Maurizio Blondet
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14/05/2006
Donald Rumsfeld
«Pericolosa e irresponsabile».
Così fonti molto in alto a Mosca hanno definito l’ultima
trovata di Donald Rumsfeld: quella di sostituire le testate
nucleari di alcuni missili intercontinentali americani con
testate convenzionali.
Il primo ad accennarne è stato Vladimir Putin nel
suo discorso alla nazione, anche senza citare esplicitamente
gli Stati Uniti.
«In certi circoli si discute il progetto di armare
i missili intercontinentali con testate non-nucleari»,
ha detto; «il lancio di tali missili può provocare
una risposta al massimo livello con l’uso di forze
nucleari strategiche».
Il motivo è evidente: è ancora attiva la vigilanza
della vecchia guerra fredda, basata sulla mutua distruzione
assicurata (MAD).
I radar russi «vedono» il lancio di un missile
USA in partenza da oltre Atlantico: da quel momento hanno
25 minuti per capire verso quale bersaglio il razzo è
diretto e decidere il da farsi.
Se il lancio avviene da un sommergibile atomico, anche meno,
dai 7 ai 15 minuti.
Il Financial Times (ancora il Financial Times, non finisce
di stupirci) dà voce a «un alto funzionario
del Cremino» che dice: «sui missili non c’è
mica scritto se recano una testata convenzionale o nucleare.
Pensate solo questo: un razzo balistico viene lanciato,
specie da un sottomarino, e nessuno sa che tipo di arma
porta. Ciò può provocare una risposta inappropriata
da parte di altre potenze nucleari» (1).
La conversione di missili balistici intercontinentali (ICBM)
da nucleari a convenzionali si legge a tutte lettere nel
documento «Quadriennal Defense Review», emanato
in febbraio dal Pentagono, che delinea la nuova strategia
USA per i prossimi 25 anni.
La misura ha lo scopo di accrescere la «flessibilità»
e la «capacità di colpire» (strike capability)
della superpotenza.
Quasi certamente, la riconversione degli ICBM va inquadrata
nei preparativi per l’attacco all’Iran, una
potenza minore e per adesso non-nucleare.
Attacco che, secondo vari segnali, pare ogni giorno più
vicino.
Due portaerei sono già in rotta per il Golfo, la
«Abraham Lincoln» partita da Singapore, e la
«Enterprise», che ha lasciato la sua base di
Norfolk in Virginia all'inizio del mese.
Una terza portaerei, la «Ronald Reagan», si
trova già nell’area del futuro conflitto.
Lo spostamento di portaerei al largo dell’Iran è
appunto la «cosa migliore da fare» per sferrare
un attacco aereo sull’Iran senza distogliere uomini
e mezzi dall’Irak e dall’Afghanistan, ha osservato
il colonnello Sam Gardiner, già docente all’Army
War College.
E aggiunge che probabilmente al bombardamento parteciperanno
i B-2, i grandi bombardieri strategici che possono partire
dalla Gran Bretagna e da Diego Garcia e tornare indietro
senza scalo. Gardiner dice che vari colleghi ancora in servizio
al Pentagono gli hanno lasciato capire che la mobilitazione
è in corso (2).
E’ fin troppo ovvio che missili intercontinentali
con testate convenzionali hanno una parte importante nel
piano.
Secondo gli amici di Gardiner, una base situata «nella
zona occidentale degli Stati Uniti» è stata
messa in addestramento intensivo per una guerra «nel
deserto».
Tutte le licenze dei circa 10 mila uomini fra gennaio e
settembre 2006 sono state cancellate.
Il corpo ha istruzioni di prepararsi a partire per destinazione
ignota «entro 48 ore».
E alcune voci dicono che Bush (o meglio Rumsfeld) stia cercando,
con lo spiegamento, un «incidente» nel Golfo
come pretesto per l’attacco.
Maurizio Blondet
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Note
1) Neil Buckley, «Russia angry at ‘dangerous’
US warhead plans», Financial Times, 12 maggio 2006.
2) Larisa Alexandrovna, «US military, intelligence
officials raise concern about possible preparation for Iran
strike», Raw Story. 11 maggio 2006.
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