Dal diritto ad essere curati a quello di domandare
la morte
Un malato senza speranze di guarigione. La sua vita quotidiana,
attaccato a un ventilatore che lo fa respirare, testimoniata
da fotografie su tutti i giornali. Il suo appello perché
lo si aiuti a morire, e la gente che, angosciata da un simile
destino, facilmente diventa incline a dire che a quella
sofferenza è giusto porre legalmente una fine. Per
una umana pietà, e forse anche non tollerando di
vedere quella disperazione.
La logica dell'appello di Piergiorgio Welby al presidente
Napolitano ripropone i modi abituali delle battaglie radicali
di questi decenni. Una battaglia portata avanti, prima che
con ragionamenti, con la faccia di un uomo sofferente; un
dolore che diventa testimonial della legittimità
e della urgenza di diritti finora non riconosciuti. È
ciò che accadeva con Luca Coscioni nella campagna
referendaria sulla legge 40, quando nei suoi interventi
a favore della ricerca sulle cellule staminali la grande
forza era data dal suo calvario di malato, prima ancora
che dalle parole; e dalla speranza che credeva di potere
riporre nella ricerca sulle cellule staminali tratte da
embrioni. La logica della vicenda personale drammatica è
stata usata anche quando coppie portatrici di malattie ereditarie
raccontavano come la loro speranza stesse nell'analisi e
selezione pre-impianto dell'embrione - cioè nell'eliminare
quattro o cinque embrioni "difettosi", pur di
averne uno certamente sano.
La logica del caso umano, della faccia di un uomo sofferente
portata come argomento decisivo e ispiratore di una legge,
è potente. L'immagine di quei testimoni è
eloquentissima e porta anche gli avversari ad abbassare
la voce, perché quel dolore, che è autentico,
facilmente zittisce ogni obiezione. La faccia di un uomo
che paralizzato nel suo letto chiede di morire ha un impatto
potente, più di mille ragionamenti.
Ma il rischio, nel lasciarsi portare da questa strategia
abitualmente usata dai sostenitori di eutanasia, aborto,
provette libere e libera ricerca sugli embrioni, è
di lasciarsi governare dall'emotività. Da un'emotività
apparentemente caritatevole, tendente a leggi che diano
una buona morte ai disperati, un figlio sano alle coppie
malate, e speranze di vita - si promette almeno - agli inguaribili,
al prezzo del sacrificio di pochi embrioni. E però,
il partire dai casi singoli presenta un "effetto collaterale",
quando diventa norma. Una legge che ammettesse l'eutanasia
fonderebbe una cultura nuova: il diritto primo dei malati
potrebbe spostarsi lentamente da quello a essere curati
e liberati, con ogni terapia, dal dolore, a quello di domandare
la morte. Si andrebbe modificando l'atteggiamento con cui
si guarda al declino dei moribondi, e perfino dei vecchi;
se morire è un "diritto", la morte, nei
casi detti senza speranza, può diventare la soluzione
più semplice anche agli occhi di un malato: quando
nelle parole dei medici, nella corsia accanto questa sia
la soluzione tranquillamente accettata.
Se, poi, a invocare l'eutanasia legale sono gli stessi che
sostengono lo scarto degli embrioni difettosi, o l'utilizzo
della vita nascente nella tentata terapia dei già
nati, in una logica in fondo efficientistica, non si può
evitare il dubbio che questa loro pietà sia una strumentalizzazione
dei sentimenti comuni, ai fini di un mondo più efficiente.
Un mondo in cui gli imperfetti vengono selezionati all'origine,
gli embrioni usati per il progresso della ricerca, e gli
inguaribili - costosi da mantenere e sempre più numerosi
nella invecchiata Europa - indotti a riflettere sul più
definitivo dei rimedi. Da certa pietà a un "Mondo
nuovo" alla Huxley il passo può essere breve,
se guardando il dramma, pure straziante, di un solo uomo
si accetta di lasciarsi governare dalla commozione.