Autore: Maurizio Blondet
Fonte: www.effedieffe.com
La Russia è diventato il primo produttore ed esportatore
mondiale di petrolio.
Ha appena superato l'Arabia Saudita, le cui riserve stanno
calando.
E' una notizia bomba, anche se l'Occidente non ha sentito
(per ora) lo scoppio.
Mentre l'Europa calza l'elmetto ed entra in Libano in una
guerra imprevedibile e non sua, e l'America è già
impantanata fino al collo nelle guerre di Bush, Putin ha
vinto la «sua» guerra. E senza sparare un colpo.
Ha creato attorno a sé un nuovo cartello di Paesi
petroliferi uniti dall'anti-americanismo: un anti-OPEC,
più potente e temibile.
Per capire quanto sia grossa la vittoria di Vladimir, basta
pensare com'era ridotta la sua Russia ancora due anni fa.
Un Paese che, con il crollo dell'URSS, aveva dovuto accogliere
50 milioni di russi profughi dalle repubbliche ex-sovietiche;
dove mezzo milione di cittadini erano morti di stenti a
causa della «transizione al capitalismo» e al
disor dine conseguente.
Un Paese pesantemente indebitato da Eltsin con l'estero,
ossia in mano a creditori che avevano il diritto di impicciarsi
nella faccende interne del debitore.
Ma soprattutto, accerchiato. Ucraina, Georgia e Moldavia
infatti, sono le nuove «democrazie dei colori»,
finanziate da Washington come elementi della dichiarata
strategia americana: circondare la Russia di Stati filo-americani
e ostili che distanziano fisicamente Mosca dall'Europa,
ridurre la Russia (come ha detto Zbig Brzezinsky) a «una
potenza di second'ordine confinata in Asia».
Ebbene: Putin ha vinto questo accerchiamento.
Con una mossa da grande scacchista - il salto del cavallo
- ha stretto accordi di ferro con Paesi petroliferi lontani,
Algeria, Venezuela, repubbliche ex-sovietiche dell'Asia
centrale, e Iran; e li sta guidando come un blocco unico
a stabilire contratti di fornitura a lunga scadenza con
il gigante economico più assetato di stabili forniture
di petrolio: la Cina. Scavalcando l'Occidente.
«Oggi è difficile nominare un solo Stato ricco
di risorse energetiche che sia ancora realmente allineato
con l'Occidente», dice Joseph Stroupe, un importante
analista geo-strategico, direttore di Global Events Magazine.
«Persino la filo-americana Arabia Saudita guarda sempre
più verso Cina, India e Giappone, e così vari
Paesi petroliferi dell'OPEC, musulmani, ansiosi di ridurre
la loro dipendenza dagli USA. La Cina, a loro, non tiene
lezioni di democrazia né minaccia cambi di regime;
compra il loro greggio, senza porre condizioni politiche».
L'anti-OPEC dominato da Mosca è unito dalla comune
paura dell'aggressivo bellicismo di Washington, ma ancor
più è contro il «libero mercato globale»
voluto dagli USA. Uno dopo l'altro, questi Paesi stanno
ri-nazionalizzando le loro risorse petrolifere, espellendone
gli azionisti occidentali e sottraendole al «mercato»
con i suoi prezzi fluttuanti e le sue scalate.
Il modello, ancora una volta, l'ha indicato Putin.
Della sua Gazprom - la più colossale impresa del
pianeta - ha fatto di nuovo un'azienda di Stato, dove lo
Stato controlla oltre il 51% e gli azionisti, specie se
stranieri, sono in minoranza.
Ciò consente a Vladimir di usare il petrolio non
come una merce qualunque del «libero mercato»,
ma come un'arma politica.
Lo stesso ha fatto di tutte le grandi imprese ex-sovietiche
produttrici di materiali strategici, dal platino al titanio:
via gli azionisti stranieri, e a capo delle aziende ha messo
amici fidati, che conosce da quando erano come lui agenti
di medio livello del KGB, e ne condividono il disegno nazionale.
«La cosa allarmante», commenta Stroupe, «è
che i regimi ricchi di materie prime in tutto il mondo stanno
copiando il modello russo». Non solo il Venezuela
di Chavez, ma mezzo Sudamerica, hanno capito il potere
che dà avere le risorse, di cui il mondo è
assetato; e ne stanno approfittando.
In che modo?
Non mettono più il greggio e i loro metalli sul «mercato
libero», che avvantaggia per lo più solo i
venditori, le grandi Sorelle occidentali, Shell, BP e altre
multinazionali minerarie; ma si legano sempre più
in accordi di cooperazione permanente con alcuni loro «clienti»,
ossia con Paesi consumatori, e anzitutto la Cina, in base
ad accordi privilegiati: dove la Cina, in cambio
del petrolio, fornisce ai produttori tecnologia e mezzi
per l'esplorazione e lo sfruttamento.
«Stiamo assistendo», sottolinea Stroupe, «non
semplicemente alla formazione di un nuovo cartello energetico
con Mosca al centro, ma a un nuovo blocco che unisce i produttori
ai grandi consumatori dell'Asia in una federazione d'interessi
permanente».
E questi Stati, per di più, «sono profondamete
affini in senso politico»: non sono democrazie all'occidentale,
per esempio, ma Stati autoritari e dirigisti; non hanno
proceduto alle intense privatizzazioni dettate dalla
dottrina liberista, sicchè quei regimi mantengono
una mano forte nell'economia; e infine, sono uniti dalla
comune volontà di ridurre e contrastare «il
dominio unipolare americano», di cui temono l'aggressività
e le guerre preventive.
Ancora una volta, è stato Putin a dare l'esempio.
Mesi fa ha stabilito un rapporto privilegiato con la Germania
di Schroeder, il massimo cliente petrolifero in Europa.
Insieme stanno terminando il gasdotto del Baltico che scavalca,
perché passa sotto il mare, Polonia e Ucraina. In
cambio, la Germania è ammessa allo sviluppo futuro
dell'enorme giacimento vergine «Shtockman» sul
mare di Barents, e in cui non sono state fatte entrare,
nonostante lo chiedessero col cappello in mano, Shell e
Bp.
Ci è entrata invece la petrolifera nazionale della
Norvegia, Paese i cui giacimenti nel Mare del Nord sono
in esaurimento. La Norvegia è entrata in questa joint-venture
storica grazie alla Germania, che è tornata ad esserne
quello che fu per secoli: la grande protettrice.
Non basta.
In un incontro a Sochi sul Mar Nero, Putin ha di nuovo radunato
attorno alla Russia i Paesi ex-sovietici asiatici (molti
dei quali petroliferi) delusi dalle promesse del «mercato
capitalista globale», retti da dittatori, e troppo
integrati economicamente alla Russia per poter fare da soli.
Un nuovo accordo lega per esempio il Tagikistan, fin troppo
ricco di acque (le riceve dal Pamir) all'Uzbekistan, che
di acqua ha bisogno per i suoi campi di cotone: la fornitura
è stata assicurata con la mediazione di Mosca. Ancora
Putin, con Pechino, sta unendo con oleodotti strategici
l'Iran alla Cina e al Pakistan.
Una rete di interessi forti e concreti da cui l'Occidente
è ogni giorno più emarginato.
E in cui il «mercato» non c'entra più;
è un club privato di Paesi petroliferi che si sono
accordati per servire gli interessi alla stabilità
energetica di un altro club privato di altri Paesi amici,
ideologicamente affini, come la Cina. Insieme, i due club
formano un blocco ideologico sempre più coeso, che
diventa ogni giorno di più un'alleanza alternativa
agli Stati Uniti.
Di cui l'Europa troppo filo-americana vedrà i risultati
a suo danno.
Giusto pochi giorni fa, Putin ha estinto il debito che la
Russia di Eltsin aveva contratto con le banche europee,
il cosiddetto Club di Parigi: in anticipo doveva pagare
rate e interessi fino al 2015, invece ha chiuso i conti
oggi: sborsando sull'unghia 22 miliardi di dollari.
Putin, i soldi li ha avuti involontariamente da Bush: quando
Eltsin s'indebitò, il petrolio russo si vendeva a
13 dollari il barile, oggi, grazie all'occupazione dell'Iraq,
a 73.
«Ripagare il debito», ha detto Putin ai suoi
cittadini, «rafforzerà l'autorità internazionale
della Russia come Stato». Non poteva essere più
chiaro: ha troncato l'ultima dipendenza dagli interessi
stranieri, ha tolto ai creditori esteri il pretesto di impicciarsi
nei fatti nazionali, e criticarlo perché non è
abbastanza «democratico». Non è economia
di mercato, ma grande politica.
E tutto ciò, senza sparare cannonate e senza calzare
l'elmetto. L'Eur opa invece sta andando alla guerra - in
Libano - senza nemmeno sapere come finirà.