Maurizio Blondet
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28/02/2006
Il Ministro dell'economia Giulio Tremonti
ha ragione a evocare, a proposito del pasticcio ENEL-Suez,
l'Europa 1914: quel tragico piano inclinato in cui l'intero
continente si trovò a scivolare verso la grande guerra,
che nessuno voleva.
E nello stesso tempo, non hanno torto i francesi a bloccare
la scalata della nostra impresa alla loro.
La Francia ha sfatato il dogma che debba essere la finanza
ad avere l'ultima parola. Che non è detto che chiunque
abbia capitali, per questo solo fatto, possa comprare ciò
che vuole dovunque vuole.
Parigi dice che esistono cose più importanti dell'economia
e dei suoi dogmi.
Accusare De Villepin d'aver violato «le leggi del
mercato» è una idiozia: perché l'azienda
energetica francese contiene le centrali atomiche.
E non è il «mercato» a costruire centrali
atomiche.
Non sono i privati a realizzarle in nome della competitività,
in regime di «libera concorrenza».
La decisione di adottare il nucleare come fonte energetica
è altamente «politica», ed è stato
lo Stato francese a volerla fortemente fin dai tempi di
De Gaulle.
Anche quando, costando poco il petrolio,
l'elettricità da nucleare non era competitiva.
Lo scopo era altamente politico: conquistarsi l'autonomia
energetica, come condizione per mantenere la propria sovranità
nei rapporti internazionali.
E' grazie alle sue centrali atomiche (che coprono abbondantemente
il fabbisogno interno), come grazie al suo deterrente nucleare
militare, mantenuto con spese e contro ogni «convenienza
di mercato», che Parigi ha potuto dire no a Bush che
la voleva arruolare per l'invasione dell'Iraq, e mantenere
una sua autonomia sulla scena internazionale.
E adesso arrivano degli italiani, e siccome hanno dei capitali,
si vogliono comprare questo elemento essenziale di una politica
sovrana?
E' quell'Italia che, come noto, ha rifiutato (grazie ai
verdi e alle sinistre) la scelta energetica nucleare, per
stupidissima miopia. E che ora pensa di comprarsi quella
preveggenza politica che non ha avuto:
acquistando le centrali, che noi non vogliamo in casa, sul
territorio francese. A loro tutti i rischi, e a noi la proprietà?
Eh no, dice Parigi.
Ma questo è «protezionismo»,
s'indigna Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera.
E porta ad esempio la Gran Bretagna tanto aperta e liberista,
che non ha fatto una piega quando la nostra Finmeccanica
ha acquistato un'azienda militare, la Westland.
Però non dice che giusto pochi giorni fa Tony Blair,
il presunto primo della classe in liberismo globale, ha
bloccato il tentativo della russa Gazprom di comprarsi una
ditta inglese energetica, la Centrica.
E anche Blair per le stesse ragioni di Chirac: ragion di
Stato.
Oggi e domani sarà il settore energetico ad essere
strategico, più di quello militare.
Dovunque si sta sfatando il mito che tutta l'esistenza si
riduca al mercato, a compravendita.
Che la finanza sia «neutra», sicchè non
ha importanza chi è quello che compra e quello che
è comprato.
Nello stesso momento, Parigi ha sbugiardato l'illusione,
cara ad «europeisti» globalizzatori come Padoa
Schioppa, Monti e Prodi, secondo cui è Bruxelles
che sorveglia e decide le politiche comuni.
No, sono i rapporti bilaterali, da Stato a Stato, a contare.
L'Europa burocratica svanisce, l'Europa delle
patrie esiste ancora. Noi italiani abbiamo trascurato i
rapporti bialaterali intra-europei; abbiamo creduto nel
mito di Padoa Schioppa, e ora ne paghiamo il prezzo.
L'ha detto chiaro il vice-commissario europeo, Jacques Barrot,
che non dimentica di essere francese: «perché
l'ENEL ha fatto un'offerta ostile? Un approccio più
dialogante avrebbe potuto favorire un'alleanza con la Suez».
Si noti il termine: un'alleanza (politica), non un mercato.
Ma allora perché Tremonti ha ragione a dire che il
no francese ci riporta al 1914?
Naturalmente i giornali italiani gli danno tutti addosso:
proprio lui che invocava protezionismo contro la Cina, proprio
lui il «colbertista». è questa rozzezza
di argomenti che impedisce all'Italia di discutere cose
gravi con serietà. Tremonti dice una cosa seria e
sottile.
Dice che il no francese è un riflesso
condizionato difensivo, dietro cui non c'è più
(o non c'è ancora) una meditata dottrina politica.
Che dietro il protezionismo del caso - per - caso, che sta
avanzando in Europa, non c'è una visione grande,
e ormai necessaria. Anche i francesi fanno i liberisti a
parole, e i nazionalisti economici nei fatti.
Non è doppiezza, è peggio: è che all'azione
protezionista (sacrosanta) manca una teoria protezionista
coerente e vincente, per l'Europa intera. Perché
- Tremonti ha ragione - non si può più essere
protezionisti dentro gli angusti confini di ogni Stato.
Ma si può, e si deve, creare una fortezza Europa,
aperta all'interno e con solide barriere all'esterno, contro
i «concorrenti» globali che ci saccheggiano
posti di lavoro e competenze a forza di dumping e concorrenza
sleale. Questa Europa è possibile: i suoi 460 milioni
di abitanti possono produrre gran parte delle merci che
oggi comprano in Cina, con la scusa che sono più
«competitive», e le pagano coi posti di lavoro
perduti, col futuro dei loro figli.
Gli impulsi a un'Europa diversa ci sono tutti.
In una intervista alla Suddeutsche Zeitung del 21 febbraio,
l'ex ministro socialdemocratico Egon Bahr ha accusato in
termini inequivocabili Londra come sabotatrice del funzionamento
dell'Unione Europea come spazio economico «forte».
La liberalizzazione del mercato europeo, ha detto Bahr,
è stata sempre più importante per i britannici
del rafforzamento dell'Europa come entità politica
internazionale.
«Bisogna porre agli inglesi questa alternativa: o
cooperate a pieno, o siete fuori. Ma l'Europa non ha i muscoli
per farlo».
Perché?
Per «incompetenza», ha detto Bahr.
Questa incompetenza è anzitutto culturale: l'Europa
non sa recuperare quella dottrina economica, privatista
ma non globalista, che fu «l'economia politica»,
creata dall'economista Friedrich List,e a cui l'Europa deve
le sue successive rinascite dopo ogni guerra.
Insomma, l'eurocrazia globale (filo-americana e britannica)
è morta, ma l'Europa diversa avanza alla cieca.
Quello che la Francia fa per sé, lo dobbiamo fare
tutti.
Ma non gli uni contro gli altri: tutti insieme contro i
competitori globali sleali.
Altrimenti finiremo per farci la guerra tra noi europei
- dice Tremonti - e dando ai nostri avversari globali ancora
più vantaggi di quanti ne abbiano.
Maurizio Blondet