Postato il Lunedì, 20 febbraio @ 00:00:00
CET di Peppone
Tutto su quella pillola che uccide
Molti buoni motivi per farne a meno. Lo dicono i pro-lifer,
ma pure certi medici abortisti e alcune femministe
Per comprendere alcuni degli aspetti
etici relativi all’assunzione della pillola abortiva
Ru486 bisogna preliminarmente chiarire che il figlio allo
stato embrionale è un uomo. Mancando lo spazio per
argomentare, mi permetto di rinviare all’articolo
che ho pubblicato su il Domenicale del 4 giugno scorso.
Qui posso solo sinteticamente ricordare come la scienza
biologica attesti che lo sviluppo del figlio allo stato
embrionale è autonomo, cioè diretto e guidato
dal figlio e non da sua madre, e continuo, cioè ininterrotto,
senza salti, senza stacchi che consentano di dire: “soltanto
adesso il figlio allo stato di embrione è divenuto
un uomo”.
Insomma, la differenza tra lui e noi è relativa solo
alla complessità di organizzazione e alla quantità
della materia di cui siamo costituiti, cose che ci consentono
di esercitare (tra l’altro non ininterrottamente)
alcune attività (pensare, volere, amare, ecc.) che
il figlio potrà svolgere solo dopo la nascita (anzi,
diverso tempo dopo di essa), cioè quando il suo sviluppo
lo permetterà, salvo il caso di patologie. Pertanto,
visto che il figlio allo stato embrionale è uno di
noi, bisogna riconoscere, anche se è duro riscontrarlo,
e sebbene coloro che abortiscono spesso non ne siano consapevoli,
che l’aborto è un omicidio. Questa, purtroppo,
è la tristissima realtà. Sul web si trova
un filmato che mostra cosa avvenga al figlio quando subisce
l’aborto: www.fuocovivo.org/movimento/discerni.html.
A questo punto, è dunque possibile svolgere alcune
brevi riflessioni relative a quel tipo di aborto che viene
messo in pratica con il Ru486.
Danni collaterali a iosa
1. L’aborto uccide ogni anno più di 130mila
esseri umani in Italia e 46 milioni nel mondo: il primo
dato è del ministero della Salute, il secondo è
dell’OMS. Da quando è stato legalizzato in
Occidente, si calcola che sia stato ucciso ben più
di un miliardo di persone. Difficile pensare che si tratti
sempre di situazioni drammatiche in cui c’è
un conflitto tra la vita del figlio e la salute psichica
o fisica della madre. Piuttosto, nella stragrande maggioranza
dei casi la soppressione dei figli allo stato embrionale
è un mero mezzo di controllo delle nascite. Il Foglio
del 30 novembre ha poi parlato dell’inquietante “massacro
di Eva”, l’eliminazione in Cina, India e Corea
di 60 milioni di bambine, abortite in quanto femmine.
Insomma, è ormai avvenuta una vera e propria banalizzazione
dell’aborto, di cui il Ru486 è la manifestazione
eclatante: l’aborto viene raffigurato come un “diritto”,
e diventa sempre meno una scelta ponderata e sofferta, e
sempre più un’opzione automatica da prendere
a cuor leggero, senza remore morali. Gli aspetti dell’aborto
che potrebbero determinare un conflitto interiore, come
il fatto che viene eliminato un figlio proprio, le sue sofferenze,
la sua stessa esistenza, vengono nascosti e oscurati. Come
ha detto un’acuta femminista qual è Eugenia
Roccella, «nella scelta di abortire, sempre più
“l’altro” [il bambino] è assente».
2. Alle donne viene detto: a) che l’assunzione della
pillola è semplice, quasi banale quanto prendere
un’aspirina; b) che essa consente una soppressione
facile e “indolore” del figlio, e perciò
rimuove i problemi di una gravidanza non voluta e i disagi
dell’intervento chirurgico; c) che non serve nemmeno
il ricovero; e d) che essa consente una soppressione del
figlio che può essere totalmente segreta.
Ma la realtà è ben diversa. Gli effetti collaterali
che la donna deve patire dopo aver assunto il Ru486 sono
molteplici e comprendono: dolore o crampi nel 93,2% dei
casi, nausea nel 66,6%, debolezza nel 54,7%, cefalea nel
46,2%, vertigini nel 44,2% e perdite di sangue prolungate
che richiedono una trasfusione nello 0,16% dei casi.
Questo significa che se tutte le donne abortissero in Italia
assumendo il Ru486, ogni anno 209 di loro dovrebbero subire
una trasfusione. Tra gli effetti collaterali del Ru486 vi
è poi anche la sincope nell’1% dei casi, nonché
alcuni casi di morte per sepsi.
Già nel 1991 tre femministe dichiaratamente abortiste
denunciarono la pericolosità del Ru486. Si tratta
di Janice G. Raymond, docente all’Università
del Massachussets, di Renate Klein e di Lynette J. Dumble,
ricercatrici universitarie in Australia. Il loro libro,
Ru-486: Misconceptions, Myths and Morals (Spinifex Press-Institute
on Women and Technology of the Massachusetts Institute of
Technology, Melbourne-Cambridge [Massachusetts] 1991) documenta
rischi, problemi e conseguenze dell’aborto chimico.
Il libro è out-of-print da tempo, ma fortunatamente
è leggibile sulla rete al sito
ttp://www.spinifexpress.com.au/non-fict/ru486.htm.
Buio fitto. E brancolarci
In esso le autrici del libro spiegano peraltro come il Ru486
non trasformi affatto l’aborto in un fatto privato
giacché per assumerlo è necessario un rigoroso
controllo medico. La donna deve infatti recarsi in ospedale
tre volte. Il primo giorno le viene somministrata la pillola,
il terzo giorno il misoprostol – il preparato a base
di prostaglandine che favorisce l’espulsione del figlio
– e il decimo giorno deve tornare per un controllo.
Inoltre, si accusano gli scienziati di non avere alcuna
idea degli effetti a lungo termine dell’intera procedura.
In effetti la pillola è stata prodotta nei primi
anni Ottanta: da allora sono passati trent’anni, ma
ancora oggi non si sa quali possano essere i suoi effetti
a lungo termine.
Perfino in Cina, Paese che certo non brilla per tutela dei
diritti umani e della salute pubblica, dove nel 1992 la
pillola abortiva era stata messa in commercio come prodotto
di farmacia, nel 2001 si è fatta marcia indietro,
consentendo all’uso della pillola solo sotto controllo
medico (si veda www.cnsnews.com/ViewCulture.asp?Page=/Culture/archive/200110/CUL20011022b.html).
Costi da capogiro
3. Il Ru486 non è vantaggioso nemmeno dal punto di
vista dei costi: in ossequio alla legge 194, la donna dovrebbe
rimanere ricoverata dal momento dell’assunzione della
prima compressa fino al termine dell’aborto, con evidente
aggravio di spesa per il Servizio Sanitario Nazionale rispetto
all’aborto chirurgico.
4. Quando sceglie l’aborto chirurgico, la donna, fino
al momento di entrare in sala operatoria, attraversa molte
fasi della procedura preparatoria durante le quali può
pure avere un ripensamento, come avviene in alcuni casi,
non rarissimi. Invece, una volta assunta la prima pillola,
ella non può più tornare indietro e la sua
scelta si fa subito irreversibile.
5. Inoltre, con l’aborto chirurgico, l’anestesia
e lo stato d’incoscienza durante il quale avviene
l’aborto, dal punto di vista morale rappresentano
per la donna, in qualche modo, una sorta di difesa, in forza
di un certo ruolo passivo rispetto all’aborto. Per
contro, con il Ru486, i problemi di natura psicologica aumentano
giacché è la donna stessa che diviene l’agente
principale dell’aborto. Il suo ruolo, infatti, non
è più passivo: è lei che ingerisce
la pillola e quindi i successivi sensi di colpa sono molto
più lancinanti.
6. I problemi psicologici aumentano del resto anche perché,
per circa 2 o 3 giorni, anzi 10 (cioè fino all’ultimo
controllo), la donna vive nell’incertezza e nell’angoscia,
subendo nel frattempo perdite ematiche. In effetti, come
ha scritto la bioeticista Claudia Navarini, tra l’assunzione
della prima pillola, l’espulsione del figlio e il
controllo, trascorre un periodo di tempo in cui, mentre
si consuma l’agonia e la morte del figlio nel suo
grembo, la donna ha tempo per la riflessione: se l’aborto
la farà soffrire, se dopo tornerà tutto come
prima, se ha fatto veramente bene a sopprimere il proprio
figlio.
Così, dentro di lei si svolge un’agonia che
dura per giorni, giorni potenzialmente interminabili, e
questo si fa particolarmente vero per quelle donne che all’aborto
sono arrivate magari per solitudine, per paura o per povertà,
ma che pure sanno bene di stare uccidendo il proprio figlio.
Solo il medico ci guadagna
La giornalista Marina Corradi si è chiesta se è
davvero migliore questa lunga e dolorosa attesa piuttosto
che il taglio netto provocato da un intervento. Davvero
conta così poco ciò che passa nei pensieri
di una donna in quel silenzioso aspettare che la vita che
le stava crescendo dentro, eliminata chimicamente, abbandoni
il suo corpo? Insomma, un periodo di grande sofferenza,
nel quale si può anche cambiare idea, ma in cui non
si può più tornare indietro perché
le conseguenze dell’assunzione della prima pillola
sono irreversibili.
In verità, almeno allo stato attuale, l’unico
soggetto a trarre reali vantaggi dalla diffusione del Ru486
non è la donna che ricorre all’aborto, ma il
medico, che deve limitarsi a prescrivere le compresse abortive,
a controllarne l’assunzione e a seguire il decorso
del processo da esse innescato. Non più agente e
protagonista dell’aborto, ma semplice supervisore
di un atto che la donna compie da sola, il medico prescrive
il Ru486 magari senza nemmeno vedere in volto la donna che
l’assumerà.
7. Il Ru486 deve essere assunto prima della settima settimana
di gravidanza. Perciò la decisione di abortire deve
essere presa rapidamente e precisamente nel momento in cui
la donna è più vulnerabile, cioè quando
il panico per la scoperta di una gravidanza indesiderata
può produrre decisioni affrettate.
Così la donna, che già è in difficoltà,
si trova ancor più abbandonata a se stessa: se basta
la pillola per sbarazzarsi di un figlio indesiderato, se
è così semplice, le pressioni da parte del
padre del bambino o dei familiari diventano più pressanti
e la solitudine si fa ancora più cupa. Ciò
è stato ben sottolineato anche da opinionisti tendenzialmente
abortisti che si sono levati contro l’introduzione
del composto chimico.
E solitudine. Tanta, troppa
8. Sigmund Freud affermava che, se avesse potuto ereditare
i beni di un ricco mandarino cinese uccidendolo con un solo
atto di pensiero, non avrebbe esitato un istante. Diversamente
da lui, molti uomini avrebbero invece notevoli esitazioni.
Però è certamente molto più facile
uccidere mille uomini che non si vedono di uno solo dirimpetto.
Il Ru486 moltiplicherà il numero degli aborti perché
il figlio, il suo sangue e la sua morte sono invisibili.
9. Se dovesse affermarsi la prassi di adoperare il Ru486
una volta al mese durante il ciclo, a prescindere dall’accertamento
di una gravidanza, l’incertezza e quindi l’angoscia
della donna cresceranno.
10. Oppure, qualora questo uso della pillola non dovesse
creare angoscia, signicherebbe che questa prassi ha portato
a una indifferenza gravissima a proposito della morte di
un innocente.
11. Chi fa un uso periodico mensile del Ru486 può
pure ritenere di non avere alcuna colpa perché non
sa se e quando abortisce. Ma è sbagliato quanto pensare
che un cacciatore non ha alcuna colpa se spara dalla finestra
verso la strada quando è buio, visto che non sa se
sta uccidendo qualcuno. Del resto, è vero che l’ignoranza
scusa moralmente, ma non quando l’ignoranza è
stata cercata volontariamente (non voglio sapere se la bicicletta
che sto comprando è rubata per non avere remore morali
rispetto all’acquisto), né quando è
stata voluta la causa che l’ha prodotta (se uccido
qualcuno inconsapevolmente perché sono ubriaco, sono
colpevole perché ho voluto ubriacarmi), né
quando deriva da una negligenza (se sbaglio un intervento
chirurgico senza sapere che sto intervenendo sul mio paziente
in modo sbagliato perché non ho studiato anatomia,
sono colpevole perché era mio dovere studiare a fondo).
12. Infine, il padre del bambino, che già subisce
la grave ingiustizia di non aver voce in capitolo nella
decisione della donna di abortire (la legge 194 non gli
concede infatti alcuna possibilità d’impedire
l’aborto), potrebbe addirittura restare del tutto
all’oscuro dell’accaduto e quindi subire un
supplemento d’ingiustizia.