Putin di ghiaccio con gli euro-servi


Maurizio Blondet
www.effedieffe.com
26/05/2006

George W. Bush durante un meeting con Manuel Barroso (presidente della Commissione UE) e Javier Solana («ministo degli Esteri» UE)
Per il fatto di essere in Europa i maggiordomi degli interessi americani, Manuel Barroso (presidente della Commissione UE) e Javier Solana («ministo degli Esteri» UE) credevano di poter imitare Dick Cheney per arroganza e brutalità: sono andati da Putin a Soci a fargli la morale e dettargli delle condizioni.
Secondo le linee dettate da Bush: la Russia non è democratica.
Se vuole esserlo, deve continuare a fornire gas quasi gratis alla «nuova» Ucraina filo-americana. Soprattutto, deve smettere di usare il suo petrolio come «un'arma politica» anziché come una merce.
Perciò deve riprivatizzare la Gazprom e consentire agli «investitori esteri» di diventare proprietari e azionisti della petrolifera e degli oleodotti russi.
Insomma, deve aprire al «mercato».
In Italia, i governanti obbediscono sempre a intimazioni del genere; fin dai tempi del «Britannia» si sono buttati in ginocchio a vendere e privatizzare a beneficio dei finanzieri anglo-americani.
Putin ha dato risposte «gelide» a questi servitorelli.
Ed ha mostrato quanto conti un'Europa che ha voluto essere meramente economica e burocratica, a-statale ed a-nazionale, quando vuole far la voce grossa di fronte ad uno statista che difende l'interesse della sua nazione: zero assoluto.

L'Independent ha raccontato l'incontro così (1): «Il presidente Vladimir Putin ha gelidamente rigettato le critiche di USA e UE sul presunto uso delle risorse energetiche come arma politica, ed ha pubblicamente respinto i tentativi europei di ottenere accesso alla vasta rete di gasdotti del Paese».
[…] «La delegazione europea [oltre a Solana e Barroso, c'era il malcapitato cancelliere austriaco Wolfgang Schussel] sperava che Putin rendesse almeno un omaggio verbale alle ansie UE relative alla crescente dipendenza europea da Mosca per il greggio e il gas. Speravano avrebbe accettato di ratificare un trattato energetico che desse alle imprese europee un accesso alla rete delle pipelines russe. Ma Putin, segno di quanto fortemente si ritenga nel giusto, ha deluso gli europei. Anzi ha messo in chiaro che continuerà il progetto di fare del suo Paese una superpotenza energetica, e che con gli Stati ex-sovietici come l'Ucraina tratterà come parrà meglio a lui, non a Bruxelles o a Washington. Quando gli è stato domandato come intende regolarsi con l'Ucraina, ha replicato freddamente: 'per quanto riguarda i rapporti con altre nazioni, discuteremo le nostre relazioni direttamente con loro'».
Ben detto, Vladimir. E' la risposta che si merita una UE che, dipendendo dalla Russia per il 25% delle sue risorse energetiche (ed entro il 2030 arriverà al 60%), pretende di dettare condizioni senza concedere contropartite.
Lo fa Bush, che rimprovera la Cina di non essere democratica, e allo stesso tempo si fa mantenere dai cinesi, vendendo alla Cina i buoni del tesoro USA che mantengono a credito gli spropositati consumi americani.

Ma il successo di questa pratica di moralismo brutale e peloso è dubbio già per la super-potenza; per la UE, che superpotenza non è, è stato subito un disastro.
Putin ha risposto a Barroso e Solana come meritano dei servi d'altro padrone, che per di più vengono col cappello in mano: «Se i nostri partner europei si aspettano che noi li lasciamo entrare nel santo dei santi della nostra economia, noi ci aspettiamo da loro passi reciproci nelle sfere che sono critiche e importanti per noi».
Già, perché la Gazprom vuole poter acquistare qualche comproprietà azionaria dei settori della distribuzione europea dei carburanti, e l'Europa - questa maestra del liberismo - glielo nega; in compenso esige che le petrolifere anglo-americane entrino in Russia e nella Gazprom.
E il tutto senza offrire a Mosca una vera partnership: la UE che è pronta a fare della Turchia un proprio membro, vuole tenere la Russia fuori dalla porta.
Pur continuando, beninteso, a intromettersi nella relazioni che Putin tiene con l'Ucraina.
O la Georgia.
O la Polonia.
Putin ha risposto anche qui come meritavano.
Ricordando: «La Russia è pronta a offrire le sue risorse energetiche sul mercato mondiale».
In chiaro: non vi va la nostra linea?
Siete voi ad aver bisogno del nostro gas, non noi di voi.
Se non vi piace, noi possiamo vendere alla Cina.
Non è che il gas ci resta invenduto, di questi tempi.

Solana e Barroso hanno preteso di fare una politica internazionale (per cui non hanno il mandato degli europei), e per di più per conto della Casa Bianca; ed hanno fatto una figura penosa.
Piotr Romanov, editorialista principale dell'agenzia Novosti, ha rilevato che gli occidentali «hanno mancato di cogliere un momento importante: la Russia, che negli ultimi vent'anni [dopo la caduta dell'URSS] è stata nell'orbita dell'Occidente, ha recuperato oggi parte delle proprie energie e, come un pianeta, ha ritrovato la propria traiettoria. Stando così le cose l'Occidente, e gli USA in particolare, devono seriamente correggere il loro tono altezzoso, e il loro linguaggio verso Mosca. E' stato evidente quanto mai dopo i recenti sermoni di Condoleezza Rice e Dick Cheney che, per l'ennesima volta, hanno voluto insegnare ai russi come diventare dei veri democratici. Erano un po' ridicoli, come gente che grida ad un treno che s'allontana» (2).
Esattamente così: un ridicolo ritardo culturale, americano e a maggior ragione europeo, impedisce di riconoscere che la Russia è una potenza crescente, mentre la «superpotenza» americana mostra tutti i suoi fallimenti.
Così gli eurocrati continuano ad adorare e servire gli USA, mentre trattano con disprezzo - come vedono fare al loro padrone - la nuova Mosca.
Questa clamorosa incultura politica, per cui gli eurocrati non vedono gli eventi maggiori che accadono davanti ai loro occhi, sta già danneggiando gravemente gli interessi dei popoli europei.
L'effetto delle lezioncine di Barroso e Solana sui «diritti umani» la «democrazia» e «il mercato» hanno già spinto Putin a dare corso a grossi contratti energetici con Pechino.

«Putin si è convinto che niente di serio può essere concluso con gente simile, e con un sistema che mette ometti del genere ad un tale livello». ( 3)
I maggiordomi di Cheney ci stanno facendo perdere la storica occasione di integrare la Russia nell'Europa, dov'è il suo posto.
Ma forse no, perché Putin ha mostrato di saper trattare cordialmente non con burocrazie senza mandato, bensì con nazioni, sul piano dei comuni interessi nazionali.
Il 25 aprile scorso si è incontrato con Angela Merkel, hanno passato un'allegra notte insieme (a cena, cosa avete capito, con cucina siberiana e carne d'orso) e alla fine la cancelliera tedesca ha annunciato: «la nostra partnership riveste una dimensione strategica».
E' la forza delle cose, il «destino manifesto» della Germania, il grande spazio orientale dove la tecnica tedesca incontra materie prime, lavoro qualificato, grandiosi progetti industriali da realizzare.
Sarebbe un esempio da imitare per Italia e Francia, se non fossimo comandati da servi: noi da servi americano-israeliani dipendenti di Goldman Sachs, loro da servi della massoneria «occidentale» che ha sempre visto la potenza tedesca come il nemico storico.
Naturalmente i bottegai che governano gli USA e Londra, con mentalità da contabili, fanno notare che la Russia è tutt'ora una potenza di secondo grado sul piano economico e militare, con una popolazione decrescente e poco competitiva; ben altra cosa è la Cina, «il grandissimo mercato» cui si deve andare.
Quello che i contabili, i seguaci di Adam Smith e dell'utilitarismo non riescono a capire, è che la nuova «potenza» russa non si legge nei bilanci: è la forza di una ritrovata identità e dignità nazionale.

Questi sono princìpi «ristrutturanti», almeno quanto il mercato unico globale di marca anglo-americana è destrutturante di ogni civiltà e cultura.
La malattia che il globalismo crea - la riduzione del cittadino a consumatore, del lavoratore a merce, del profitto finanziario a dittatore supremo - viene curata con l'affermazione di un destino nazionale, da condividere come popolo, in modo distinto da altri popoli - distinto ma non necessariamente nemico; si tratta di un futuro ambizioso.
Se c'è modo di ricostruire una società devastata, dal comunismo e poi ancor più dal mercato gestito da gangster ebrei, e dai saccheggi chiamati «privatizzazioni», è quello che sta seguendo Putin.
Le società europee sono parimenti destrutturate dal consumismo, da un permissivismo senza orizzonte e da un edonismo straccione: nel liberismo viviamo come in una gabbia, senza ben apprendere le regole del gioco (le hanno inventate gli inglesi) e perciò sempre meno competitivi e sfiduciati, in stato di insubordinazione permanente, sospettosi (a ragione) dei nostri governanti.
Quello che ci manca è uno scopo collettivo, qualcuno che indichi la strada del futuro a nazioni che vogliono averne ancora uno.
Ma Putin non sarà lì ad aiutare noi: è uno statista «russo», che ha grandi ambizioni per la Russia, non per l'Europa; e tanto meno per la UE, questa sigla meccanica senza qualità, senza legittimità e senza radici.
Siamo noi che dobbiamo aiutarci.
L'Europa delle patrie è quella che ci manca, e che ci occorre.


Maurizio Blondet
________________________________________
Note
1) Andrew Osborn, «Tough talking Putin rejects EU proposals on energy supplies», 26 maggio 2006.
2) Piotr Romanov, «La democratie russe quitte le sillon occidental», RIIA Novosti, 11 maggio 2006.
3) Queste valutazioni, e l'analisi che segue, è dell'ottimo sito francese «dedefensa.org». («La Russie regénerée, premier événément important du XXI siècle?», nonchè «Les russes maitres du jeu», 26 maggio 2006).

Copyright © - EFFEDIEFFE - all rights reserved.