E' la notte tra il 28 e il 29 maggio 1979 quando gl'inquilini
di via Montebuono, nel quartiere Trieste, a Roma, vengono
svegliati da grida disperate. Chi si affaccia vede un corpo
riverso nel cortile di un condominio, ai piedi di un muro
alto cinque metri. Arriva la polizia, poi un'ambulanza.
Si tratta di Francesco Cecchin, uno studente diciottenne,
conosciuto come attivista missino. E' in condizioni gravissime
e ci si chiede come abbia fatto a precipitare in quel cortile.
I giornali del mattino non riportano neppure la notizia,
ma i suoi familiari e i suoi camerati sanno qual è
la verità. Francesco Cecchin era sceso di casa insieme
alla sorella per una passeggiata fino a via Montebuono,
dove un suo amico lavora in un ristorante. Poco dopo mezzanotte,
mentre i due ragazzi sono fermi davanti all'edicola di piazza
Vescovio, spunta una Fiat 850 bianca che compie una brusca
frenata davanti a loro; dall'auto scende un uomo che urla
all'indirizzo di Francesco: "...E' lui, è lui,
prendetelo!".
Intuendo il pericolo e, probabilmente, riconoscendo l'aggressore,
Francesco fa allontanare la sorella e corre in direzione
di via Montebuono, inseguito dagli occupanti della macchina.
La sorella, intanto, si getta vanamente al loro inseguimento,
urlando: "Francesco, Francesco!"; le sue grida
vengono udite da un giovane che, sceso in strada, nota un
uomo darsi alla fuga verso via Monterotondo e qui salire
sulla Fiat 850 bianca che si allontana velocemente. Il corpo
di Francesco viene quindi rinvenuto in fondo ad un cortile,
in posizione supina, distante circa un metro e mezzo dal
muro alto cinque metri, perde sangue dalla tempia e dal
naso e tiene ancora strette nella mano sinistra un mazzo
di chiavi, di cui una storta che spunta tra le
dita, e in quella destra un pacchetto di sigarette. A questo
punto sarebbe stato lecito attendersi immediate indagini,
invece sembra che tutti abbiano una fretta tremenda di liquidare
l'accaduto come "un incidente". La polizia, negando
che vi sia stata una colluttazione, arriva a ipotizzare
che Francesco - impaurito - abbia scavalcato il muretto
del cortile senza rendersi conto che sotto c'era un salto
di cinque metri... Ma Francesco conosceva bene quel palazzo
e il suo cortile, in quanto ci abitava un suo amico; inoltre
era ben strano che il corpo fosse stato trovato in posizione
supina, anziché riversa, tipica di chi si lancia,
e senza contusioni agli arti, inevitabili quando si effettua
un salto volontario da una simile altezza.
Prende così corpo la tragica ipotesi che il corpo
di Francesco sia stato gettato, già esanime, al di
là del muretto che delimita il terrazzo; tesi avvalorata
da altri particolari: innanzitutto il trauma cranico, segno
che il peso dell'impatto al suolo si è scaricato
tutto sulla testa; poi le chiavi e il pacchetto di sigarette
ancora strette nelle mani: chi pensa di lanciarsi oltre
un ostacolo cerca istintivamente di avere le mani libere;
infine, la dichiarazione resa da alcuni testimoni che affermano
di avere udito: "le grida di un ragazzo, poi alcuni
attimi di silenzio... e, infine, un forte tonfo non accompagnato
da alcun grido": è difficile credere che una
persona possa gettarsi spontaneamente giù da un muro
alto cinque metri e non emettere il minimo grido neppure
atterrando pesantemente a terra. Che prima di questo tragico
epilogo ci fosse stata una colluttazione è dimostrato,
poi, dalla chiave piegata rinvenuta tra le dita di Francesco,
sicuramente usata come arma di difesa contro i suoi assassini,
e dai segni dei colpi subiti riscontrati su tutto il corpo.
Il 16 giugno, dopo 19 giorni di coma, Francesco muore e
solo allora vengono avviate le indagini. Viene arrestato
Stefano Marozza, iscritto al PCI e proprietario della famigerata
850 bianca, il quale cerca di scagionarsi dichiarando che
la sera dell'agguato era andato a vedere un film, ma gli
inquirenti verificano che il cinema indicato era chiuso...
Ciò nonostante, mentre nessuno si preoccupa di verificare
chi poteva essere insieme a lui quella sera, qualcuno gli
fornisce un nuovo alibi, questa volta "perfetto";
mentre ogni prova e ogni riscontro viene fatto sparire dagli
incartamenti.
Anni dopo il giudice, scrivendo la sentenza, dichiara che
se non era stato in grado di condannare l'imputato e neppure
di fare piena luce sull'omicidio Cecchin, ciò era
colpa dei ritardi nelle indagini e del modo di procedere
degli investigatori, al punto che il magistrato ipotizza
persino di avviare un procedimento nei confronti degli organi
di Pubblica Sicurezza.
Raccontate che lottava per un popolo
Raccontate lo schianto del suo corpo
Raccontate del sangue sul selciato
Urlate a chi non vuol sentire
LUI VIVE, LUI COMBATTE."