Maurizio Blondet
www.effedieffe.com
23/10/2006
Distribuzione di viveri alle famiglie dei Marines a Camp Pendleton
STATI UNITI - Lunghe file si formano ogni giorno davanti alla
base militare Camp Pendleton: mogli e figli di soldati.
Aspettano la distribuzione del cibo: pane del giorno prima,
confezioni appena danneggiate, ma ancora buone, pasti pronti
surgelati. (1)
L’incredibile scena avviene nella ricca California, dove
si trova, vicino a San Diego, la base di Camp Pendleton.
Nella fila c’è Jennifer Stocker, 25 anni, con la
figlia Shyla di 7, moglie del caporale James Stocker, che è
in Iraq.
C’è Michelle Rankins, due figli, anche lei col
marito caporale dispiegato in Iraq.
C’è Melissa Dixon, anni 22, due figli sotto i tre
anni, anche lei col marito in guerra: aspetta in fila i pannolini
per bambini e della carne in scatola che le hanno promesso.
Il giornale locale ha intervistato queste donne.
Nicole Pourselley, tre figli, il cui marito è imbarcato
come motorista su un mezzo anfibio d’assalto, ammette:
«Non so come farei senza questo cibo in dono. C’è
stata una settimana in cui, per pagare la benzina, non ho potuto
comprare da mangiare»; la madre di Nicole, vecchia e malata,
vive con loro nell’alloggio fornito dalla Marina.
«Ma la base si trova nella zona più lussuosa e
cara della contea, dove tutto è più costoso, dagli
alimentari alle assicurazioni», dice Barbara Chavez, che
provvede alle distribuzione di cibo gratuito come direttrice
del Military Outreach Ministries, l’ente dei cappellani
militari che si occupa di attività caritative per le
famiglie dei soldati.
Raconta che, a quattro anni dall’inizio della guerra in
Iraq, le famiglie di militari in difficoltà aumentano.
Di giorno in giorno: ogni settimana il numero di coloro che
chiedono aumenta di 100 e 150 persone, via via che si sparge
la voce.
Spesso anche dei marines in turno di riposo si mettono in coda.
Accade che il cibo disponibile finisca prima della fila.
Almeno 2 mila persone impoverite vengono soccorse
così dal Military Outreach; ma altri vengono assistiti
da chiese e gruppi di volontariato; altri ancora, 1500, ricevono
cibo gratis, oggetti per bambini e mobili alla Miramar Corp
Air Station nella stessa zona.
Accade lo stesso dovunque nel Paese, dicono i responsabili delle
organizzazioni caritative: uno stato di bisogno delle famiglie
dei combattenti mai visto.
«Se solo trovassimo più donatori di alimentari,
potremmo aprire il programma a più persone», dice
Regina Hunter, una delle responsabili delle distribuzioni: «Ognuno
che ha nella fila in attesa di cibo ne ha bisogno e lo merita.
E’ una cosa che spezza il cuore, se si pensa che [i mariti]
stanno difendendo la patria».
«I ragazzi di grado basso si sobbarcano la guerra e non
riescono a mantenere le famiglie come vorrebbero», dice
Faye Bell, direttore esecutivo del Military Outreach.
E’ così che la superpotenza più ricca del
mondo provvede ai soldati che manda in guerra: affida le loro
famiglie alla carità privata.
Il totalitarismo del «mercato globale» non fornisce
infatti servizi pubblici per i reduci e i loro familiari; si
arrangino, in USA vige l’iniziativa privata.
«Constatiamo un’allarmante tendenza al peggioramento
della situazione finanziaria delle famiglie dei militari»,
ammette il capitano Mark D. Patton, un comandante della base
navale Point Loma di San Diego.
E spiega che il problema ha contraccolpi diretti sull’efficienza
delle forze armate.
Infatti, un numero crescente di soldati non ricevono l’autorizzazione
ad operare all’estero perché sono così indebitati,
da divenire un rischio per la sicurezza: specie i membri dei
corpi speciali e dell’intelligence, che hanno bisogno
di denaro, sono «vulnerabili a farsi corrompere»
e persino al «tradimento». (2)
Quanti sono gli indebitati in uniforme?
Marina, Aviazione e il corpo dei Marines dicono che il numero
è aumentato di nove volte tra il 2002 e il 2005, da 284
a 2.654; nell’insieme, 6.300 militari non hanno ricevuto
l’autorizzazione per l’estero (clearance) negli
ultimi quattro anni.
Possono non sembrare moltissimi, visto che
i tre corpi occupano insieme 900 mila uomini.
Ma l’Esercito, che conta un altro mezzo milione di uomini
e a cui appartengono la maggior parte dei 160 mila soldati dispiegati
in Iraq, non ha voluto fornire all’Associated Press il
numero dei suoi indebitati.
I comandi attribuiscono il fenomeno a varie cause.
Accusano i «payday lenders», i «prestatori
del giorno di paga», una torma di individui che aspettano
i soldati fuori dalla caserma ed offrono loro prestiti garantiti
sulle prossime buste-paga, ma naturalmente a tassi d’interesse
usurari.
Un’altra causa sarebbe l’assenza di «accortezza
finanziaria» tra le reclute : «Facciamo corsi di
gestione del denaro come parte dell’addestramento di base»,
dice Patton.
Molti soldati si indebitano enormemente appena tornati da un
turno di servizio, «per l’euforia di essere vivi
e la voglia di godersela per un momento».
In zona di guerra ricevono il soprassoldo e non pagano alcuna
imposta: tornati a casa, ritengono di avere un gruzzolo e lo
spendono immediatamente; anzi spendono più di quello
che hanno.
La clearance è revocata ai militari il cui debito supera
il 40 % del salario.
I livelli di autorizzazione sono tre, «confidential, secret
e top secret», ed è richiesto non per i soldati
semplici, ma per gli specialisti e il personale delle armi tecniche
come Marina e Aviazione, o addestrati nell’intelligence.
In zona d’operazione, questi indebitati sono troppo facilmente
corrotti da offerte di denaro, o troppo facilmente si danno
ad «attività di rilievo penale», come furti
e rapine a danno della popolazione occupata, o sottrazioni dolose
di materiale militare.
Incredibile in USA.
Ma c’è di peggio.
E’stato annunciato che l’USARNORTH
ha raggiunto «la piena capacità operativa».
Si tratta di un nuovo corpo armato (US Army North) il cui scopo
dichiarato è «la difesa interna della patria e
l’appoggio militare alle missioni dell’autorità
civile»: fuori dal gergo, è l’apparato militare
che sarà impiegato all’interno degli USA, e contro
i nemici interni.
E’ una novità assoluta, contraria alla Costituzione
e alla tradizione americana, per cui le forze armate non possono
essere impiegate che contro il nemico straniero. (3)
L’operatività dell’USARNORTH assume un significato
sinistro se considerata insieme al decreto, firmato da Bush
nei giorni scorsi, che sottrae gli «enemy combatants»
alla giustizia ordinaria e li affida a tribunali militari.
Di fatto, è l’abolizione dell’habeas corpus
(«Il corpo è tuo»), il più antico
principio del diritto anglosassone, che esige che il potere
esibisca un motivo legale per detenere un individuo.
Apparentemente, la nuova norma si applica a stranieri.
Ma tra i detenuti di Guantanamo e sottratti ai giudici ordinari
c’è almeno un cittadino americano: Josè
Padilla, un convertito all’Islam arrestato a Chicago per
terrorismo e da allora detenuto, e a quanto pare torturato e
trattato con farmaci contro la sua volontà.
Gli avvocati di Padilla, mobilitati dai suoi familiari, hanno
appunto chiesto per il loro cliente le garanzie dell’habeas
corpus.
Il loro ricorso è stato rifiutato: Padilla resta in carcere
senza processo «finchè non sarà vinta la
guerra al terrorismo» (sic).
Alquanto allarmante, tanto più che il
decreto d’emergenza appena firmato (e approvato dal Congresso)
dà al presidente Bush il potere di definire chi è
un «enemy combatant» e di definire cosa è
o non è «tortura», ossia di interpretare
le convenzioni di Ginevra a suo comodo.
Di fatto, da oggi ogni cittadino americano può essere
arrestato come Padilla con un’accusa di sostenitore del
«terrorismo».
Detenuto indefinitamente e privato dei diritti fondamentali
alla difesa.
A provvedere agli arresti sarà il nuovo corpo USARNORTH,
appositamente creato.
E non si creda che il rischio sia teorico.
Si è scoperto che il Pentagono ha un lungo elenco di
cittadini sospetti per aver preso parte a manifestazioni pacifiste
o ad altre attività di protesta.
I militari hanno assistito ad almeno 1.500 manifestazioni («incidenti»)
anti-governative, prendendo le targhe delle auto degli intervenuti
e identificando gli «istigatori».
Nell’elenco sono state accolte denunce anche non verificate
di delatori («cittadini preoccupati»). Sono finiti
nel database dei sospetti (chiamato in codice TALON, Threat
and Local Observation Notice) eventi gravi come una riunione
anti-guerra di quaccheri tenuta in una casa privata in Florida,
o le proteste di genitori contro i «reclutatori»
che le forze armate mandano davanti alle scuole superiori per
attrarre studenti, con promesse di borse di studio e persino
offerte in denaro, a firmare per l’Iraq.
Espressioni della libertà d’opinione cadono così
sotto osservazione del nuovo potere.
Il Pentagono ha ammesso senza difficoltà
di avere e tenere aggiornato il nuovo database
dei cittadini sospetti (4); un suo documento stampigliato «secret»,
ma fatto arrivare da anonimi alla catena televisiva NBC accenna
anche a «crescenti comunicazioni tra i gruppi di protesta
attraverso internet», segno che i militari controllano
attentamente il web e i siti alternativi.
«Internet può diventare un campo d’addestramento
di terroristi», ha infatti dichiarato Michael Chertoff,
l’israelo-americano che è stato nominato capo dell’Homeland
Security («Sicurezza del suolo patrio», la polizia
politica interna): «gli scontenti negli Stati Uniti possono
imparare attraverso internet ideologie estremiste e competenze
violente, sì da rappresentare la prossima superiore minaccia
alla sicurezza degli Stati Uniti».
Ovviamente, si ritiene che questa frase abbia di mira i movimenti
di protesta che sul web diffondono notizie del tipo taciuto
dai media ufficiali.
Futuri candidati alle visite dei militi del USARNORTH.
Si configura così una inaudita dittatura militare dove
i militari sono affamati e indebitati.
Incredibile dagli Stati Uniti.
Maurizio Blondet
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Note
1) Rick Rogers, «Helping the hungry on base - many military
families rely on donated goods». San Diego Union-Tribune,
13 ottobre 2006.
2) «Troops in debt can’t go overseas», Associated
Press, 20 ottobre 2006.
3) Sacha Faal, «US Army announces readiness for total
military takeover of America», Whatdoesitmeans.con, 21
ottobre 2006.
4) «Pentagon admits keeping database on US civilians deemed
suspicious», Agence France Presse, 15 dicembre 2005. Stephen
Cambone, sottosegretario alla Difesa, disse un anno fa che la
lista doveva essere «revisionata» e i sospetti contro
cui non fossero emersi fatti concreti sarebbero stati cancellati
entro 90 giorni, come di legge. Poi non si è saputo più
nulla.
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