Maurizio Blondet
www.effedieffe.com
STATI UNITI - Un mese prima dell’invasione dell’Iraq, Saddam fece sapere di essere pronto a dimettersi e ad andare in esilio, se gli si consentiva di portare con sè un miliardo di dollari.
Bush rifiutò l’offerta, preferendo fare la guerra.
La rivelazione è di El Pais, che riporta la trascrizione di una conversazione fra Bush e l’allora premier José Maria Aznar a Crawford in Texas il 22 febbraio 2003, e raccolta da un diplomatico spagnolo presente (1).
«Gli egiziani stanno parlando con Saddam Hussein», esordì Bush, spiegando che il dittatore era pronto a dimettersi e ad accettare l’esilio, pur di scongiurare l'invasione.
Aznar chiese al presidente se la cosa era realistica. «Sì, questa possibilità esiste», rispose Bush, «o può anche essere assassinato».
Ma qualunque cosa faccia Saddam, aggiunse subito, «noi saremo a Baghdad per la fine di marzo. E’ tempo di sbarazzarsi di lui».
E infatti l’attacco americano cominciò il 22 marzo 2003.
Pochi giorni prima, anche gli Emirati Arabi Uniti avevano fatto presente, in un vertice di capi arabi, che Hussein era disposto ad andarsene con i suoi fedelissimi del regime.
Invano.
Lasciando andare Saddam al prezzo di un miliardo di dollari, gli USA si sarebbero risparmiati un’occupazione che costa loro, da tre anni, 200 milioni di dollari al giorno.
Avrebbero risparmiato 3.800 morti e tra 27 mila e centomila feriti tra i loro soldati, oltre ai 300 soldati alleati caduti.
Avrebbero risparmiato la morte di un milione di iracheni nella miseria dell’occupazione e del disordine settario, la malnutrizione e il colera e le conseguenze dell’uranio impoverito.
Avrebbero scongiurato la fuga di quasi due milioni di iracheni che ora vivono profughi in Siria e nei Paesi vicini, privi di ogni aiuto.
Ma Paul Wolfowitz proclamò che la guerra sarebbe stata «una passeggiata».
La voleva il complesso militare-industriale, la volevano i petrolieri per mettere le mani sui giacimenti; la lobby israeliana voleva che l’Iraq, il Paese tecnicamente più avanzato dell’area, fosse «riportato all’età della pietra a suon di bombe», come disse Luttwak a chi scrive («We’ll bomb them back to the stone age»), perché non doveva esserci una potenza regionale a dare ombra a Giuda.
Il loro piano era stato scritto sulla rivista Kivunim («Direttive») dell’Organizzazione Sionista Mondiale, in lingua ebraica, nel numero 14 del febbraio 1982, a firma Oded Yinon, agente del Mossad.
Oded Yinon spiegava che era nell’interesse di Israele smembrare l’Iraq in tre staterelli, lungo le linee di frattura etnico-religiose: «Tre o più Stati esisteranno attorno alle tre città maggiori, Bassora, Baghdad e Mossul, e l’area sciita nel sud separerà la popolazione sunnita e curda nel nord… La sua dissoluzione (dell’Iraq) è anche più importante per noi dello smembramento della Siria. L’Iraq è più forte della Siria. A breve, è la potenza dell’Iraq a costituire la più grande minaccia per Israele».
Le «direttive» sono state obbedite.
Pochi giorni fa, il parlamento americano ha votato «per separare l’Iraq in una federazione di tre regioni su base settaria, ed hanno impegnato il presidente Bush a fare pressioni sui leader iracheni perché accettino» questa soluzione (2).
Promotore della proposta - accettata, scrive il Washington Post, «con rara unanimità bipartisan» - è il senatore Joseph Biden, che presiede la commissione Esteri e è uno dei candidati democratici alle elezioni presidenziali del 2008.
Il mese scorso, questo Biden è stato intervistato da «Shalom TV», la principale rete ebraica via cavo in USA.
Suo interlocutore, il presidente del network, rabbino Mark Golub.
Biden ha dichiarato in quell’occasione che pensare che la causa della guerra in Iraq sia stato Israele (è ciò che hanno scritto i professori Walt e Mearsheimer) è «insultante».
Anzi, ha aggiunto: «Israele è la sola vera forza che l’America ha in Medio Oriente».
E per essere più chiaro, ha concluso: «Io sono un sionista. Non occorre essere ebreo per essere un sionista».
Tutto ciò, ovviamente, per ottenere l’appoggio della nota lobby nella gara presidenziale.
Il guaio per lui è che gli altri candidati democratici fanno a gara per superarlo in servilismo verso Giuda.
Barak Obama, Hillary Clinton e il terzo e minor candidato John Edwards hanno assicurato all’unisono - apparentemente, essendosi messi d’accordo - che non possono garantire che (se saranno eletti) ritireranno le truppe dall’Iraq «per il 2013», ossia alla fine del mandato (3).
Rifiutano insomma questa garanzia al popolo americano stufo di pagare per la guerra, perché danno ad Israele la garanzia che l’occupazione durerà almeno altri dieci anni.
Ecco a chi obbediscono, di chi si mettono al servizio.
Pronti a ricevere ed eseguire nuove kivunim, e far morire altri americani per Sion.
Maurizio Blondet
Note
1) David Gardner, «
Saddam asked Bush for $1b to go into exile», Daily Mail, 26 settembre 2007.
2) Shailagh Murray, «
Senate endorses plan to divide Iraq - Action shows rare bipartisan consensus», Washington Post, 26 settembre 2007.
3) Beth Fouhy, «
Dem can’t make guarantee on Iraq troops», Associated Press, 26 settembre 2007.