Prevenzione? Non è garantire i capricci e banalizzare
i doveri
Guerra alle dipendenze: non in modo superficiale usando
le scorciatoie o giocando su ideologie politiche equivoche
Sarebbe più comodo per me dare una risposta spot al ministro
dei quaranta spinelli quotidiani. Preferisco, invece, affrontare
con un minimo di faticosa serenità, per l'ennesima volta,
l'intero orizzonte educativo. È chiaro che, se partiamo
dalla soglia della disperazione, i quaranta spinelli sono acqua
fresca. Farebbero solo ridere il popolo della strada e non risolverebbero
certamente il problema. Se partiamo, invece, dalla prevenzione,
gli interventi devono essere intrisi di saggezza, lungimiranza
e autodisciplina. È importante dire pane al pane. Quaranta
spinelli sono spaccio e non solo uso. Porterebbero certamente
al peggio, e non ditemi che sono un profeta di sciagure. Il
fenomeno dipendenze, in tutte le sue sfumature, ci sta sfuggendo
di mano. Si alimenta ogni giorno di iniziative preoccupanti
sempre nuove, impensate, nascoste dentro i normali avvenimenti
di ogni giorno. Nessuna istituzione ormai può dichiararsi
totalmente indenne. Famiglia, scuola, oratori, circoli sportivi,
lavoro, tempo libero, sono a rischio. L'epidemia dilaga a macchia
d'olio, spaventosamente. Urge alzare le dighe prima dell'alluvione.
La metodologia più seria torna a essere la prevenzione,
l'educazione, un paziente chiarimento su cosa è un capriccio
e in che cosa si diversifica dal divertimento. Garantire i capricci,
banalizzare i doveri, invece che porre limiti, paletti, orientamenti
precisi, non mi pare la direzione da prendere. Tutte le forze
politiche e sociali devono combattere la guerra alle tre dipendenze:
alcol, fumo e droghe, non in modo superficiale, non usando le
scorciatoie e non giocando su ideologie politiche equivoche.
E la battaglia va condotta nei luoghi deputati all'educazione.
Nella scuola stanno succedendo cose per lo meno sconvolgenti.
Le indagini recenti ci descrivono la famiglia in cattive acque.
Gli oratori e le tanto amate attività sportive, soffrono
oggi di infiltrazioni che possono essere diseducanti. Se non
rinforziamo questi baluardi, dove crediamo di arrivare?
Si dovrebbe affrontare l'avventura educativa a 360 gradi. Qualcuno
ci dirà che la Turco ha voluto solo salvare i ragazzi
dalla galera. Nessuno di noi vuole che i ragazzi vadano in galera.
Il ministro dovrebbe sapere che da tempo, ad esempio la Comunità
Exodus, stà sperimentando alternative alle carceri minorili.
Vogliamo che i ragazzi che sbagliano risolvano i loro errori
in percorsi non repressivi ma rieducativi. La fatica è
tanta, ma il progetto vale la pena di essere pensato e tradotto
in termini operativi. Se si amano i nostri giovani e se si amano
i loro figli si capisca che queste decisioni affrettate rovinano
ulteriormente un panorama già devastato.
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