Maurizio Blondet
06/04/2006
I curdi di Turchia
TURCHIA - Ormai da giorni la polizia turca affronta
dimostranti kurdi in scontri di piazza.
Scontri violenti, con giovani col volto coperto che bruciano
e devastano.
Una quindicina i morti, centinaia gli arrestati.
L’epicentro dei fatti è Diyarbakir, la città
più grande della Turchia sud-orientale, al centro
della zona abitata dall’etnia kurda.
Dopo anni di relativa pacificazione - la guerriglia era
cessata dalla cattura del capo comunista Ocalan nel 1999,
anche perché Ankara aveva concesso una certa autonomia
linguistico-culturale – la questione curda torna a
farsi di colpo rovente.
Stavolta, gli insorti chiedono quello che hanno ottenuto
i kurdi dell’Iraq occupato: un loro Stato federale.
Il Kurdistan iracheno «liberato» e di fatto
indipendente è un magnete per i kurdi in Turchia,
che vi mandano i figli a studiare, mentre molti padri imprenditori
vi stabiliscono il centro dei loro affari.
Per il governo di Ankara, è un vecchio incubo che
torna.
Precisamente per questo la Turchia non ha partecipato con
gli USA all’invasione dell’Iraq, prevedendo
un riaccendersi della questione kurda interna.
E certo i kurdi di Turchia traggono ispirazione
dai loro fratelli etnici in Iraq.
Ma va sottolineata una significativa coincidenza: il 27
marzo, a Washington, la nota lobby aveva rimproverato i
turchi di scarso entusiasmo nella partecipazione delle guerre
dei neocon.
Danielle Pletka, dell’American Enterprise, aveva detto
chiaro che dopo l’Iraq l’America (cioè
loro, i neocon) si sarebbero occupati di Siria e Iran; e
che se la Turchia fosse stata indecisa, ciò «la
avrebbe messa in conflitto con gli Stati Uniti» (1).
Il messaggio era chiaro: la lobby, che tanto ha fatto perché
la Turchia, in cambio dell’appoggio alle guerre di
Bush, potesse entrare in Europa, ormai è nemica di
Ankara.
Pochi giorni dopo, violentissima, riesplode sotto il naso
di Ankara la questione kurda.
Spontanea?
Qualche sospetto è lecito, perché i kurdi
sono i più attivi collaborazionisti di Israele.
Il Mossad ha uffici aperti a Mossul e Kirkuk, le due città
maggiori del Kurdistan iracheno.
Istruttori israeliani addestrano i guerriglieri kurdi iracheni,
e li riforniscono copiosamente di armamento anche pesante
(2).
Nulla di strano che questi addestrati siano passati, su
consiglio di Israele, a dare un aiuto fraterno ai kurdi
di Turchia.
Per punire Erdogan della sua tiepidezza.
Non a caso Firouz Dowlatabadi, l’ambasciatore dell’Iran
ad Ankara, si è fatto intervistare dalla stampa turca
per dire che Iran, Siria e Turchia (che hanno ciascuna la
propria minoranza kurda) devono imbastire una «politica
comune» di fronte alla questione kurda, «altrimenti
gli USA ritaglieranno pezzi dei nostri territori per far
nascere uno Stato kurdo» (3).
Del resto è già in corso la destabilizzazione
dell’Iran attraverso la mobilitazione delle sue minoranze
etnico-religiose, manovrata da USA e Israele.
Da mesi Donald Rumsfeld proclama che un attacco all’Iran
(Paese grande come Francia, Spagna, Italia e Inghilterra
messe assieme) sarà facilitata dalle «minoranze»,
le quali «non aspettano altro che l’umiliazione
dei loro oppressori», ossia della maggioranza farsi
(persiana).
In ciò, come sempre, Rumsfeld non fa che ripetere
un’idea dell’American Enterprise, ossia della
nota lobby.
E’ almeno dal 2003 che in quel pensatoio neocon si
ripete lo slogan: «i veri uomini vanno in Khuzestan».
Il Khuzestan non è solo la provincia da cui l’Iran
estrae il 90 % del suo petrolio, e in cui ne raffina l'80%.
E' anche abitata da una minoranza araba e arabofona, ostile,
benchè sciita, agli ayatollah di Teheran (4).
Nel gennaio scorso, due arabi iraniani sono
stati impiccati in pubblico per un attentato esplosivo commesso
contro una banca di Ahvaz, la capitale del Khuzestan; altre
tre esecuzioni sono avvenute in carcere.
E Teheran ha denunciato che commandos britannici delle operazioni
speciali sono attivi nella zona, per innescare la rivolta.
In aprile, un altro attentato con 21 vittime ha portato
all’arresto di una cinquantina di arabi iraniani.
L’attentato era la risposta alla rivelazione di una
lettera del governo di Teheran che conteneva un presunto
progetto di pulizia etnica della regione: quasi certamente
un falso confezionato dai provocatori israelo-britannici
specialisti in «operazioni speciali».
Il Khuzestan, che è stato il teatro delle più
sanguinose battaglie nella guerra Iraq-Iran degli anni ‘80,
è devastato nelle infrastrutture.
La disoccupazione è altissima.
L’uso della lingua araba nell’insegnamento e
nella stampa è vietato.
I locali lamentano di non trarre alcun beneficio dalla ricchezza
petrolifera del Paese, che sta sotto ai loro campi.
La situazione sociale dunque è pronta ad essere accesa.
Anzi lo è già: nel settembre
scorso l’oleodotto per Abadan è stato fatto
saltare.
Un mese dopo, Teheran ha annunciato di aver sventato un
attacco alla raffineria con razzi Katiusha.
Inoltre, nel Khuzestan sorge - ad Abadan - la più
grossa raffineria del Paese; e la seconda centrale nucleare
iraniana sarà costruita qui.
In realtà, quando Saddam, che si atteggiava a difensore
degli arabi, cercò di aizzare il Khuzestan contro
Teheran, non vi riuscì.
L’Iran ha una lunga e solida tradizione di assimilazione
e integrazione culturale delle minoranze.
Ma stavolta, può essere diverso.
Oltre i 75 milioni di dollari stanziati dalla Casa Bianca
per provocare un «cambio di regime» a Teheran
(finanziando gruppi dissidenti, spesso esiliati all’estero),
cifre imprecisabili sono state stanziate per «operazioni
speciali» e di guerra psicologica in Iran. E' istruttivo
sapere che il corpo dei Marines ha commissionato a una ditta
apposita, la Hicks & Associates, una ricerca in profondità
sulle minoranze etniche iraniane.
La ditta è una filiale della SAIC (Scienze Applications
International Corp.): una fornitrice di «servizi di
sicurezza e d'intelligence» che ha avuto una grossa
parte (profumatamente pagata) nell’invasione dell’Iraq.
Del resto, tutto era già scritto,
in ebraico, dal 1982.
In quell’anno su Kivunim («Direttive»),
la rivista ideologica del Congresso Sionista Mondiale, apparve
un articolo dal titolo «Strategia per Israele negli
anni ‘80»: In esso Oded Ynon, giornalista noto
per le sue entrature nell’esercito israeliano e nel
Mossad, diceva chiaramente: «Israele deve puntare
allo smembramento degli Stati islamici secondo linee etnico
e religiose».
E passava in rassegna, Stato per Stato, le minoranze «utilizzabili»:
in Egitto i copti, in Arabia la minoranza sciita, in Siria
i sunniti e i curdi, in Iran curdi e azeri…
E’ questo il programma che vediamo attuare.
In Iran nemico, e nella Turchia «alleata».
Maurizio Blondet
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Note
1) Si veda il nostro «La lobby kurda e l’ebraica»,
29 marzo 2006, su questo sito. L’ American Enterprise,
che ha dato ai turchi il minaccioso avvertimento, è
il think-tank di Richard Perle, Paul Wolfowitz e Michael
Leeden.
2) Come da noi rivelato su questo sito il 4 dicembre 2005
(confronta «Progetti israeliani: dopo l’Iraq,
la Turchia?»).
3) Selcan Hacaoglu, «Kurdish turks see Iraq as an
inspiration», Associated Press, 4 aprile 2006.
4) Pepe Escobar, «Real men go to Khuzestan»,
Asia Times, 6 aprile 2006.