Festeggiamo l’anniversario della liberazione di Vienna
(13 settembre 1683) quando la Cristianità, animata
dal Papato, riuscì a fermare il pericolo turco.
Oggi Stati Uniti e lo Stato d’Israele sono favorevoli
all’entrata della Turchia nella Comunità europea...
Sarebbe auspicabile che i politici impegnati ad agitare la
(condivisibile) bandiera dell’anti-islamismo, sappiano
denunciare gli Usa e Israele come i nemici dell’Europa
cattolica.
La battaglia di Vienna, Anno Domini 1683
Lo scenario politico-militare nella seconda metà del
Seicento - secolo alquanto travagliato - appare oscuro e denso
d’incertezze. La Guerra dei Trent’Anni (1618-1648),
sotto le apparenze di una guerra di religione, era in realtà
un confronto politico-militare fra la Casa regnante francese
dei Borbone e quella degli Asburgo. L’intento era quello
di togliere agli Asburgo l’egemonia sulla Germania,
che derivava loro dall’autorità imperiale. Per
raggiungere questo scopo Armand du Plessis, meglio noto come
cardinal Richelieu (1585-1642), inaugurando una politica fondata
sul mero interesse nazionale a scapito di una visione europea
e cattolica, si alleò con i principi protestanti. I
Trattati di Westfalia del 1648 sancirono l’indebolimento
definitivo del Sacro Romano Impero. È cosí che
sulla Germania, devastata, divisa fra cattolici e protestanti
e separata politicamente, si stabilisce l’egemonia del
re di Francia, Luigi XIV (1638-1715). Il ruolo cosí
raggiunto in Europa spinge il Re di Francia ad aspirare ormai
alla corona imperiale e, in questa ottica, egli non esita
a cercare perfino l’alleanza dell’Impero ottomano,
del tutto avverso ad ogni ideale cristiano ed europeo. Sul
finire del secolo dunque l’Europa è prostrata,
divisa in se stessa tra fazioni religiose e lotte dinastiche,
con una crisi economica e demografica conseguente alla guerra,
che la resero quanto mai vulnerabile.
L’offensiva islamica
L’impero ottomano, che aveva conquistato i paesi balcanici
fino alla pianura ungherese, il 1° agosto 1664 era stato
temporaneamente bloccato dagli eserciti imperiali guidati
da Raimondo Montecuccoli (1609-1680) nella battaglia di San
Gottardo, in Ungheria. Poco dopo però, sotto la guida
strategica del Gran Visir Qara Mustaf? (1634-1683), l’offensiva
riprende, incoraggiata paradossalmente da Luigi XIV e dalla
sua disinvolta politica anti-asburgica. Non poteva esserci
momento piú favorevole per una campagna vittoriosa
e ormai il cuore dell’Europa era alla portata delle
armate ottomane. Pressoché isolata, soltanto la Repubblica
di Venezia impedisce ai Turchi di ottenere il dominio nell’Egeo,
nella Grecia e nella Dalmazia. Si trattava però di
una lotta ormai impari e, infatti, culminò nella perdita
di Candia nel 1669, nonostante le eroiche gesta di Francesco
Morosini (1618-1694). Nel 1672 la Podolia - una parte dell’attuale
Ucraina - viene sottratta alla Polonia e nel gennaio del 1683,
ad Istanbul, le armate ottomane volgono in direzione dell’Ungheria.
È un immenso esercito quello che si mette in marcia
verso il cuore dell’Europa, sotto la guida di Qara Mustaf?
e di Maometto IV (1641-1692). Il disegno che essi tentarono
di realizzare era quello di una sorta di "grande Turchia
europea e mussulmana" di cui Vienna doveva essere la
futura capitale; una città che a sua volta sarebbe
stata una testa di ponte verso il resto dell’Europa
assediata e destinata alla sconfitta. Le poche forze imperiali
rimaste - rinforzate dalle milizie ungheresi guidate dal duca
Carlo V di Lorena (1643-1690) - tentarono invano di resistere.
Il gran condottiero al servizio degli Asburgo prese il comando,
benché reduce da una gravissima malattia, dalla quale
- si disse - l’avevano salvato le preghiere di un padre
cappuccino, noto a molti come padre Marco da Aviano. Padre
Marco era stato inviato dal Papa presso l’Imperatore
per perorare la causa della crociata anti-turca. Il primo
atto di padre Marco fu quello di chiedere che in tutte le
insegne imperiali fosse riportata l’immagine della Madre
di Dio. Da allora le bandiere militari austriache porteranno
sempre l’effigie della Madonna per i successivi due
secoli e mezzo. Solo Adolf Hitler dopo la sua ascesa al potere
le farà togliere.
L’inizio della battaglia decisiva
L’otto luglio del 1683 l’esercito ottomano avanza
verso Vienna giungendovi il 13 luglio e cingendola d’assedio.
Fu una marcia di conquista che non risparmiò le regioni
attraversate, votando alla distruzione città e villaggi,
chiese e conventi, massacrando e riducendo in schiavitú
le popolazioni cosí sottomesse. L’imperatore
Leopoldo I (1640-1705), dopo aver affidato il comando militare
al conte Ernst Rüdiger von Starhemberg (1638-1701), decise
di lasciare Vienna e raggiunse la città di Linz per
organizzare cosí la resistenza della Germania. Nell’impero
risuonavano ormai le "campane dei turchi", com’era
già accaduto nel 1664 e nel secolo precedente, e iniziò
la mobilitazione di tutte le forze disponibili. L’imperatore
avviò febbrilmente le trattative per chiamare a raccolta
tutti i principi, cattolici e protestanti, tentando di contrastare
l’opera diplomatica di Luigi XIV e di Federico Guglielmo
di Brandeburgo (1620-1688). Fu cosí che chiese anche
l’intervento dell’esercito polacco, appellandosi
al supremo interesse della salvezza della Cristianità.
L’opera di Papa Innocenzo XI
In questo momento angoscioso la politica europea e orientale
sapientemente promossa dalla Santa Sede da lunghi anni sortí
i suoi frutti. Il merito fu in gran parte del cardinale Benedetto
Odescalchi (1611-1689), eletto Papa nel 1676 (con il nome
d’Innocenzo XI) e beatificato nel 1956 da Papa Pio XII.
Convinto assertore della crociata, il Pontefice, che da cardinale
e governatore di Ferrara si era guadagnato il titolo di "padre
dei poveri", avviò una politica lungimirante tesa
a creare un sistema d’equilibrio fra i principi cristiani
per indirizzare la loro azione politica contro l’Impero
ottomano. Avvalendosi di personalità eccezionali come
i nunzi Obizzo Pallavicini (1632-1700), Francesco Buonvisi
(1626-1700), padre Marco da Aviano ed altri, riuscí
a comporre i contrasti in seno all’Europa, a pacificare
la Polonia con l’Austria e perfino a favorire l’avvicinamento
con il Brandeburgo (protestante) e con la Russia ortodossa.
Tutte le divisioni in seno alla Cristianità dovevano
venir meno davanti alla difesa dell’Europa dall’islam.
Fu cosí che, nonostante tutto, nel 1683 il Papa riuscí
a creare una grande coalizione cristiana e a trovare le risorse
necessarie per finanziare un’impresa politica e militare
d’enormi proporzioni.
L’assedio di Vienna
Nella città intanto ebbe inizio la resistenza eroica
all’assedio. Si calcola che circa 6.000 soldati e 5.000
uomini della difesa civica seppero far fronte all’Armata
ottomana, forte di ben 300 cannoni. Nella città, solo
la campana di Santo Stefano, ormai chiamata Angstern (angoscia),
con i suoi rintocchi chiamava a raccolta i difensori. Gli
assalti alle mura e gli scontri isolati erano pressoché
continui, mentre i soccorsi erano ancora lontani. Sollecitato
dal Pontefice e dall’imperatore, il re di Polonia Giovanni
III Sobieski (1624-1696), alla testa dell’esercito,
si mosse a tappe forzate verso Vienna, che ormai già
due volte aveva salvato la Polonia dai turchi. Finalmente
il 31 agosto i suoi contingenti si congiunsero con quelli
del duca Carlo di Lorena, che in seguito assunse il comando
supremo. L’esercito cristiano, tutte le forze di quell’Europa
cosí prodigiosamente riunita, si mise in marcia verso
Vienna, dove la situazione era ormai drammatica. I turchi
avevano aperto delle brecce nei bastioni e i difensori superstiti,
dopo aver respinto decine d’attacchi ed effettuato numerose
sortite, erano allo stremo delle forze. Le truppe ottomane
avevano quasi il libero accesso all’Austria e alla Moravia.
L’undici settembre Vienna visse con angoscia quella
che parve l’ultima notte. Von Starhemberg inviò
a Carlo di Lorena un ultimo disperato messaggio: "Non
perdete piú tempo, clementissimo Signore, non perdete
piú tempo".
La battaglia finale
È l’alba del 12 settembre 1683, quando padre
Marco da Aviano, dopo aver celebrato la Messa, servita dal
re di Polonia, benedice e arringa l’esercito ormai schierato
accompagnandolo in campo aperto. Poco dopo a Kalhenberg, presso
Vienna, 65.000 cristiani affrontano in battaglia campale 200.000
ottomani. A capo degli eserciti cristiani sono presenti i
principi del Baden e di Sassonia, i signori di Turingia e
di Holstein, i Wittelsbach di Baviera, il generale italiano
conte Enea Silvio Caprara (1631-1701), il giovane principe
Eugenio di Savoia (1663-1736), insieme ai polacchi e agli
ungheresi. La battaglia durò tutto il giorno e terminò
con un’epica carica all’arma bianca, guidata da
Sobieski in persona, che provocò finalmente lo sfacelo
dell’Armata ottomana. Le forze europee scese in campo
subiranno la perdita di circa 2.000 uomini contro le oltre
20.000 dell’avversario. L’esercito ottomano fuggí
in disordine abbandonando ogni cosa, ma non senza aver vilmente
trucidato centinaia di prigionieri e di schiavi cristiani.
Il re di Polonia inviò al Papa le bandiere catturate
accompagnandole da queste parole: "Veni, vidi, Deus vicit".
Da allora, per volere di Papa Innocenzo XI, il 12 settembre
è dedicato alla festa del Ss. Nome di Maria, in ricordo
e in ringraziamento della vittoria. Il giorno seguente l’Imperatore
entrò nella Vienna liberata, alla testa dei principi
dell’impero e delle truppe confederate. Nella cattedrale
di Santo Stefano il vescovo di Vienna-Neustadt, poi cardinale,
il conte Leopoldo Carlo Kollonic (1631-1707), celebrò
un solenne Te Deum di ringraziamento.
(Fonte: webinfinito.it)
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