Sono solo canzonette…

 

Oreste Sartore
04/03/2006

La copertina dell'album «Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band» (1967)
Le XX Olimpiadi invernali sono da poco terminate con una suggestiva cerimonia di chiusura, elogiata da tutta la stampa.
Siccome c'è stata una continuità ideale con il rito di apertura, può essere utile rivedere entrambe le cerimonie.
Uno dei momenti centrali dell'inaugurazione dei giochi olimpici è stato quando Yoko Ono, di bianco vestita, ha introdotto con un messaggio di pace la canzone «Imagine».
Quella che, secondo più o meno tutte le classifiche e i sondaggi di fine millennio, è risultata essere la canzone del secolo.
Sull'onda di carezzevoli note, Lennon ci prospetta un mondo migliore; seguiamo il testo:
«Imagine there's no heaven …
no hell below us ...
imagine there's no countries …
nothing to kill or die for
and no religion too …
imagine no possessions …»

Niente cielo, niente inferno, niente patria, nessun motivo per sacrificare la propria vita.
Niente religione.
Nessun diritto proprietà.
No religion… ma i Beatles una loro spiritualità ce l'avevano, anzi ne avevano due: una induista e una magica.
Per abbracciarle entrambe, c'era un collante.
Sentiamo Lennon (1966): «il cristianesimo sta scomparendo, regredisce, si sta disgregando. Non è il caso di discuterne. Io ho ragione e la storia mi darà ragione. Noi siamo già più popolari di Gesù Cristo. E mi chiedo chi scomparirà per primo, il rock and roll o il cristianesimo».
Ed ancora: «Jesus, a garlic-eating, stinking little yellow, greasy fascist bastard catholic Spaniard» (1).
Da notare come Lennon qui straparli, accecato dall'odio secolare degli antipapisti contro coloro che erano di ostacolo alle mire dell'Impero (i cattolici, gli spagnoli).
Ed è pure in contraddizione con le sue benemerenze imperiali quando disprezza quell'Uomo; dopo tutto su di Lui si fonda la religione sul cui più alto soglio siede Sua Maestà in persona.

Non è da meno l'altro baronetto, Paul McCartney: in un intervista a Life dichiarò: «LSD opened my eyes. It is better than Jesus».
Gettato il cristianesimo nella spazzatura, John e soci, in ritardo di due secoli sui loro predecessori, intraprendono il doveroso viaggio in India.
Il fascino per l'Oriente è una costante in certi ambienti.
Rousseau e Montesquieu erano invaghiti di tutti i popoli non contaminati dall'Occidente.
In realtà ai due scrittori non interessava importare l'Oriente in Europa; l'orientalismo era un pretesto per attaccare lo stato di cose presente.
Montesquieu (1688-1755), ad esempio, nelle sue «Lettres persanes», aveva immaginato il viaggio inverso, quello in Europa di due turchi.
I due ottomani, descritti (naturalmente) come spiriti liberi e privi di pregiudizi (cristiani), arrivano in Europa per studiarne i costumi e le tradizioni religiose con la stessa partecipazione umana con cui un entomologo studia gli insetti.
Ne nasce un resoconto che ridicolizza l'Europa e le sue stesse fondamenta.
[Le «Lettres persanes» hanno fatto scuola: su quell'unico tema, il disprezzo verso i nostri costumi, sono state scritte innumerevoli opere letterarie e girati centinaia di film. I registi italiani? Mario Monicelli, Luigi Magni, Ettore Scola, ad esempio].

La moda dell'Oriente dilagò nell'800; pensiamo a Stevenson e a Gauguin.
Schopenauer la rivestì di paludate forme accademiche.
Il richiamo dell'Oriente venne istituzionalizzato dalla Società Teosofica, fondata nel 1875 in India dalla massona Elena Petrovna Blavatsky (Blavackaja) von Hahn.
Esponenti della società erano sia ufficiali dell'esercito britannico che funzionari indiani collaborazionisti.
Si realizzava così un utile collante e strumento politico per la corona inglese.
I teosofi erano socialisti, pacifisti e internazionalisti.
La Società Teosofica era di fatto un movimento missionario rovesciato, volto a portare l'Oriente in Occidente e a spingere gli occidentali al «nuovo esodo», il viaggio in India.
Ma torniamo ai Beatles.
Quanto alla loro seconda passione (la magia), giova ricordare che in un loro album (1967), «Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band», avevano voluto onorare in copertina «le persone che ammiravano», i loro «eroi» (sono parole, rispettivamente di Ringo Starr e di Paul McCartney).
In una selva di simboli, insieme a quattro guru indù e pochi premi Nobel vi è il gotha stesso dell'ambiente settario; tra gli altri, come noto, il mago nero Alisteir Crowley (1875-1947), una delle persone che più hanno segnato la storia del secolo scorso.

Erede di una fortuna derivante dal commercio di birra, Crowley è presente come leader in tutte le massonerie riservate agli alti gradi, tra cui il Rito Antico e Primitivo di Memphis e Misraim, l'O.T.O («Ordo Templi Orientis») e la Golden Dawn.
Tra gli aderenti a queste sette troviamo personalità tra le più in vista in tutti i campi delle umane attività.
Crowley, nelle varie configurazioni settarie, accumulò nomi e titoli: X Baphomet; Perdurabo; Maestro Therion; Grande Bestia 666; Argenteum Astrum.
Crowley era consacrato vescovo della Chiesa Gnostica, la cui «messa» egli riformò.
Rese anche servizi all'impero britannico: Churchill, che credeva nell'occultismo, lo arruolò in funzione antitedesca, come mago antagonista e spia esoterica delle trame ctonie dei tedeschi (nel campo avverso operava un suo seguace, il luogotenente di Hitler Rudolf Hess).
Crowley frequentava il monastero laico fondato da Annie Besant ad Ascona, nel Canton Ticino, i cui adepti proponevano l'istituzione di un'università, di un governo e di una religione mondiali.
La regola del convento prevedeva il regime vegetariano, il culto alla Grande Madre Terra e la pratica del libertinismo. Periodicamente venivano indette riunioni in località Monte Verità, le Conferenze di Eranos.
Vi parteciparono psicanalisti come Freud, Jung e Hillmann, cabalisti come Martin Buber, rivoluzionari come Lenin e naturalmente numerosi occultisti.
Queste erano le sue frequentazioni.
Quanto alle credenze Crowley, che da solerte satanista era ferocemente anticristiano, preconizzò l'avvento di una «nuova era», dominata dal dio egizio Horus.

La vita e le opere di Crowley sono state dedicate alla ricerca di Babalon, la «donna scarlatta» destinata a generare l'Anticristo.
Le nefandezze da lui compiute nel corso di questa sua ricerca superano qualsiasi immaginazione: l'opera prevedeva, tra le altre cose, la creazione in vitro di un homunculus, da trasferire successivamente nel ventre della donna.
Nel 1920, per completare la Grande Opera, fondò a Cefalù l'abbazia di nome Thelema (2).
Le sozzure che vi si compivano erano talmente disgustose che le autorità italiane furono costrette ad intervenire, ordinando la chiusura del monastero e l'espulsione dall'Italia del mago.
Queste brevi note tanto per capire il tipo di personaggio.
Quello che propriamente attiene al nostro tema è propriamente un singolo episodio.
Un giorno, agli inizi del '900, Crowley, assieme a Kenneth Grant, evocò il demone Aiwaz per farsi dettare una legge che fosse valida per tutto il secolo da poco iniziato.
La risposta del demone: «fai ciò che vuoi, fallo sotto l'amore: questa è la legge» (3).
Il motto di Crowley lo troviamo nei baronetti diviso in due parti: Fai ciò che vuoi.
Tutto ciò di cui hai bisogno è l'amore («All you need is Love»).
Un caso?
John Lennon, in una delle sue ultime interviste, disse «the whole idea of the Beatles was: do what thou wilst».
E per fugare ogni dubbio aggiunse: «the Beatle idea was Alisteir Crowley's idea».
Da notare che l'album Sgt. Pepper's apparve nel 1967, esattamente 20 anni dopo la morte di Crowley e che la canzone del titolo di copertina iniziava così: «it was twenty years ago today ... ».
Il proclama esplicito di ateismo, internazionalismo e comunismo, spacciato in «Immagine», come una nuova radiosa prospettiva per l'umanità, è dunque una delle tante idee antinomiche provenienti dai noti ambienti.
È la «pax aeterna» di tutti gli utopisti, l'alternativa totale non solo al cristianesimo, ma alla stessa civiltà.

Ed ha una storia che gli studiosi riconducono sotto una comune etichetta, la Gnosi, un movimento in buona parte sotterraneo che parte da Simon Mago per arrivare, passando attraverso gioachimiti, catari, anabattisti e ranter, agli Illuminati di Baviera di fine '700.
Tutti costoro, accampando ora una ragione ora l'altra, si ritenevano sciolti da ogni vincolo sociale ed etico.
Ovunque prendevano temporaneamente il potere instauravano la collettivizzazione dei beni e la comunione delle donne. Vista l'impressionante somiglianza tra i programmi di queste sètte, sorte in tempi e paesi diversi, non è azzardato pensare che il nome Gnosi nasconda ben altro: vale a dire la sopravvivenza millenaria in conventicole occulte di credenze, culti e forme sociali ritenuti ripugnanti dalle organizzazioni politiche sociali e religiose legittime.
Ciò accadeva sia che la società civile fosse quella degli ebrei fedeli alla rivelazione biblica (confronta «Ezechiele», 8), che dei greci fuoriusciti dal matriarcato, dei romani fondatori del diritto delle genti o dei cristiani non ancora estenuati.
Accadeva un tempo, non accade più oggi.
Oggi, al suono e alle parole di «Imagine», i telecronisti si sciolgono, gli spettatori applaudono commossi.
Anche il presidente Ciampi applaude.
Che il rappresentante della nazione, nonché capo delle Forze Armate, applauda l'inno alla distruzione di ciò che è preposto a difendere mi sembra per lo meno incoerente.
Che abbiano applaudito anche i credenti la dice lunga sull'attuale etereo modo di intendere la fede in Gesù Cristo.

La cerimonia di chiusura dei giochi è stata introdotta da una coreografia in cui centinaia di figuranti si coordinavano per formano due simboli, la stella a 5 punte e la piramide [non facevano così anche i sovietici? (4)].
Che questi siano anche gli emblemi della nota sètta si tratta certamente di una casualità.
Seguiva una serie di quadri: scintillacce di confusione (invito alla trasgressione dice il telecronista) riti di purificazione/fertilità (ancora un'esegesi del telecronista) sino al momento centrale quando entra furtivo l'innocente, trepidamente recando in mano delle rose.
Un uomo che ha un sogno (sempre quello).
Purtroppo gli armigeri del bieco potere lo inseguono: ce la farà?
Che uniforme indossano gli scherani?
Quella delle guardie svizzere vaticane (un noto feroce esercito imperialista).
Dopo un omaggio ad un non ben identificato drago, entrano giulivamente accomunati angiolette e diavoletti (si sa, i loro antenati credevano nell'apocatastasi, la redenzione finale di tutti, anche dei demoni).
Nel quadro seguente fanno il loro ingresso 998 spose (+ 1, l'innocente, fa 999), incedendo solennemente simili a vestali.
Siamo all'epilogo.
L'innocente si salva dalle grinfie e consegna le rose.
Le vestali esultano e si sciolgono in una danza, in realtà poco consona alla sacralità iniziale.

Nel passaggio di consegne al Canada viene costruito sul palcoscenico il simbolo dei prossimi giochi: il totem degli «inhuit».
Ricordo en passant che i campionati del mondo di Bormio (2005) erano stati introdotti con coreografie ispirate ai costumi e alla spiritualità dei pellerossa.
Scelta molto appropriata per un ambiente alpino.
Risparmio al lettore la dimostrazione di come quello che in realtà è andato in scena sia lo spostamento emozionale degli spettatori verso un sentire ispirato all'ideologia di Rousseau, tutta centrata sull'elogio dello stato del buon selvaggio, purtroppo perduto a causa delle successive sovrastrutture e incrostazioni, religiose e politiche.
Un mito di stampo edenico, alla base della rivoluzione francese e di quella comunista.
L'uomo innocente non esiste, è utile non dimenticarlo.
Gesù Cristo stesso, calandosi nella nostra condizione, lo ha detto riguardo a se stesso, quando rimproverò il giovane ricco: «perché mi chiami Maestro Buono? Uno solo è Buono».
Da innocente ad incorrotto e poi ad incorruttibile/fedele interprete della rivoluzione il passo non è lungo (solo decine di migliaia di teste tagliate o decine di milioni morti di pallottole, di fame e di freddo).

Tornando alla cerimonia di chiusura, c'era anche lì una canzone dominante.
Il titolo? «La rivoluzione».
L'aveva cantata Gianni Pettenati al festival di Sanremo in quel fatidico '68.
La frase chiave della testo: «un mondo dove tutti son perdonati».
Anche i serial killer, anche chi scioglie i bambini nell'acido?
Niente tribunali dunque?
Nel '67 i vertici resero operativa una risoluzione: l'Italia delle canzonette non era compatibile con la quinta modernizzazione in fieri.
Dunque («ordo ab chao» è il motto della Massoneria dominante, il Rito Scozzese Antico e Accettato), era necessario azzerare quel mondo e ripartire da zero.
Il poliomelitico Luciano Tajoli sparì per sempre (non era ancora il tempo della commozione. Oggi Tajoli, in quanto dotato di diversa abilità, sarebbe presente su tutti i palcoscenici).
Claudio Villa ebbe l'ostracismo: piombò dapprima nell'anonimato, poi nella depressione.
Ripescato dai fratelli, entrò nella P2… e con la sua grinta non tardò a riafferrare il successo.
Orietta Berti divenne l'oggetto di scherno del colto e del giovane, salvo essere ripescata, grazie anche Costanzo, sempre P2.
Nel frattempo, al posto dei vetusti idoli canzonettari abbattuti, venivano alla ribalta nomi e soprattutto messaggi nuovi. Ad esempio in «Che colpa abbiamo noi» dei Rokes, si parla di un mondo che sta cambiando e cambierà di più; prevedono e si lamentano: «un mondo vecchio ci sta crollando addosso».

In conclusione, ai semplici viene proposta da artisti e pensatori la trasgressione da ogni regola e il limite alle provocazioni viene di anno in anno, anzi di mese in mese, spostato sempre più oltre.
Gli ingenui accolgono il messaggio e si ritengono emancipati, indipendenti finalmente dal potere.
E non si accorgono che quella trasgressione tanto predicata è il compimento dell'opera rivoluzionaria: in fondo le trasgressioni collettive non sono che i riti di adesione delle masse alle credenze e alla prassi antinomiche del potere reale.
Il comportamento trasgressivo della gente è proprio ciò che l'élite vuole: gli ex-cittadini, incitati e quasi costretti all'istintualità ferina, sopraffatti da commozioni indotte per ogni caso pietoso utile alla causa ed alle casse, scossi da psicodrammi inusitati, non hanno più la forza né il tempo per pensare e per difendersi.
Hanno arato e seminato sale.
Sul deserto passano soavi i loro fumosi discorsi sulle minacce reali o presunte, sui nuovi doveri, sulle nuove forme sociali da istituire (è faticoso oltre che lungo il loro lavoro).
Ciò che il sistema demonizza non è certo se stesso; ciò che potenti demonizzano è il vecchio regime, quello che i loro antenati hanno già abbattuto o, al minimo, reso insignificante.
Ciò che ora è in atto è la rimozione dalla memoria comune degli ultimi residui della organizzazione sociale precedente (altre, come noto, sono ora le memorie che devono essere custodite gelosamente).
Niente religione, diceva «Imagine», questo biglietto da visita dell'Occidente suicidario.
Ma questo vale per i profani, non per loro...
Loro, la loro religione, ce l'hanno.

Oreste Sartore

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Note
1) John Lennon, «A Spaniard in the Works», pagina 14.
2) Il nome dell'abbazia è lo stesso di quella immaginaria descritta da Rabelais in «Gargantua e Pantagruel».
3) Crowley, «Liber legis».
4) Confronta F. Dimitri, «Comunismo magico», pagina 163.

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