Maurizio Blondet
19/05/2006
Il colloquio tra due «giovinetti» come Tommaso
Padoa Schioppa e Giorgio Napolitano, durante il giuramento
tenutosi al Quirinale il 17 maggio
Congratulazioni al nuovo ministro alle Politiche Sociali,
a nome Paolo Ferrero.
Mai sentito nominare?
Nemmeno io.
Nella sua autobiografia si qualifica così: «ex
operaio e cassintegrato Fiat».
Una bella carriera.
Anche se il compagno Paolo ha smesso presto di fare il cassintegrato.
Lui, che ha 45 anni, dieci anni fa era già nel consiglio
nazionale di Rifondazione Comunista,e prima era stato consigliere
comunale e segretario provinciale a Torino per Democrazia
Proletaria. La sua vera carriera è insomma, fin dai
suoi vent’anni, quella del nomenklaturista.
Pagato dai contribuenti.
Complimenti anche a Cesare Damiano, nuovo ministro del Lavoro.
Dal 1970, ossia da 36 anni, è sindacalista della
FIOM-CGIL.
Tutta una vita nelle «lotte» contrattuali.
Il padronato chic griffato Montezemolo e Della Valle, che
ha tanto voluto la sinistra al potere, sarà contento
di trovarsi come controparte questo sindacalista tutto-Fiat;
vedrete come ridurràil costo del lavoro.
Ma Damiano, rubando attimi preziosi alla sua missione operaia,
ha trovato il tempo di farsiuna cultura, di scrivere libri.
Fra cui uno dal titolo «Fassinèscion. L’Italia
di Piero in 100 vignette», con presentazione dell’inevitabile
Gad Lerner, edizioni L’Unità.
Dichiararsi affascinati da Fassino, renderlo divertente
in 100 vignette, dev’essere stato un duro sforzo intellettuale;
ma ha l’adulazione, si sa, fa avanzare nelle carriere
interne della nomenklatura. Eccolo ministro.
Damiano ha un’idea sola: abolire la legge Biagi, e
precisamente con provvedimenti punitivi, rendendo proibitivo
il costo delle assunzioni a termine.
Il risultato sarà che i giovani non troveranno più
nemmeno posti da precario.
Che le piccole industrie italiane, già devastate
dalla concorrenza cinese, non possano assumere masse a tempo
pieno, non importa a Damiano: lui deve solo applicare la
teoria sociale,fare qualcosa di sinistra.
Ma sono tutti così, i nuovi ministri.
Gente che non ha imparato niente, non ha visto il mondo
cambiare sotto la globalizzazione liberista, ma ha un’idea
fissa: riportare indietro l’orologio.
La Turco ha dichiarato che tornerà alla riforma
Bindi per «applicarla pienamente»: ossia ri-nazionalizzare
la Sanità, rifare dei medici degli statali, applicare
il razionamentodi Stato dei farmaci.
Pecoraro Scanio cancellerà il ponte di Messina; potremmo
anche essere d’accordo, ma visto che i contratti d’appalto
sono già stati avviati, il ritorno all’indietro
costerà centinaia di miliardi in penali.
Mica paga lui, er Pecoraro.
Lui applica l’ideologia anti-infrastrutture, noi contribuenti
la paghiamo.
E Mastella?
Ha già assicurato che garantirà alla magistratura
gli indebiti privilegi e i poteri abusivi che si è
presa dai tempi di Mani Pulite, cancellando gli sforzi di
Castelli per riportare la casta dei privilegiati entro i
suoi limiti legali.
Sono tutti così, tutti voltati all’indietro,
tutti con la fretta di ridarci il passato da cui cercavamo
di sfuggire.
Il motivo è chiaro: tutti questi sono il ceto che
vive non «per» la politica, ma «della»
politica.
Gente per cui la politica è il solo mestiere, e da
cui traggono i loro stipendi.
E stipendi d’oro, quali nel privato non si vedono
più.
Questa gente ha avuto paura che, con Forza Italia e la
Lega, la democrazia abolisse il loro mestiere, facendo avanzare
una classe nuova, di gente venuta dal privato e pronta a
tornarvi se non rieletta.
Una paura blu: v’immaginate Mastella costretto sfornare
pizze?
D’Alema a chiedere un fido per far andare avanti una
sua azienda?
Marini in un cantiere a gestire muratori?
Con tutti i rischi connessi alla vita attiva nella libertà,
il fallimento, la disoccupazione, la necessità di
formazione permanente per tenersi aggiornati, con un occhio
alla concorrenza, ai conti, al mercato azionario?
Troppo duro.
Non sopravviverebbero un giorno.
Ecco perché hanno formato questa enorme coalizione,
eterogenea in modo addirittura ridicolo.
Il solo punto in comune che hanno tutti costoro, dai rifondazionisti
a Mastella, è però preciso ed essenziale:
il loro comune interesse a continuare a farsi pagare dall’erario
pubblico.
Di fatto, ha vinto la variegata categoria di tutti coloro
che i soldi dallo Stato «li prendono», coalizzati
per strizzare ancora di più coloro che i soldi allo
Stato «li danno», ossia noi, i contribuenti.
La più elementare delle lotte di classe: garantiti
e privilegiati uniti contro gli altri.
Coloro che campano senza dover rispondere di nulla, contro
coloro che devono rispondere di tutto, esibire risultati,
creare profitti, inventarsi delle idee per stare a galla.
Per questo, mi pare ottimista la tesi di Berlusconi, che
questo governo, con una maggioranza così risicata
e una coalizione così sbrindellata, cadrà
presto.
Il solo vero mestiere di lorsignori è: prendere il
potere e restarci.
Il solo in cui sono bravissimi.
E anche voi lo sareste, se un vostro stipendio di 22 milioni
di lire mensili, o di 40, dipendesse dal potere pubblico,
dalle tasse dei contribuenti.
La prova è sotto gli occhi di tutti.
Io personalmente portavo i calzoni corti quando entrò
in Parlamento per la prima volta, nel 1954, Giorgio Napolitano.
Ora sono in pensione dopo una vita di alti e bassi, è
caduta perfino l’Unione Sovietica, e Napolitano -
dopo 52 anni come senatore più un decennio da deputato
europeo a 44 milioni al mese - è capo dello Stato.
Per lui niente bassi, solo alti.
E Prodi?
Ero un giovane di belle speranze nel ‘74, e lui era
già ministro dell’Industria in non so quale
governo DC.
Ed ora, 32 anni dopo, è ancora lì.
Padoa Schipppa?
Stava con Delors a congiurare l’euro un trentennio
fa, ed ora è ministro.
Tutti inamovibili.
Immarcescibili.
E tutti longevi.
Non c’è segno più certo di un potere
oligarchico, che la tarda età dei potenti.
E la cosiddetta sinistra è un ospedale geriatrico.
Franco Marini con i suoi 73 anni, è un giovanotto.
Napolitano ne ha 82; Ciampi lo volevano riconfermare presidente
fino a 92; Forza Italia non ha trovato di meglio come candidato
alternativo che Andreotti di 87, e al Senato il governo
di Prodi (68) può contare su una ristretta minoranza
dei senatori a vita - ossia che noi non abbiamo eletto né
voluto - che vanno da Emilio Colombo (86 anni, ma si tiene
su con la cocaina) a Rita Levi Montalcini, di anni 97.
Tutta gente che occupa posti da mezzo secolo.
Che impedisce ogni ricambio generazionale, che lascia invecchiare
i giovani generazione dopo generazione senza offrire loro
una sola opportunità di farsi le ossa, di provarsi
nella vita pubblica.
Del resto, anche voi fareste così: chi rinuncerebbe
ad emolumenti da 12 o 27 o 40 milioni il mese, senza obbligo
di mandato né di fornire «risultati»?
Questi li avremo sul gobbo per vent’anni.
Maurizio Blondet
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