Maurizio Blondet
24/08/2006
L'Italia sta andando peggio di quel che credono anche i
più pessimisti, fra cui il sottoscritto.
Me lo rivelano due lettere, in qualche modo di protesta
contro il mio articolo «Non volete immigrati? Mandate
i figli a lavorare».
Eccole.
«Sono un laureato in chimica con due corsi di specializzazione
post laurea, ho trentun anni e sono di Napoli.
Dopo tanto penare 'per anni' a mandar curriculum in giro
per tutta Italia sono riuscito ad avere un contratto a tre
mesi (3) in Liguria (a Isoverde di Campomorone, per l'esattezza),
per lavorare in una aziendina che produceva aromi alimentari.
Dico produceva perchè ora è fallita (o meglio,
è stata fatta fallire perchè ai proprietari
conveniva venderla per appianare debiti che avevano precedentemente).
Comunque lì mi sono ritrovato, man mano, a capire
che non avevano bisogno di un chimico, bensì di un
operaio che spostasse con transpallet i carichi di materiale
grezzo, che lavasse per terra, e che all'occorrenza mettesse
firme false su analisi HACCP mai avvenute in laboratori
inesistenti che certificassero la bontà dei prodotti.
In aggiunta il simpatico capo-responsabile si divertiva
ad angariarmi continuamente perchè ero lento, perchè
non riuscivo a spostare un transpallet con una tonnellata
(sì, ha letto bene, una tonnellata) di carico in
un lampo da una parte all'altra del magazzino, perchè
a parer suo non riuscivo a pulire bene a terra, provvedendo
a buttare taniche di sostanze chimiche a calci a terra e
poi facendomi ripulire da capo.
Il tutto condito da 'ti faccio vedere io chi ha la laurea
in chimica, Napoli!' (lui era di Milano).
Dato che avevo bisogno di lavorare, ho continuato a non
fiatare e a subire, finchè non ha chiuso e non mi
sono trovato letteralmente in mezzo a una strada.
Si badi che, chimico con due corsi di specializzazione,
ero inquadrato come operaio e guadagnavo sì e no
1000 euro al mese.
Per alcuni giorni ho vagato per Genova aiutato da qualche
soldo mandatomi da mio padre giù da Napoli, pensionato
dell'Italsider (sono di famiglia operaia e so quanto il
pane che viene messo su una tavola operaia costi sudore),
finchè non ho trovato un altro posto in un saponificio,
dove sembrava mi dovessi occupare di manutenzione di laboratorio,
schede tecniche, legge 626 sulla sicurezza et similia.
Ovviamente assunto come ultimo degli operai, e inquadrato
come ultimo degli operai, s'intende, a sì e no 900
euro al mese.
Per il primo mese ho fatto un lavoro immenso per cercare
di razionalizzare una situazione completamente caotica e
creare un lavoro di buona fattura da presentare alle ispezioni
che si presentavano.
Per non farla tanto lunga, si va avanti così fino
alla fine del primo mese, dopodichè arrivano quelli
dell'ispezione, vedono tutte le carte in ordine (di cui
molte, ovviamente, falsificate perchè non c'era tempo
e soldi per fare tutti i controlli di legge), si congratulano
con me e se ne vanno.
Dal giorno successivo, mi si mette una ramazza in mano e
mi si dice che sono stato promosso al mio vero lavoro, l'operaio!
Per terminare, il contratto di sei mesi che mi viene fatto
scade.
Ora sono tornato a Napoli, disoccupato.
[…] In moltissimi casi la laurea, lungi da aprire
prospettive, si rivela essere un vero danno, in quanto i
'padroni' (mi scuserà il termine) vogliono per l'appunto
solo i 'senegalesi e marocchini' che possono permettersi
di sottopagare tranquillamente.
Va detto che vengono preferiti i 'senegalesi e i marocchini'
di cui parla nel suo articolo, non perchè siano più
buoni, bravi e belli, ma perchè lavorano senza contributi
pensionistici, al nero più nero, senza alcuna garanzia
sul lavoro, con turni da macello e trattati come bestie
su cui esercitare un potere di ricatto molto maggiore che
su noi italiani 'veri'.
In quella che lei chiama 'la grande scuola della fabbrica'
io ci sono stato, e mi hanno insegnato umiliazioni, pressappochismo,
ottusità, bestialità e, soprattutto, frode
e falsificazioni».
L'altra lettera:
«Ho 32 anni e una laurea in ingegneria elettronica;
dopo aver lavorato come operaio nelle catene di montaggio
(quando ero assunto con contratti a progetto per far funzionare
gli ultimi prototipi di macchine di automazione industriale)
prima per un mese, poi per un altro... l'ennesima presa
in giro… me ne andai...
Se mi avessero detto guarda qui per te c'è solo il
lavoro d'operaio, forse starei ancora là...
Segue la mia esperienza di insegnante di informatica (entrato
con una raccomandazione) presso vari enti pubblici dopo
i quali col cambio del governo, incuranti che ero l'unico
ad avere a fine corso un numero maggiori di studenti di
quelli che lo iniziavano… tanto che col passa parola
gli alunni portavano in classe amici per ascoltare le lezioni
insieme... una ragazza si portò addirittura il fidanzato
'ciao Marco oggi c'è anche lui, almeno così
impara qualcosa'.
Seguirà un periodo di stasi dove ho chiesto apertamente
a maggio di questo anno di fare lavori come portiere notturno,
receptionist, ecc...
Mi hanno risposto che ero troppo qualificato per fare lavori
del genere, e un mio amico mi ha detto che gli immigrati
costano molto di meno di un receptionist italiano, ingegnere
che sia, possa costare...».
Prima constatazione tristissima: l'Italia non riesce ad
occupare decentemente i suoi laureati tecnici.
Non ne ha bisogno.
Perché non ci sono più le industrie che necessitavano
di questo settore «alto» del lavoro.
E ciò, dopo che ai giovani è stato detto e
ripetuto che, per vincere la competizione globale, dovevano
riqualificarsi appunto nei settori alti; che abbiamo troppo
pochi ingegneri in confronto a Cina e India, e via predicando.
La cosa è tragica.
Fino a pochi anni fa, la Lombardia pullulava di aziende
produttrici di macchine utensili, ad esempio quelle che
per destinazione chiara dovrebbero occupare ingegneri.
Le macchine utensili - poi ribattezzate «a controllo
numerico», e il settore sfocia nella robotica - sono
le macchine che servono a fabbricare le macchine, beni capitali
per eccellenza, non merci
di consumo, e fonte di ricerca e sviluppo.
Fino a pochi anni fa, lo stato di sviluppo di un Paese si
valutava dal suo settore delle macchine utensili, dal grado
di automazione; e in questo l'Italia - all'insaputa degli
italiani, perché queste fabbriche non «compaiono»
in TV - era fra i primi Stati al mondo.
Dopo la Germania e forse alla pari degli Stati Uniti, e
prima della Francia.
Dove sono finite queste fabbriche che ieri volevano, reclamavano,
ingegneri e operai specializzati? Sono morte silenziosamente,
distrutte dalla concorrenza cinese e asiatica?
Vado a cercare i comunicati dell'associazione del settore
(UCIMU) e scopro che nel 2005 la Cina ha scalzato l'Italia
nel terzo posto mondiale, in un anno in cui il commercio
mondiale di queste macchine è aumentato del 23 %.
E tuttavia, la nostra industria si difende.
Le nostre esportazioni di macchine utensili sono cresciute
del 14 %, 2,2 miliardi di euro.
Ma se sopravvive, è in lavorazioni di nicchia: si
è specializzata in produzioni quasi su misura a richiesta
del cliente.
Lo dice la struttura del settore: sono 400 imprese, quasi
tutte sotto i 70 dipendenti (la media in Giappone è
200); e sono le più grandi, non le più piccole,
quelle che esportano di più.
Chi resiste in questa nicchia, evidentemente non ha più
bisogno di centinaia di ingegneri, nemmeno di quei pochi
che si laureano, con duri studi, in Italia.
Quanto alla chimica, l'abbiamo perduta da decenni; niente
più chimica fine, niente più farmaceutica.
Siamo totalmente dipendenti dalle importazioni.
A che serve laurearsi in chimica?
Fabbrichette arretrate che campano con la frode, ti offrono
posti precari da scaricatore e addetto alle pulizie.
L'esperienza amara dei nostri due lettori è illuminante
del degrado profondo e malato della struttura economica
italiana, anzi della società.
E i giovani che sono disposti a fare i lavori «che
gli italiani rifiutano», si sentono dire che sono
«troppo qualificati».
Quei lavori sono per gli emigranti, i soli di cui si occupano
la Caritas e le burocrazie «caritative»; non
accade mai che la carità pelosa «cattolica»
si occupi degli ingegneri che non trovano lavoro: non cercano
abiti usati, né piatti di minestra, la facile e pelosa
carità somministrabile agli «ultimi».
E' una retorica, dietro cui si nasconde un business (i caritatevoli
ricevono contributi statali per ogni assistito, ovviamente),
che lascia i nostri giovani nella trappola: non c'è
lavoro per te come ingegnere; se chiedi di fare il portiere,
sei troppo qualificato.
Non puoi fare nemmeno i lavori che «gli italiani rifiutano».
Ciò rompe radicalmente un tacito legame, impalpabile,
che univa le generazioni, un legame di lealtà.
Questo è il risultato dell'adesione al «mercato»
di tipo anglosassone, funestamente entusiasta all'inizio,
della nostra sedicente classe dirigente politica e imprenditoriale.
Per gli imprenditori, la dottrina del privatismo, che ha
reso il lavoro una merce come ogni altra (basata sul prezzo),
si è tradotta nella sua forma più patologica:
lo sfruttamento, la dequalificazione, il menefreghismo assoluto
verso i dipendenti.
Arrangiatevi ragazzi, ora vige il privato.
E mica vorrete il lavoro a vita…
Per confronto, penso alla ditta farmaceutica in cui lavorò
- per tutta la vita - mio padre.
Quando si ammalò gravemente, il direttore del personale
dell'epoca - era un conte, un aristocratico - telefonò
personalmente a mia madre, le chiese se poteva permettersi
spese, credo le abbia dato del denaro; e la assicurò
che il posto ci sarebbe sempre stato, per mio padre (quando
morì, fu assunta mia sorella).
La ditta era la casa, i dirigenti si sentivano attivamente
responsabili dei dipendenti.
Non è ciò che s'insegna alla Bocconi: s'insegna
che il lavoro è «un costo», e che va
liquidato e alleggerito alla prima occasione.
Stranamente l'Italia andava meglio quando gli aristocratici
milanesi, capi del personale, mettevano la lealtà
fra azienda e lavoratori prima dei «costi».
Tutto questo «taglio sui costi» bocconiano ci
ha portato all'arretramento nel mondo, a dipendenza crescente
dall'estero, a impoverimento generale.
Qui, la colpa è dei politici.
La dottrina liberista - che vieta alla Stato di occuparsi
di imprese - l'hanno tradotta come un immenso scarico di
responsabilità: lo Stato non si occupa più
nemmeno di economia generale, di mantenere il Paese all'altezza
nel mondo.
E' avvenuto un grande rapidissimo cambiamento - la competizione
globale, i salari cinesi ci hanno distrutto - e questa classe
politica non ha fatto niente.
Anzi peggio: si è chiusa nella sua sfera dorata dove
si dà stipendi miliardari, ben salda al riparo dalla
competizione globale (mica possiamo importare magistrati
e funzionari cinesi a 200 euro mensili), estraendo questi
emolumenti da un Paese che stava velocemente impoverendo,
e socialmente degradandosi.
Nella storia d'Italia, non c'è mai stata una classe
burocratica, che abbia presieduto a una così tragica
fase di impoverimento, e così ricca, enormemente
più ricca dei suoi cittadini.
Le responsabilità dei sindacati sono anch'esse enormi:
non hanno segnalato il mutamento in atto e le sue patologie;
in contatto col mondo del lavoro, hanno badato ad addormentarlo,
non sono stati culturalmente in grado di vedere dove si
finiva.
Del resto, ormai, gli iscritti ai sindacati non sono più
lavoratori, ma pensionati.
Certo non interessati allo sviluppo generale.
Ora una mia amica che abita in Russia e viene periodicamente,
trova l'Italia ferma, senza forza intellettuale, completamente
disorientata e istupidita.
Senza qualcuno che dia la direzione; del resto, dove lanciarsi?
Come quasi tutti i Paesi europei, infatti, l'Italia è
stato un Paese culturalmente retto dal dirigismo.
Il «liberismo globale» anglosassone, che ci
è stato imposto da fuori, non lo comprendiamo e non
lo viviamo nel modo giusto: anzi, ci fa male.
La Russia aveva ben più del dirigismo, la socializzazione
forzata, l'abolizione della proprietà privata: le
rovine del «liberismo», là sono state
anche peggiori.
Ma ora, ogni giorno con sempre maggior sicurezza, sta adottando
il dirigismo - l'indicazione di traguardi nazionali da parte
del potere, l'educazione all'ambizione non privata ma collettiva,
ad essere qualcosa nel mondo come nazione - che noi abbiamo
abbandonato.
In Russia, nonostante tutto, c'è più vivacità
intellettuale, dice la mia amica.
E ci ha fatto male l'Europa a-democratica, dove il discorso
pubblico è limitato, dove non si deve parlare di
certe cose.
Ci ha fatto male anche l''euro: l'Europa non ha dato direzioni,
solo regole su regole; ha dato prescrizioni invece che orizzonti
e traguardi.
Ed è ovvio, perché una burocrazia non sarà
mai la madre di nazioni, né sostituirà mai
la nazione.
In Europa, accade questo: che la Germania, a forza di tagli
crudeli sulla pelle dei suoi lavoratori, s'è rese
«competitiva», grande esportatrice di nuovo:
a spese di Italia e Francia, i cui «costi sociali»
sono rimasti alti.
Non siamo soci di un progetto comune; siamo concorrenti
sul mercato globale, restiamo avversari sotto la trappola
pseudo-unificante dell'euro.
E' questa l'Europa Unita?
L'Europa ci predica la «flessibilità»,
la competizione, ci dice che dobbiamo rassegnarci al «mercato»,
quello per cui i giovani non trovano lavoro che precario.
Non ha visto in tempo - stupida, come ogni burocrazia -
che la Cina non ci avrebbe spiazzato solo dai settori «bassi»
(tessile, scarpe, cemento) ma dai settori d'alta gamma tecnologica
a cui la burocrazia incitava i giovani.
Non c'è stato pensiero, non c'è stata elaborazione,
e nemmeno sostegno dopo la rovina.
Solo, negli ultimi tempi, visto che i consumi languono,
veniamo incoraggiati a «sostenere la domanda interna»:
per poi scoprire che lo stimolo alla domanda non giova alle
aziende locali, ma provoca un aumento rapidissimo delle
importazioni.
Perché ciò che oggi i consumatori vogliono
comprare non è più prodotto in Italia né
in Europa: i telefonini da Taiwan, le scarpe Reebock dalla
Cina... persino il cibo locale non è più richiesto,
dalle nuove generazioni degenerate fin nel gusto; e così
la musica pop, lo spettacolo, persino l'architettura: è
richiesto solo quello che compriamo dall'estero.
Bisognava sostenere l'offerta, non la domanda.
Ma ciò comportava l'indicazione di traguardi e settori
strategici, la promozione culturale di chi se ne occupava,
lo stimolo al senso di lealtà fra le generazioni,
unite nel comune destino: insomma, ancora una volta, «dirigismo»
sia pur in regime di proprietà privata e pluralismo
economico.
Ma appunto di questo è vietato parlare.
Un argomento tabù: parlare di dirigismo sarebbe in
qualche modo «fascista», parola su cui grava
un sacro interdetto.
E' impossibile aprire il discorso, esaminare quello che
nel «fascismo» (nei dirigismi europei del ventesimo
secolo) funzionava, e se è possibile separarne la
lezione economica dalla lezione politica, il cosiddetto
«totalitarismo» (che forse, poi, era meno totalitario
del conformismo mediatico di oggi, e sicuramente meno del
socialismo reale staliniano: manteneva la proprietà
privata, ma lo Stato interveniva per salvare le competenze
umane e professionali che i padroni gettavano sulla strada
come un costo).
A forza di tabù stiamo soffocando e istupidendo.
Siamo degenerati perché costretti a vivere in un
universo economico che non ci appartiene, in un «liberismo»
mercantile e finanziario che non è nostro, perché
non è stato elaborato da noi.
Abbiamo gettato nel cesso tutti i nostri patrimoni storici,
per nulla.
A cosa porterà tutto questo?
Al Sudamerica.
Alla borghesia compradora chiusa nei suoi quartieri di lusso
circondati da mura e sorvegliati da guardie armate, per
difendersi dalla violenza e dai furti di una popolazione
giovanile perennemente disoccupata, eternamente senza reddito
certo, e senza istruzione perché «non è
richiesta».
Da questa devastazione della lealtà reciproca nasce,
inarrestabile, la violenza.
E con in più, la concorrenza degli immigrati di colore
e di altra fede: l'ideale per fare della questione sociale
una miscela esplosiva di tipo razziale.
Il Sudamerica oggi si dà capi-popolo venuti da questo
popolo inoccupabile e degradato, ossia ignoranti: Chavez
ne è l'esempio, che i nostri uomini di sinistra ultrà
- ignorantissimi - stanno imitando.
Ma Chavez ha almeno il petrolio.
E noi?
Maurizio Blondet
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