Fonte :http://www.effedieffe.com/
Autori:Metz Yeghern e Domenico Savino
Deportati armeni in un campo improvvisato nel deserto siriano
nel 1915 Oggi si celebra la «giornata della memoria»
e tutti sanno cos'è la Shoah. Ma se chiedete a qualcuno
cosa significa Metz Yeghern nessuno lo sa. Si tratta di
quasi due milioni di persone scomparse, oltrechè
dalla faccia della terra, anche dalla storia, un autentico
genocidio della carne e della memoria, che ha avuto non
pochi complici.
Così oggi, affinchè il 27 gennaio sia giornata
della memoria di tutti gli orrori che il secolo XX ha prodotto
contro la creatura umana, fatta a immagine e somiglianza
di Dio, quella storia ve la raccontiamo noi.
Nell'estate del 1915, mentre le nazioni europee, sospinte
da interessi a loro estranei si scannano a vicenda nell'«inutile
strage» del primo conflitto mondiale, nella parte
orientale dell'impero ottomano si consuma silenziosamente
il primo di tutti gli olocausti del XX secolo, quello degli
armeni, progettato e messo in atto dai turchi con una premeditazione
e una ferocia inaudite.
Tra il 1915 e il 1917 dei circa due milioni e 100mila armeni
residenti nelle province dell'impero ne restavano in vita
solo 600mila.
Per dirla con Vittorio Messori «una percentuale dell'orrore
che non ha pari, in età moderna, per alcun altro
popolo». A queste vanno aggiunte le 300.000 vittime
delle persecuzioni del 1894-1896 e quelle dei massacri in
Cilicia del 1909. Un popolo sopravvissuto a secoli di dominazioni
straniere giunse in pochi mesi alla soglia dell'annientamento.
Ci sono stragi che non contano e di cui
non si trova traccia nei libri di storia: il genocidio degli
armeni è una di queste. Forse perché l'Armenia
fu il primo regno cristiano del mondo. La tradizione fa
risalire il primo annuncio del Vangelo in Armenia agli apostoli
Taddeo e Bartolomeo, ma sarà solo a seguito dell'apostolato
di san Gregorio l' Illuminatore, che nel 301 battezzò
il re Tiridate III e la sua corte, che il cristianesimo
fu - per la prima volta nella storia - religione di Stato.
Questa scelta, oltre che per la posizione geografica dell'Armenia,
sono state per il popolo che l'abitava causa di molte persecuzioni
e guerre.
Ma l'Armenia rimase fino alla fine fedele.
Con il declino dell'Impero romano, gli armeni caddero sotto
l'influenza di Bisanzio, poi sotto quella persiana e dall'VII
secolo sotto quella araba, conservando però sempre
una forte identità cristiana e costituendo una chiesa
nazionale.
Ancora, durante il medioevo gli armeni riuscirono a ricostituire
per brevi periodi dei regni autonomi, ma dal XVI secolo
in poi gran parte del loro territorio venne conquistato
dai turchi ottomani.
In quanto sudditi cristiani, gli armeni dovettero assoggettarsi
alla «Sharia», la legge coranica, quale unica
fonte del diritto e conseguentemente non godevano dei «diritti
civili» riconosciuti ai musulmani, non avevano titolo
al possesso della terra, dovevano allo Stato un'imposta
fondiaria e la loro parola non costituiva testimonianza
valida nei tribunali mussulmani.
Nonostante ciò, come altre popolazioni
cristiane dell'impero (greci, bulgari, rumeni, assiro-caldei,
serbi e macedoni) e al pari degli ebrei, la loro identità
non era messa in discussione dai sultani turchi.
A partire dal XVIII secolo la formidabile compagine dell'Impero
ottomano entrò in crisi.
Il «grande malato» divenne oggetto di attenzione
delle potenze europee, che mentre favorivano il sorgere
dei nazionalismi nei Balcani, allo scopo di sottrarre all'impero
i possedimenti europei, dall'altro temevano però
le mire espansioniste della Russia zarista sul versante
caucasico.
Nel 1876 salì al potere il sultano Abdul Hamid e
solo due anni dopo i russi inflissero una grave sconfitta
agli eserciti della «Sublime Porta» nelle regioni
del Caucaso, abitate dagli armeni.
Nel successivo Congresso di Berlino (1878), la proposta
di costituire una nazione armena fallì per l'opposizione
del primo ministro inglese di origine israelita Benjamin
Disraeli.
Lo zar ottenne solo che nei trattati internazionali venisse
inserita una clausola che permetteva alla Russia di esercitare
un diritto di «protezione» nei riguardi degli
armeni, in quanto cristiani.
Se, nonostante fosse cristiana, la nazione armena era fino
ad allora considerata la «millet-y-sadyka»,
«la comunità più fedele», da allora
crebbero, invece e a torto, i sospetti di collaborazionismo
con la Russia, mentre iniziavano a manifestarsi segni di
risveglio del sentimento nazionale armeno, oltre alla rivendicazione
- soprattutto da parte della classe media - di quei diritti
civili fino ad allora negati.
Interprete di questo movimento fu anche il patriarcato armeno
di Costantinopoli, che rappresentava la causa armena sulla
scena internazionale.
Il sultano Abdul Hamid, temendo una ulteriore perdita di
territori e sfruttando il pretesto di alcuni attentati provocati
da nazionalisti armeni, diede il via, tra il 1894 e il 1896,
a una serie di massacri, fatti eseguire dagli Hamidiés
(battaglioni curdi appositamente costituiti dal sultano).
Le vittime furono circa 300.000, senza contare le conversioni
forzate all'Islam che però non ebbero seguito.
A causa delle persecuzioni si assistette ad una forte ondata
emigratoria.
Fu solo l'inizio di una serie di massacri che durerà
da allora per trent'anni sotto tre diversi regimi turchi.
Le potenze europee, paralizzate dal timore
di compromettere il fragile equilibrio internazionale, già
caldissimo per via della questione balcanica, non intervennero
contro l'impero ottomano.
Ma un nemico ancor più temibile del sultano avrebbe
segnato la vita del popolo armeno: «i Giovani Turchi»
ed il loro partito «Unione e Progresso»(Ittihad
ve Terakki).
I giovani Turchi si ispiravano anche nel nome agli ideali
della società segreta mazziniana Giovine Italia.
Nel suo libro «Cronache dell'Anticristo» Maurizio
Blondet ricorda come «il Risorgimento italiano non
è soltanto un movimento di riscatto nazionale, ma
anche e soprattutto un grandioso movimento sociale, che
entra nel quadro di un più vasto movimento europeo;
e per gli ebrei, Risorgimento non significava solo l'unità
d'Italia, ma anche e soprattutto emancipazione (cioè
estensione alla minoranza ebraica della cittadinanza e di
pari diritti civili e politici con gli altri cittadini).
Tutti gli ebrei partecipano a questa lotta; fanno parte
di società segrete». (1)
E' ancora Blondet a svelare come nella nascita dei «Giovani
Turchi» l'elemento ebraico svolga un ruolo determinante.
E non si tratta di un elemento ebraico qualsiasi.
Sono i Dunmeh, che in turco significa apostati, ebrei apparentemente
convertiti all'Islam, seguaci di Shabbatai Zevi, uno dei
molti falsi messia, che popolarono il giudaismo a partire
dal XVII secolo.
La sua dottrina che predica la «santa apostasia»,
la presenza di un messia peccatore e la trasgressione della
«legge» è la premessa ad un'azione che
predica la trasformazione del mondo: «quando le rivoluzioni
moderne - scrive G. Scholem - ebbero aperto ai sabbatei
nuovi orizzonti e li avvertirono di metodi più concreti
per modificare il corso della storia, che la violazione
in segreto della Torah, essi cominciarono a preoccuparsi
di rovesciare la struttura della società».
(2)
I Dunmeh, che già sono molto influenti
e sono medici e avvocati o detengono il monopolio del commercio,
cominciano a rivestire ruoli importanti nell'amministrazione
pubblica e nell'esercito e divengono giudici e membri del
Consiglio di Stato.
Furono loro l'anima progressista, relativista, modernizzatrice
dell' intellighenzija turca, loro che proclamarono per la
prima volta l'idea di repubblica e di riformismo.
Citando Scholem, Blondet ricorda che «i dunmeh hanno
esercitato un ruolo importante nel Comitato Unione e Progresso,
l'organizzazione dei Giovani Turchi che ebbe origine a Salonicco,
il centro culturale dei sabbatei. Le 'idee riformatrici'
si propagarono soprattutto nell'esercito ottomano».
(3)
Il panturchismo dei Giovani Turchi ritiene che l'impero
possa risorgere solo attraverso l'esaltazione del sentimento
nazionale ed etnico. L'idea, che si accompagna al ritorno
del mito di Turan, leggendario capostipite dell'etnia turca,
è quella di ricomporre sotto di esso tutti i popoli
che si riconoscono nella lingua, nella religione e nella
razza turca: uzbeki, tagiki, kazaki e azeri.
Ma a frapporsi fra i turchi e le etnie che si riconoscono
in Turan, ci sono, oltre ai curdi, gli armeni.
Nella propaganda dei Giovani Turchi, sono soprattutto gli
armeni l'ostacolo, perché sono cristiani e quindi
implicitamente alleati delle potenze europee, oltreché
a forte rischio di «secessione», come insegnavano
i recentissimi avvenimenti, che avevano visto la nascita
della Bulgaria e della Serbia, distaccatesi definitivamente
dal dominio ottomano durante le guerre balcanichedi inizio
secolo.
Il nazionalismo esasperato, unito a dottrine
marxiste e socialiste, fa sì che i Giovani Turchi
non possano contare sul sultano per realizzare il loro progetto
politico, poiché il suo governo è corrotto
e debole.
All'inizio del '900, poi, i possedimenti ottomani in Europa
si ridussero a un fazzoletto di terra intorno a Costantinopoli
e l'impero venne così a perdere ancor più
la sua connotazione multietnica, facendo diventare l'elemento
turco del tutto dominante.
I Giovani Turchi nel 1908 presero allora il potere con un
colpo di Stato, cui inizialmente gli armeni, sperando nell'avvento
di un regime che riconoscesse loro i diritti civili, diedero
appoggio.
Il sultano non venne spodestato, ma esautorato.
Chi davvero venne a detenere il potere venne salutato dal
francese conte Ostrorog con un caloroso saluto «a
nome dell'Europa liberale e della Francia repubblicana»
per «l'entrata della Turchia nella via della Libertà
e dell'Uguaglianza». La delegazione che depose il
sultano, composta di tre personalità appartenenti
ai Giovani Turchi, comprendeva l'ebreo Emmanuel Carasso,
mentre uno dei leader più in vista dei Giovani Turchi,
Mehmet Talat Pascià (1827-1921) era il gran maestro
del Grande Oriente di Turchia, affiliato al Grande Oriente
di Francia, amico di quel Gelfand Israel Lazarevitch, detto
Parvus, che finanzierà la rivoluzione bolscevica.
(4)
La filigrana della rivoluzione appare simile a tante altre
che hanno scosso le nazioni del vecchio continente.
La «modernità» dei Giovani Turchi, rispetto
al decadente ed impotente sultanato di civiltà islamica,
li rende ben accetti in Europa, perché proclamano
di voler riformare l'impero, laicizzare le istituzioni,
imponendo
al sultanato un regime costituzionale.
In un primo momento gli armeni ottengono teoricamente lo
«status» di cittadini a tutti gli effetti e
nell'Armenia vengono formate sei entità vagamente
autonome, chiamate villayet.
I Giovani Turchi sembrano intenzionati a creare una federazione
di tutti i popoli precedentemente inclusi nell'impero, ma
la prova delle loro vere intenzioni si ha nel 1909 in Cilicia,
dove 30.000 cristiani armeni vengono massacrati.
Una delle poche voci che si alzano in questo periodo in
difesa degli armeni e dei curdi è quella di Benito
Mussolini, allora giornalista e socialista rivoluzionario.
Al convegno di Tessalonica del 1910 il ministro degli Interni
Taalat delinea il principio di omogeneizzazione della Turchia
tramite la forza delle armi e la segretissima convenzione
del Politbüro del partito organizzerà il
genocidio.
In primo luogo viene approvata una legge che permette lo
deportazione di popolazioni in caso di guerra.
Poi nel 1913, esautorando quasi completamente il sultanato,
i Giovani Turchi danno vita ad una dittatura militare guidata
da Djemal, Enver Pascià e da Talaat Pascià,
futuri ministri della Marina, della Guerra e dell'Interno.
Infine il ministro Enver Pascià costituisce la Teskilati
Mahsusa, un'organizzazione guidata da due medici, Nazim
e Beheaddine Chakir, che ufficialmente risulta creata per
compiere azioni di guerriglia in caso di conflitto, mentre
è in realtà una vera e propria macchina di
sterminio, nella quale, per ammissione del colonnello tedesco
Stang, vengono assoldati trentamila avanzi di galera.
La cosa insospettisce le potenze europee,
che minacciano ritorsioni in caso di pericolo per gli armeni.
Allora per i Giovani Turchi si tratta di attendere l'occasione
per l'annientamento.
Il loro odio aumenta perché nel febbraio del 1914
la Russia li costringe a firmare un trattato che impone
loro il controllo di ispettori stranieri sulle province
armene, a tutela della minoranza cristiana.
Il clima internazionale è rovente, lo scoppio della
Grande Guerra imminente.
Quando il conflitto ha inizio i partiti armeni cercano invano
di opporsi.
L'impero turco si schiera con gli imperi centrali.
La Terza Armata turca, impreparata e male equipaggiata,
viene mandata allo sbaraglio in condizioni climatiche ostili
a Sarikamish, dove il 15 gennaio 1915 viene sbaragliata
dalle forze russe.
I russi penetrano in territorio turco sotto la guida di
quattro legioni formate da armeni, sudditi dello zar, ma
senza che gli armeni di Turchia siano complici di questa
strategia.
Ciononostante, l'esercito turco indica i responsabili della
disfatta proprio negli armeni e l'accusa di tradimento è
la molla che fa scattare un piano di sterminio premeditato
da tempo e ora favorito dalla situazione internazionale.
Tra il 24 ed il 25 Aprile, ben 2345 notabili armeni vengono
arrestati, deportati verso l'interno e uccisi, decapitando
così l'intellighenzija della nazione.
Poi tra il maggio ed il luglio del 1915 vengono sterminati
gli armeni delle province orientali di Erzerum, Bitlis,
Van, Diyarbakir, Trebisonda, Sivas e Kharput.
Si salveranno solo i residenti della provincia di Van, che
riescono a riparare in Russia grazie ad una provvidenziale
avanzata dell'esercito zarista.
Quanto ai militari essi vengono inizialmente privati delle
armi.
Ridotti in squadre di 300 o 500 unità, sottoposti
a lavori forzati per sostenere l'esercito turco, vengono
infine sistematicamente eliminati dalle squadre delle organizzazioni
speciali.
Nell'estate del 1915 tutti gli armeni arruolati sono stati
già passati per le armi.
La seconda parte del piano prevedeva il
completamento del genocidio.
Tra l'agosto del 1915 ed il luglio del 1916 gli armeni sopravvissuti
e sparsi nei distretti orientali, vengono catturati, riuniti
in carovane e in condizioni inumane vengono costretti a
raggiungere Aleppo, mentre un'altra parte di deportati viene
mandata verso Deir es-Zor, in Mesopotamia.
Assaliti durante il viaggio dalle bande della Teskilati
Mahsusa di Nazim e Chakir, lasciati per giorni senza cibo
o costretti a marce forzate, solo il 10% giunse a destinazione,
dove peraltro trovò comunque la fine: molti furono
gettati in caverne e bruciati vivi, altri annegati.
L'unica resistenza fu quella dei cinquemila armeni assediati
per un mese e mezzo sulla montagna del Mussa-Dagh (la montagna
di Mosè), a nord del Libano, messi in salvo da una
nave francese allertata da una bandiera issata dagli assediati,
che recava la scritta: «christians in distress: rescue!»
(cristiani in pericolo, soccorso!).
Gli appelli di Papa Benedetto XV per salvare il popolo armeno
caddero nel vuoto, mentre i turchi avevano proclamato la
guerra santa.
Giacomo Gorrini, console generale d'Italia a Trebisonda
e testimone oculare dei fatti ricorda: «dal 24 giugno,
giorno della pubblicazione dell'infame decreto, fino al
23 luglio, giorno della mia partenza da Trebisonda, io non
avevo dormito: non avevo mangiato più, ero in preda
ai nervi, alla nausea, tanto era lo strazio di dover assistere
ad una esecuzione in massa dicreature inermi, innocenti.
Il passaggio delle squadre degli armeni sotto le finestre
e davanti la porta del consolato, le loro invocazioni al
soccorso senza che né io né altri potessimo
fare nulla per loro, la città essendo in stato d'assedio,
guardata in ogni punto da 15mila soldati in pieno assetto
di guerra, da migliaia di agenti di polizia, dalle bande
dei volontari e dagli addetti del comitato Unione e Progresso;
i pianti, le lacrime, la desolazione, le imprecazioni, i
numerosi suicidi, le morti subitanee per lo spavento, gli
impazzimenti improvvisi, gli incendi, le fucilate in città,
la
caccia spietata nelle case e nelle campagne; i cadaveri
a centinaia trovati ogni giorno sulla strada dell'internamento,
le giovani donne ridotte a forza musulmane o internate come
tutti gli altri, i bambini strappati alle loro famiglie
o alle scuole cristiane e affidati per forza alle famiglie
musulmane, ovvero posti a centinaia sulle barche con la
sola camicia, poi capovolti e affogati nel mar Nero o nel
fiume Dére Méndere, sono gli ultimi incancellabili
ricordi di Trebisonda, ricordi che, ancora, a un mese di
distanza, mi straziano l'anima, mi fanno fremere».
L'ambasciatore americano di origine ebraica
Henry Morgenthau nel suo libro di memorie ricorda come «villaggi
dopo villaggi e città dopo città, furono spogliati
della loro popolazione armena, in condizioni simili. Durante
questi sei mesi, da quanto si può sapere, circa 1.200.000
persone furono indirizzate verso il deserto della Siria.
'Pregate per noi', dicevano, abbandonando i focolari che
2.500 anni prima avevano fondato i loro avi. 'Non torneremo
mai più su queste terre, ma noi ci ritroveremo un
giorno. Pregate per noi!'. Avevano appena abbandonato il
suolo natale che i supplizi cominciavano; le strade che
dovevano seguire non erano che dei sentieri per muli dove
procedeva la processione, trasformata in una ressa informe
e confusa. Le donne erano separate dai bambini, i mariti
dalle mogli. I vecchi restavano indietro esausti, i piedi
doloranti. I conduttori dei carri trainati dai buoi, dopo
avere estorto ai loro clienti gli ultimi quattrini, li gettavano
a terra, loro e i loro beni, facevano dietro front e se
ne tornavano ai villaggi,alla ricerca di nuove vittime.
Così, in breve tempo, tutti, giovani e vecchi, si
ritrovavano costretti a marciare a piedi; e i gendarmi che
erano stati inviati, per così dire, per proteggere
gli esiliati, si trasformavano in veri carnefici. Li seguivano,
baionetta in canna, pungolando chiunque facesse cenno di
rallentare l'andatura. Coloro i quali cercavano di arrestarsi
per riprendere fiato, o che cadevano sulla strada morti
di fatica, erano brutalizzati e costretti a raggiungere
al più presto la massa ondeggiante.
Maltrattavano anche le donne incinte e se qualcuna, e ciò
avveniva spesso, si accovacciava ai lati della strada per
partorire, l'obbligavano ad alzarsi immediatamente e a raggiungere
la carovana. Inoltre, durante tutto il viaggio, bisognava
incessantemente difendersi dagli attacchi dei musulmani.
Distaccamenti di gendarmi in testa alle carovane partivano
per annunciare alle tribù curde che le loro vittime
si avvicinavano e ai paesani turchi che il loro desiderio
finalmente si realizzava. Lo stesso governo aveva aperto
le prigioni e rilasciato i criminali, a condizione che si
comportassero da buoni maomettani all'arrivo degli armeni.
Così ogni carovana doveva difendere la propria esistenza
contro più categorie di nemici: i gendarmi di scorta,
i paesani dei villaggi turchi, le tribù curde e le
bande di cetè o briganti. Senza dimenticare che gli
uomini che avrebbero potuto proteggere questi sfortunati
erano stati tutti uccisi o erano stati arruolati come lavoratori,
e che i malcapitati deportati erano stati sistematicamente
spogliati delle armi. A qualche ora di marcia dal punto
di partenza, i curdi accorrevano dall'alto delle loro montagne,
si precipitavano sulle ragazze giovani e, spogliandole,
stupravano le più belle, come pure i bambini che
piacevano loro, e rapinavano senza pietà tutta la
carovana, rubando il denaro e le provvigioni, abbandonando
così gli sfortunati alla fame e allo sgomento».
L'annientamento era compiuto e la guerra
volse al termine.
La Turchia, alleata della Germania che aveva inviato propri
consiglieri militari a sostenere l'azione dei Giovani Turchi,
uscì anch'essa sconfitta.
Approfittando della rivoluzione in corso in Russia, gli
armeni che erano riparati sotto il controllo dell'impero
zarista, il 28 maggio 1918 dichiararono la propria indipendenza
e dopo la conquista di alcuni territori nell'Armenia turca,
venne proclamata la repubblica armena, che nel 1920 sarà
però sovietizzata.
Se durante i lavori del Trattato di Sevrès venne
perfino riconosciuta l'indipendenza al popolo armeno e la
sua sovranità su gran parte dei territori dell'Armenia
storica, il successivo Trattato di Losanna (1923) annullò
quelle decisioni, negando al popolo armeno persino il riconoscimento
della sua stessa esistenza.
Sarà solo nel settembre del 1991, dopo il crollo
dell'Unione Sovietica, che l'Armenia potrà dichiarare
la propria indipendenza, divenendo l'attuale repubblica
d'Armenia.
Torniamo un attimo ancora indietro.
Quando la Grande Guerra finì nel 1918, l'ascesa alla
guida della Turchia di Kemal Ataturk non cambiò,
se non in peggio, il destino degli armeni rimasti in territorio
turco, che tra il 1920 ed il 1922, con l'attacco alla Cilicia
armena ed il massacro di Smirne, vennero definitivamente
sterminati.
Dopo questi ultimi crimini quasi nessun armeno rimase vivo
in Turchia (tranne pochissimi che si erano convertiti all'Islam).
Metz Yeghern (il Grande Male) è il
termine con cui gli armeni chiamano il loro olocausto, compitosi
nel breve spazio di pochi mesi e che fu causa della formazione
di una vasta diaspora armena in tutto il mondo.
Il massacro degli armeni venne definito nel rapporto della
Commissione dei Diritti dell'Uomo all'ONU (settembre 1973)
come il primo genocidio del XX secolo perpetrato a danno
di un popolo fortemente legato al perdono evangelico.
Le atrocità commesse dai turchi nei loro confronti
portarono gli alleati ad introdurre il concetto di «crimes
against humanity», in seguito usato durante il processo
di Norimberga.
Ma il processo che si celebrò per il genocidio armeno
ebbe ben altra risonanza e ben altri risultati, rispetto
a ciò che sarebbe avvenuto a Norimberga.
Dopo la disfatta ottomana, infatti, i principali responsabili
del genocidio ripararono in Germania.
A loro carico venne intentato un processo, svoltosi nel
1919 a Costantinopoli, ma nei confronti dei condannati non
vennero mai presentate richieste di estradizione e successivamente
i verdetti della Corte vennero annullati.
Lo scopo era evidentemente solo quello di addossare la responsabilità
dell'accaduto sulle spalle dei Giovani Turchi, scagionando
al tempo stesso la nazione turca in quanto tale e il nuovo
regime di Ataturk.
Fu così che gli armeni decisero di farsi giustizia
da soli.
Il partito Dashnag creò un'organizzazione di giustizieri
che si incaricò di eliminare alcuni dei principali
responsabili del genocidio. Vennero assassinati a freddo
Behaeddin Chakir, Djemal Azmi (il boia di Trebisonda), Djemal
Pascià (componente del triumvirato dirigente dei
Giovani Turchi) e l'ex ministro degli Interni Talaat, ucciso
per le strade di Berlino il 15 Marzo del 1921.
Ma l'assassino di quest'ultimo venne assolto per l'omicidio
compiuto, perché i giudici riconobbero che le colpe
di cui Talaat si era reso responsabile erano di una efferatezza
indescrivibile.
Poi sono passati quasi ottant'anni di silenzio.
Domandiamoci: chi ha messo il silenziatore all'olocausto
cristiano d'Armenia?
Chi continua nel genocidio della memoria?
Quali sono le cause di questo silenzio?
Vittorio Messori ne individua due: l'importanza strategica
della Turchia per USA, Israele ed Europa e l'influsso della
lobby ebraica USA, che rifiuta di mettere Metz Yeghern a
paragone con la Shoah, per il rischio di veder sminuita,
se non proprio invalidata, l'unicità di quest'ultima.
(5)
Il 3 maggio 2000 la Provincia di Roma ha organizzato un
convegno che ha visto come relatore l'onorevole Giancarlo
Pagliarini e la partecipazione del professor Giuliano Vassalli.
A seguito dell'iniziativa l'ambasciata turca ha diramato
una nota in cui si legge testualmente che «gli armeni
in Turchia non furono vittime di un genocidio: si trattò,
in realtà di una tragedia umana condivisa da due
popoli in circostanze di guerra».
Ed ancora, all'interno dello stesso comunicato, si dice
che si trattò di «una tragedia comune che causò
sofferenze reciproche e migliaia di vittime da ambedue le
parti».
Secondo l'ambasciata turca il genocidio armeno non può
essere definito tale in quanto mancherebbe l'elemento essenziale,
ovvero «l'intenzione di distruggere un gruppo nazionale,
etnico, razziale o religioso».
Perché si permette impunemente alla
Turchia di mentire?
La volontà di annientamento degli armeni venne dichiarata
con inequivocabile, agghiacciante determinazione: «è
dovere di noi tutti - dichiarò il ministro dell'Interno
Talaat Pascià il 18 novembre 1915 - effettuare nelle
sue linee più ampie la realizzazione del nobile progetto
di cancellare l'esistenza degli armeni che per secoli hanno
costituito una barriera al progresso e alla civiltà
dell'impero. Siamo criticati e richiamati ad essere pietosi;
questa semplificazione è una sorta di ingenuità.
Per coloro che non cooperano con noi troveremo un posto
che stringerà la fibra dei loro cuori delicati».
Concetto che ribadì il 1 dicembre 1915: «il
luogo di esilio di questa gente sediziosa è l'annientamento».
E il Comitato Unione e Progresso nell'assemblea del 25 marzo
1915 già aveva deliberato che «.la Jemiet (assemblea)
ha deciso di salvare la madrepatria dalle ambizioni di questa
razza maledetta e di prendersi carico sulle proprie spalle
patriottiche della macchia che oscura la storia ottomana.
La Jemiet, incapace di dimenticare tutti i colpi e le vecchie
amarezze, ha deciso di annientare tutti gli armeni viventi
in Turchia, senza lasciarne vivo nemmeno uno e a questo
riguardo è stato dato al governo ampia libertà
d'azione.».
La fine riservata agli armeni era nota a tutti, al punto
che il console USA Leslee Davis il 24 luglio 1915 affermò
che «non è un segreto che il piano previsto
consisteva nel distruggere la razza armena in quanto razza».
Ma torniamo ai giorni nostri.
Solo il 17 novembre 2000 la Camera dei deputati
italiana ha riconosciuto ufficialmente quel genocidio, approvando,
dopo anni di lunghe insistenze, un documento presentato
già nel '98 dall'onorevole Pagliarini (Lega Nord)
e sottoscritta da 165 deputati di vari partiti che chiede
formalmente alla Turchia di riconoscere il genocidio degli
armeni e di ristabilire relazioni diplomatiche e commerciali
con la repubblica armena, abolendo l'embargo attuato contro
di essa.
Perché si è lasciato che il governo turco
definisse la mozione approvata «infelice» ed
il comportamento del Parlamento Italiano «poco serio»,
senza pretendere scuse ufficiali?
Perché, mentre il mondo si indigna per le dichiarazioni
sulla Shoah del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad,
alla Turchia è stato impunemente consentito di negare
fino ad oggi addirittura che l'olocausto armeno sia avvenuto?
Perché David Irving viene incarcerato per aver negato
le proporzioni della Shoah e Orhan Paruk, famoso scrittore
turco, viene incriminato in questi giorni per «vilipendio
alla nazione», proprio per aver denunciato invece
lo sterminio dei curdi e degli armeni nella Turchia del
1915?
Perché Bernard Lewis, professore emerito presso la
Princeton University, nonché autorevole studioso
ebreo della storia dell'Islam, quando nega il genocidio
armeno viene condannato in Francia, ma non provoca lo sdegno
internazionale provocato da Irving e Faurisson?
Perché all'interno di Alleanza nazionale l'onorevole
Antonio Serena è stato espulso per aver inviato a
tutti i deputati un video con l'autobiografia di Erich Priebke
e per contro l'allora presidente della commissione politiche
europee della camera Sandra Fei, di ritorno da una visita
in Turchia, rilasciava impunemente le seguenti dichiarazioni:
«il genocidio degli armeni non è basato su
prove scientifiche» e definiva la mozione presentata
dall'onorevole Pagliarini «sbagliata perché
non si può riconoscere per legge il genocidio degli
armeni senza prove scientifiche?».
Perché il 21 ottobre 2000 la camera dei rappresentanti
degli Stati Uniti «ha ritirato il documento, che prevedeva
il riconoscimento del genocidio armeno, in conseguenza delle
minacce della Turchia di sospendere le forniture di elicotteri
di imprese texane ed ipotizzando addirittura l'interdizione
ai mezzi NATO della base aerea di Incirlik? Perché
si è permesso al ministro turco Sabahattin Camakoglu
di ringraziare gli statunitensi per aver sconfitto 'la lobby
armena'? (6)
Perché ancora nel settembre scorso un tribunale turco
(a seguito della denuncia di un avvocato nazionalista, membro
dei Lupi Grigi, la stessa organizzazione cui apparteneva
Alì Agca, l'attentatore di Giovanni Paolo II) voleva
vietare lo svolgimento di una conferenza puramente accademica
all'Università del Bosforo sul genocidio degli armeni?»
(7).
Lo storico turco Taner Akçam, costretto ad emigrare
in America, afferma che «il collegamento tra la fondazione
dellarepubblica e i massacri ha contribuito a trasformare
il genocidio armeno in un tabù. Funzionari della
repubblica non hanno esitato a fare dichiarazioni pubbliche
in questo senso.
Uno dei capi del partito Ittihad ve Terakki, Halil Mentese,
ha dichiarato: 'Se non avessimo ripulito la parte orientale
dell'Anatolia dai miliziani armeni che hanno collaborato
con i russi, la formazione della nostra
repubblica nazionale non sarebbe stata possibile'. Allo
stesso modo, nel corso della prima assemblea nazionale della
repubblica, si sono sentiti discorsi di questo genere: 'per
salvare la patria, abbiamo accettato il rischio di essere
considerati assassini' ».
Tra le ragioni del silenzio - prosegue Akçam - vi
è il fatto che «lo stato kemalista è
dominato da una burocrazia civile e militare laica sì,
però tutt'altro che democratica. Essa si identifica
con lo Stato, per cui la sovranità non risiede nei
cittadini, titolari di diritti, ma appartiene alle autorità,
non elette, maldisposta a condividerle con i partiti politici.
I vari colpi di Stato militari, che si sono succeduti con
cadenza regolare durante la storia repubblicana, sono serviti
soprattutto a rafforzare il potere autocratico di questa
casta».
Chi scorda le parole di Armin. T. Wegner,
il fotografo tedesco che immortalò lo sterminio del
popolo armeno: «è a nome della nazione armena
che io mi appello a voi, come uno dei pochi europei che
sia stato testimone oculare, fin dal suo inizio, dell'atroce
distruzione del popolo armeno nei fertili campi dell'Anatolia;
oso rivendicare il diritto di farvi il quadro delle scene
di sofferenza e di terrore che si sono snodate davanti ai
miei occhi per circa due anni, che nonsi potranno mai cancellare
dalla mia memoria...
io non accuso il popolo semplice di questo Paese, il cui
animo è profondamente onesto, ma io credo che la
casta di dominatori che lo guida non sarà mai capace,
nel corso della storia, di renderlo felice, perché
essa
ha distrutto totalmente la nostra fiducia nelle loro capacità
di incivilire ed ha tolto alla Turchia, per sempre, il diritto
all'autogoverno».
Chi vuole la Turchia in Europa?
L'ingresso della Turchia nell'Unione Europea, fatta di Stati
a tradizione cristiana, farebbe sì che con i suoi
ottanta milioni di cittadini musulmani la nazione più
popolosa sarebbe l'unica musulmana ed extraeuropea.
Chi ha interesse a questo?
Forse gli stessi che non hanno voluto l'inclusione della
menzione delle radici cristiane nella costituzione europea?
Forse coloro che vorrebbero, dopo il genocidio fisico e
della memoria armena, anche il genocidio della fede cristiana?
Forse gli eredi culturali dei Giovani Turchi e dei dunmeh?
Un ultima notizia: il Parlamento Europeo nello scorso mese
di settembre, a cinque giorni dalla data prevista per l'avvio
del processo di adesione della Turchia all'UE, ha approvato
una risoluzione nella quale dà via libera ai negoziati.
Con una mozione chiede alla Turchia di riconoscere ufficialmente
il genocidio degli armeni come precondizione per entrare
nell'Unione Europea. Peccato che la mozione approvata non
sia impegnativa. (8)
Ecco perché la memoria deve essere memoria per tutti.
Domenico Savino
Note
1) Maurizio Blondet, Cronache dell'Anticristo, Effedieffe
edizioni, pagine 26-31. Il testo così prosegue: «a
Firenze i fratelli Paggi stampano opuscoli e manifesti clandestini
per incitare alla lotta; a Vercelli il Collegio Foà
diventa una vera fucina di patriottismo. Tutti gli ebrei
che viaggiano normalmente per i loro affari diventano i
naturali intermediari fra le diverse società segrete;
essi offrono continuamente armi e denaro. Fra i primi combattenti
ebrei del Risorgimento italiano dobbiamo ricordare: Abramo
Fortis, Israel Latis e Angelo Levi. A Modena Angelo Usiglio
e suo fratello Enrico sono collaboratori di Ciro Menotti;
si può dire che tutto il movimento dei patrioti modenesi
è finanziato da banchieri ebrei. Ora la causa degli
ebrei è più che mai legata a quella dei patrioti
italiani: se un governo reazionario crolla, le leggi antiebraiche
vengono abrogate. Intanto il movimento di liberazione va
affermandosi nella coscienza degli italiani. Giuseppe Mazzini
fonda la Giovine Italia. Il Mazzini, da principio non ha
molta simpatia per gli ebrei, forse per l'influenza di Guerrazzi,
come apprendiamo da una sua lettera inviata da Londra a
sua madre. Ma poi si ricrede e conta tra i suoi migliori
amici degli ebrei. Nell'esilio di Londra egli ha come compagno
Angelo Usiglio; il passaporto l'ha avuto dal rabbino di
Livorno; a Londra egli stringe saldi vincoli di amicizia
con la famiglia del banchiere Nathan, la cui casa era aperta
a tutti gli esuli italiani.
Sarina Nathan diverrà la sua più fida consigliera,
ed egli chiuderà la sua travagliata esistenza a Pisa
in casa di Jeannette Nathan Rosselli, figlia di Sarina (con
ogni probabilità il figlio di Sarina, Ernesto Nathan,
iniziato
alla loggia Propaganda Massonica, 33 del Rito Scozzese,
cittadino britannico e tuttavia sindaco di Roma nel 1907,
era seme di Mazzini e fu sindaco straniero, massone ed ebreo,
eloquente messaggio delle logge al Papa!»).
2) Maurizio Blondet, opera citata, pagina 21.
3) Maurizio Blondet, opera citata, pagina 23.
4) Maurizio Blondet, opera citata, pagina 23.
5) www.totustuus.biz/users/rassegnastampa/magg-giug_2003/pag20.htm
e Il Giornale, 30 agosto 2005, pagina 42.
6) http://freeweb.dnet.it/liberi/genoc_armeno/novita.
7) http://www.comunitaarmena.it/comunicati/conferenza%20ribloccata%20in%20turchia.html.
8) www.corriere.it/Primo_Piano/Esteri/2005/09_Settembre/28/ue-turchia.shtml.
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