Una bambina libanese
mostra la foto del fratellino
Maurizio Blondet
fonte: www.effedieffe.com
Il Financial Times sospira sollevato:
le devastazioni in Medio Oriente non hanno provocato alcuna
scossa nell'economia globale (1).
Qualche vacua frase lenitiva di Ben Bernanke (il capo della
Federal Reserve) ha avuto un effetto benefico sui «mercati»
- cioè sulle borse speculative - che ha più
che compensato i lievi tremori provocati dai bombardamenti
in Libano, il disastro dell'Iraq, i missili della Corea
del Nord messi insieme.
Tutto ciò, filosofeggia il Financial Times, è
perfettamente logico.
«Il Libano in sé è economicamente insignificante;
la sua economia è tre volte inferiore a quella di
Manhattan. Il suo intero prodotto lordo equivale a un 'margine
d'errore statistico' della crescita del PIL americano».
«Ciò che accade in Libano sarà una tragedia
umana, ma non è una tragedia economica. L'Armageddon
finanziaria è rimandata ancora una volta».
Certo è triste, ammette il giornale della City, ma
che volete farci.
E, decisamente in vena filosofica, cita un passo di David
Hume che dice: «Preferire la distruzione del mondo
intero piuttosto che un graffio sul mio dito…. non
è contrario a ragione».
David Hume, l'empirista, è il vero maestro dello
spirito britannico, e la frase sopra citata rivela pienamente
cosa sia questo spirito: è l'anima del bottegaio,
ossia l'egoismo elevato a sistema morale, e definito come
il solo «razionale» ed oggettivo.
E' questa l'anima del commercio globale,
descritta da Adam Smith: non ci aspettiamo la bistecca e
la birra dalla benevolenza del macellaio e dell'oste, ma
dal suo tornaconto.
La mano invisibile dell'egoismo.
Il mercato e i suoi meccanismi come metro di tutto.
In questo mito o dogma - il dogma dominante del nostro tempo
- è inserita la menzogna dogmatica che lo spirito
mercantile è il solo fattore razionale di pace mondiale.
E perciò lo spirito del bottegaio va sostituito in
tutto il mondo a ciò che è «irrazionale»,
dalla religione («fanatismo») agli ideali («ideologie»)
alle identità nazionali («nazionalismo»).
Queste fomentano la guerra.
Solo legando gli uomini nel commercio, la pace diventa reale:
per tornaconto reciproco, a causa dell'interdipendenza che
il mercato globale instaura.
Poiché dipendiamo dal macellaio argentino e dall'oste
francese, o dal tessitore cinese e loro dipendono da noi
per merci e servizi che non producono, farci la guerra «non
conviene più».
Pace perpetua.
Pace universale, basata sull'egoismo.
Purchè s'intende, il vostro contributo alla pace
universale sia «economicamente significativo».
Il Libano era insignificante, tre volte meno della ricchezza
prodotta nella sola Manhattan.
In quell'angolo insignificante c'erano
famiglie che stavano pagando i mutui della casa,
comunità insignificanti che tornavano a fiorire,
quella forte allegra vitalità levantina che chiunque
sia stato in Libano riconosce grato; c'erano armeni e cristiani,
sciiti, sunniti e drusi, una stratificazione millenaria
di storie intrecciate.
C'erano genitori che mandavano i bambini a scuola, ragazzi
che imparavano l'inglese e il francese, papà che
pagavano la rata della macchina, mamme che guardavano cataloghi
di mobili da comprare. Il difetto di tutta questa attività
pur sempre economica era di essere, sui tabulati della Goldman
Sachs, insignificante.
Tutta quella vita vitale e fiorente, dopotutto, era a malapena
pari a uno scarto d'errore statistico nel PIL americano.
Allora, dalla City, si può tollerare senza patemi
la distruzione delle case su cui i papà pagavano
il mutuo, l'incinerazione degli scolari che parlavano francese,
le centrali elettriche e del latte e i ponti ridotti in
macerie, la devastazione del futuro di un popolo, il terrore
e la fuga di un milione di consumatori che sono ora a carico
delle «charities».
Tutto questo non ha prodotto una flessione visibile dei
grafici di Wall Street né del London Exchange.
Sollievo: il dito del bottegaio non è stato graffiato.
E nemmeno il suo pacchetto di azioni.
Lo spirito del bottegaio come ultima ideologia egemone.
Dove il «mercato» non
è quello rionale, della frutta, del pollame
e dei calzoncini per bambini - che vende cose che servono
alla vita - bensì quello dei futures, delle options,
delle «azioni», aride e per nulla nutrienti,
che nutrono solo lo spirito del bottegaio, inaridito senza
ritorno.
Lo spirito del bottegaio è indifferente alla vita.
Attenzione lettore, perché siamo tutti figli della
City, siamo tutti bottegai razionali.
Ci hanno abituato a pensare così, è il pensiero
unico.
Per un momento magari inorridite alle foto dei bambini carbonizzati
dal fosforo bianco?
Ma il mercato ha pronto il rimedio: ancora più foto
di cadaveri bruciati, finirete per abituarvi. Persino se,
fra due o dieci anni, saranno le foto dei vostri figli.
Perché è vero, lo spirito del bottegaio non
produce guerre: produce massacri di inermi, che è
cosa diversa.
I suoi soldati non sono più combattenti contro un
nemico di pari potenza, sono demolitori edilizi ed assassini
indiscriminati.
C'è una bella differenza.
E' una bella indifferenza.
Nel fondo dell'egoismo globale chiamato «mercato»
cova un inferno, di cui ci giungono solo le prime immagini
TV.
Lo ha descritto «Marc Saudade»,
alias Furio Colombo, in un romanzo chiamato «Bersagli
Mobili».
Dove un personaggio - un funzionario dell'ONU mandato in
Laos con il compito istituzionale di aver cura dei campi
profughi pieni di bambini - abusa di una bambina orfana.
E dopo, filosofeggia: «Da queste parti questa bambina
pelle-e-ossa è considerata un'ottima merce».
E' il concetto economico di «utilità marginale»
della carne innocente e spaventata.
Perché, spiega il personaggio, «il denaro e
gli esseri umani hanno preso strade diverse. Durante la
rivoluzione industriale sono stati una sola cosa, avevi
bisogno della gente per fare prodotti. Adesso non c'è
più bisogno di corpi umani per fare prodotti. Allora
li usi diversamente, ne fai commercio, guerriglia, li sprechi».
Questo spreco non è contrario a ragione, ci insegna
David Hume.
La ragione computatoria del bottegaio, che non spreca niente,
butta via però ciò che non ha valore sul mercato.
Bambine pelle-e-ossa, bambini libanesi che stavano imparando
il francese, quando vengono distrutti, non sono sprechi.
Sono rifiuti senza valore, da discarica.
Da inceneritore.
Questa è la verità ultima del pacifico bottegaio.
Dietro, s'intravvede la ben nota grinta anticristica: la
smorfia di Satana, l'omicida fin dal principio, colui che
sporca l'innocenza, il Re delle Mosche.
E i bottegai sono i suoi agenti volontari.
E anche molti di noi sono agenti
volontari.
Mi rivolgo specialmente a un lettore, credo «cattolico»,
che mi rimprovera la mia visione «in bianco e nero»
degli israeliani.
Lo invito caldamente a non leggerci.
Troverà nelle edicole - ne sono piene - giornali
a pagamento che gli forniranno le visioni non schematiche,
ma altamente sfumate e problematiche, di Magdi Allam, di
Massimo Introvigne, di Renato Farina e di molti altri.
Vada a comprarli, ed eviti noi.
Questo lettore è già in pieno nello spirito
del bottegaio.
Anzitutto, perché stima solo ciò che paga.
Poi, perché vorrebbe che dicessimo qui le «ragioni»
di Israele.
Vorrebbe insomma che proclamassimo il diritto di un orefice,
se nel suo negozio entra un rapinatore, non solo di uccidere
il rapinatore, ma anche di inseguirlo in strada e di sparargli
con un bazooka, devastando tutto ciò che c'è
intorno.
Per il momento, le leggi dicono che l'orefice, così,
passa dalla parte del torto.
Ma le leggi saranno presto cambiate, il «mercato»
lo esige.
Lo esige il lettore.
Non ci legga.
La perdita di un lettore così non ci danneggia economicamente;
ci danneggia invece moralmente essere giudicati da occhi
di tale bassezza morale.
Il solo pensiero ci nausea.
Maurizio Blondet
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Note
1) «No apocalypse now», Financial Times, 22
luglio 2006. Editoriale non firmato, ossia che esprime la
linea dell'editore.
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