefice del patto segreto è stato Baruch Uziel
(1901-1977), un ebreo greco di nascita, emigrati in Israele
nel 1914 dove divenne capo del partito liberale.
5) Israele e Turchia hanno compiuto manovre congiunte minacciosamente
davanti alla Siria agli inizi del 2005, subito seguite da
manovre NATO-Israele coi Paesi arabi soggetti. Il segretario
generale della NATO Japp de Hoop Scheffer, olandese, ha
visitato Israele in quell'occasione e si è incontrato
con Sharon e i più alti gallonati dell'armata di
Sion, per cooperare «nella lotta al terrorismo e contro
le armi di distruzione di massa».
6) Ibrahim Kiras, «Buyukanit neden 4 gun once atandi?»,
8 Sutun, data imprecisata. Lo si può vedere al sito:
www.8sutun.com/node/17496. "In verità, nella
creazione dei cieli e della terra e nell'alternarsi della
notte e del giorno, ci sono certamente segni per coloro
che hanno intelletto" Corano III, 190