Maurizio Blondet
www.effedieffe.com
22/05/2006
Altro che Codice da Vinci: le più fantasmagoriche
«narrative» vengono dai biologici evoluzionisti.
Quella che ci raccontano gli scienziati del Broad Institute
(una unità del Massachusetts Institute of Technology
e di Harvard) è una storia di sesso avvenuta nella
notte dei tempi.
Sesso animalista.
In breve, la favola è questa.
Fino ad ieri, era ferrea certezza evoluzionista che uomo
e scimpanzé si siano differenziati dal solito introvabile
«antenato comune» sui 6,3 milioni di anni fa.
Ora, contrordine e nuova teoria - e nuova ferrea certezza:
scimmie e umani si sarebbero separati in epoche più
recenti dal comune progenitore, diciamo un milione di anni
dopo.
Ma non è ancora tutto.
Dopo aver vissuto come specie separate per 1,2 milioni di
anni, «certi membri dei due gruppi sembrano essersi
congiunti di nuovo».
Congiunti carnalmente, generando figliolanza ibrida; sicchè
l’uomo moderno non sarebbe il nipote dell’antenato
comune (introvabile) di 6,3 milioni di anni fa, ma il frutto
semi-incestuoso di questa notte d’amore forse breve
(300 mila anni insieme? Forse più?) di un milione
e mezzo d’anni più tardi.
L’uomo attuale insomma sarebbe un ibrido di ominidi
e scimmie.
La cosa può avere una sua soggiogante evidenza per
chi contempli le foto di certi politici nostrani, e porta
acqua scientifica al mulino di Zapatero, che ha varato una
legge per tutelare i diritti umani dei gorilla.
Ma sforziamoci di resistere alle suggestioni, e vediamo
da vicino su cosa si basa questa ultima certezza evoluzionista.
Come fanno gli «scienziati» ad asserire con
tanta sicurezza che l’antenato comune di uomo e scimmia
viveva 6,3 milioni di anni fa?
Partono da una supposizione primaria.
Suppongono che nei geni, le «lettere» che compongono
il DNA cambino nel tempo per mutazione casuale.
Dopo questo, suppongono che il ritmo di queste mutazioni
casuali sia sostanzialmente costante, e molto lento.
Fatte queste supposizioni, si ottiene un «orologio
evolutivo» piuttosto preciso.
La quantità di differenze nello stesso gene di due
diverse specie dovrebbe dare il tempo del momento in cui
le due specie si sono separate dal supposto antenato comune.
Dovrebbe dare il momento dell’ultima congiunzione
carnale comune.
Dovrebbe?
Lo dà.
E’ una ferrea certezza scientifica.
Anche se «vari test hanno dimostrato che l'evoluzione
molecolare non si comporta come un orologio stocastico»,
a volte accelera troppo (per esempio nei pinguini, di cui
esistono ossami di 70 mila anni con ancora il DNA leggibile),
a volte si ferma per ere geologiche specie in certi animali,
come nello squalo e nel coccodrillo.
Peggio, nascono risultati imbarazzanti quando si cerca di
stabilire l’età dell’antenato comune
non fra esseri vicini, come i vari mammiferi, ma fra organismi
lontani: quando era vivo l’antenato comune del fungo
e dell’uomo?
Le sequenze proteiche di DNA comuni al boleto e alla Ferilli
non sono molte.
Ma con uno sforzo suppositivo in più, i biologi darwiniani
hanno calcolato il numero di variazioni di un singolo enzima,
la «dismutasi superossida rame-zinco» (familiarmente
SOD).
E hanno trovato che l’orologio accelera o rallenta
secondo cosa si compara.
Se si confronta il SOD del fungo con quello dell’uomo,
si hanno 5,5 variazioni ogni 100 milioni di anni; se si
confronta il SOD di insetti e di mammiferi, le variazioni
diventano 9,1; se si comparano due mammiferi, le variazioni
in 100 milioni di anni salgono a 27,8.
Non c’è male, come strumento di misura: è
come se il metro di platino conservato a Parigi diventasse
più lungo ogni volta che misuriamo la distanza fra
naso e bocca, e cortissimo quando cerchiamo di misurare
la distanza tra Roma e Milano.
Ma la scienza darwiniana non si fa confondere per così
poco.
Con in mano quel precisissimo cipollone molecolare, Nick
Patterson del MIT e colleghi hanno confrontato i geni dello
scimpanzè e dell’uomo.
Ed hanno trovato (testuale) che «uno dei cromosomi
era di 1,2 milioni di anni più giovane degli altri».
Per la precisione, il cruciale cromosoma sessuale femminile
X.
Dunque l’ulteriore supposizione: «le due specie
hanno condiviso un comune antenato che ha passato ad entrambe
loro i loro attuali cromosomi X, e lo ha fatto in tempi
molto più recenti dell’antenato che ha dato
loro tutti gli altri cromosomi».
Come dubitare di questa certezza, di questa prova così
scientifica?
C’è un piccolo fastidioso particolare.
Il frutto delle congiunzioni tra cavallo ed asina o viceversa,
il mulo o il bardotto, effettivamente è vitale.
Ma è sterile.
Non riesce ad avere a sua volta prole.
Ciò accade a tutti gli ibridi che conosciamo.
E il frutto di quella notte di passione che unì proto-scimmia
con un già quasi-umano, dev’essere stato per
forza un ibrido, ossia sterile.
Come siamo potuto discendere da un antenato sterile?
La «scienza», signori, ha la risposta.
Sì, i maschi saranno stati sterili.
Ma le femmine ibride, con il doppio cromosoma X, sono sicuramente
state fertili.
Supponiamo che le femmine ibride si siano congiunte con
dei maschi scimpanzè, ed ecco che hanno passato alla
prole maschile il cromosoma giusto per renderli fertili.
Cromosoma dello scimpanzè, non della proto-donna
ibrida.
Ma questi quasi-uomini, divenuti fertili grazie al papà
scimpanzè, hanno generato.
Per centinaia di secoli, hanno fornicato allegramente con
scimpanzè di facili costumi, poi di preferenza tra
loro - si capisce, le conversazioni a letto tra due amanti
non vanno molto lontano con una scimpanzè - fino
a separarsi definitivamente dai fratelli scimmieschi.
D’accordo, è una supposizione un tantino macchinosa.
Ma cosa importa, visto che non è la prima né
la più incredibile, in questa storia?
La «scienza» è pronta ad ogni supposizione,
pur di salvare Darwin.
Quest’ultima certezza ricorda molto da vicino la «spiegazione
evolutiva» di alcune singolari caratteristiche dell’uomo.
Anzitutto il riflesso natatorio.
Il neonato umano, se buttato in acqua, compie istintivamente
i movimenti del nuoto, come se avesse questo istinto acquatico
nella sua memoria genetica; i neonati di gorilla e scimpanzè,
i presunti condiscendenti dal comune antenato, ne sono privi.
L’uomo presenta inoltre sulla schiena una peluria
che non ha nulla in comune con quella delle scimmie, ma
invece del tutto simile a quella di certi mammiferi acquatici.
Come si concilia questo carattere alquanto marinaro in un
essere che discende dalle scimmie, notoriamente poco amanti
dell’acqua?
La genetista Elaine Morgan ha spiegato tutto col darwinismo:
supponendo che un antico antenato scimmiesco dell’uomo
abbia, ad un certo punto, scelto una vita semi-acquatica,
da foca o da castoro; dopo aver felicemente campato in acqua
per qualche milione di anni, è tornato sulla terraferma
o nella savana, ma ha trasferito ai discendenti il riflesso
natatorio e il pelame
da foca.
Di questa scimmia-foca, si cercano attivamente i resti fossili.
Invano.
Ma ciò non scoraggia i darwinisti.
Forse hanno trovato l’antenato comune tra rettili
e uccelli?
Tra pecora e maiale?
Tra funghi e umani?
Eppure, loro sanno che c’è stato.
Siamo nati tutti da un fungo, poi da un rettile, poi da
un uccello, poi da un mammifero comune, poi da un comune
genitore di noi e dello scimpanzè, poi - fatale -
la notte d’amore ibridante, una specie di ritorno
di fiamma, di cui ci siamo subito pentiti.
Ma che ha lasciato frutti.
Gli scienziati sono pronti a qualunque sacrificio, pur di
salvare l’evoluzionismo dai fatti.
Per esempio, la scoperta del dottor Patterson del MIT, obbliga
ad espellere dall’albero genealogico esseri che ci
avevano assicurato - con la solita ferrea certezza - essere
nostri antenati.
Per esempio il cranio di Toumai, trovato in Ciad solo nel
2001.
Aveva enormi arcate sopracciliari.
Ma gli scienziati sono sicuri che questo teschio camminasse
da bipede.
E ci si erano affezionati come a un vecchio nonno, anche
se fossili di tale decrepitezza non offrono un DNA leggibile
da misurare con l’orologio evoluzionario.
Ebbene, se è vera la nuova teoria, il Toumai la disturba.
E’ troppo vecchio: 7 milioni di anni.
Allora basta: non è più un nostro antenato,
ma un discendente dal più antico antenato comune,
di prima del grande incesto.
Che poi si è estinto senza partecipare alle fattezze
della Ferilli.
Forse di Mastella?
No, no.
Non è un parente.
Prima lo era, adesso non più.
Questa è la «scienza», ragazzi, mica
Dan Brown.
E se credete a questa, sentite quest’altra: la Goldman
Sachs è una società segreta che conserva il
santo Graal, inteso come ovulo fecondato di chi sapete.
Bush e Clinton sono gemelli omozigoti, nati in provetta
da quell’ovulo congelato comune, e per questo hanno
fondato l’impero del «bene»: se non si
somigliano, è perchè l’orologio molecolare
si è incantato, ma ora funziona di nuovo grazie ai
Rosacroce.
L’Opus Dei, coi suoi frati, cerca di ostacolare il
progetto disseminando il deserto di teschi Tokumai, per
mero oscurantismo e sete di potere.
Il Vaticano ha clonato Chirac da antiche cellule di Giuda
(l’autore del solo vero vangelo) che conserva surgelate
nelle catacombe di santa Cecilia insieme ai cromosomi di
Mosè e alla mela di Adamo.
Questo è il vero motivo per cui si oppone ai PACS.
Maurizio Blondet
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