Maurizio Blondet
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10/04/2006
Mario Draghi, vicepresidente dal 2002 con incarichi operativi
della Goldman Sachs, dal 16 gennaio governatore di Bankitalia
«Vendere i titoli di Stato italiani, comprare quelli
tedeschi»: la Goldman Sachs non ha nemmeno aspettato
che il «suo» governo andasse al potere in Italia
(Prodi, Draghi, Monti: tutti suoi dipendenti) per cominciare
la manovra (1).
Ed è la solita di manovra: abbassare il rating italiano
per svalutare i nostri cespiti e patrimoni, e poi acquistarli
per un boccone di pane.
Come già fecero ai tempi del «Britannia»,
il panfilo della regina, su cui salì Mario Draghi
ad incoraggiare la svendita (2).
Gli altri organi della finanza globale stanno tenendo bordone.
Moody’s,. Fitch e Standards & Poor tutte insieme
giurano su prospettive negative per l’Italia.
Risultato: già ora il BOT decennale deve avere un
rendimento del 4,14, come i titoli del debito similari di
Grecia e Malaysia, che stanno sotto di noi parecchio nel
rating.
Il rating misura il rischio d’insolvenza.
Ovviamente, Goldman e compagni non credono affatto che l’Italia
farà fallimento.
Vogliono solo, spandendo allarme, lucrare un po’ di
più (a spese nostre) sui BOT che lo Sstato italiota
emetterà.
E nel 2006 ne emetterà per 200 miliardi di euro,
un quarto dell’intero debito europeo.
Allora Goldman e compari ne compreranno a man bassa, come
al solito: con un ritocco in aumento dello 0,30, su quei
volumi, è un bel lucrare.
Vogliono anche imporci le «riforme»
ultra-liberiste: «l’Italia ha bisogno di fare
riforme serie», ha sancito Brian Coulton di Fitch.
Ossia: tagli dei salari e delle pensioni (il solo «snellimento
della spesa pubblica» prevedibile), flessibilità,
più tasse per colmare il debito che è fuori
dai parametri di Maastricht.
Per questo agitano il declassamento del debito, anzi di
più: l’espulsione del nostro Paese dall’area
euro (la Germania, che al contrario di noi ha tagliato i
salari ed ha riacquistato «competitività»,
ci sta pensando seriamente), il «farete la fine dell'Argentina».
Il loro calcolo è che Prodi farà di tutto
per restare nell’euro (in fondo è la sua gloria,
è stato lui a portarci dentro) e per mostrare che
l’Italia paga i debiti.
La Goldman confida che i suoi dipendenti al potere in Italia
applicheranno le ricette di scuola: privatizzazioni, supertassazioni
e tagli dei redditi.
Ed è certa che, siccome Prodi e Monti sono «di
sinistra», potranno farlo senza che la CGIL faccia
sciopero, che la rivolta sociale scenda nelle piazze.
Prodi farà l’impossibile.
A spese nostre, ovviamente: ci farà sudare sangue,
ci strizzerà i portafogli come limoni, ci metterà
alla frusta.
E' questo il calcolo della finanza saccheggiatrice globale:
di poterci strizzare a piacere.
La Goldman Sachs tira la corda dell’allarmismo.
Fino alla spasimo, tant’è sicura dei suoi addetti
al governo d’Italia.
E se, alla fine, la tirasse troppo?
Perché può venire il momento in cui l’insieme
di allarmismi, speculazioni al ribasso e una possibile messa
in quarantena da parte dei franco-tedeschi possono accumularsi,
spingendo l’Italia dove Prodi non vorrebbe: a farci
fare «la fine dell’Argentina».
Cioè a fare default.
Certo, per i redditi fissi e i pensionati sarebbero mesi
durissimi.
Le banche che non lasciano prelevare dai conti correnti
più di 200 euro a settimana.
E che non rimborsano i BOT.
Fallimenti di aziende, disoccupazione alle stelle (vi abbiamo
già suggerito: tenete i soldi in casa e in cassette
di sicurezza, liquidi, in franchi svizzeri se possibile).
E la benzina alla pompa, carissima.
E i telefonini e gli altri gadget elettronici, alle stelle.
Ma intanto, guadagneremmo un vantaggio enorme: ripudieremmo
il colossale debito pubblico, come l’Argentina.
E liberi dal debito, resi più leggeri dal peso degli
interessi, potremmo sperare nella nostra ripresa.
Fateci caso: persino l’Argentina, dopo
il default e i durissimi mesi, sta molto meglio.
Di più: tutta l’America Latina, siano al governo
le destre o le sinistre, sta rifiutando le politiche d’austerità
imposte dal Fondo Monetario.
Quelle politiche di tagli («riforme») che secondo
il Fondo Monetario, gli Stati indebitati debbono fare «per
il loro bene» - ma in realtà per garantire
il pagamento dei ratei ai creditori globali.
Da quando hanno smesso di prendere la medicina del Fondo
Monetario, i Paesi sudamericani stanno guarendo.
Ogni giorno diventano più robusti.
Naturalmente, questa prospettiva non piace a Goldman Sachs.
Un default sul debito dell’Italia, ed essa si trova
con i nostri titoli, che ha comprato sperando di lucrare
interessi più alti, tramutati in valigiate di carta
straccia.
Naturalmente, la finanza globale minaccia: fate default,
e poi chi vi farà ancora dei prestiti?
Lo hanno detto anche all’Argentina.
Oggi, sono loro che le offrono prestiti.
E poi e poi, nonostante quel che dice Goldman Sachs e i
suoi compari del rating, l’Italia «non è»
l’Argentina.
Non solo perché ha una struttura industriale più
robusta e complessa e un mercato interno più grosso.
Non somiglia all’Argentina, in un particolare cruciale:
che l’Italia può fare prestiti a se stessa.
Oggi, gran parte del debito pubblico italiano
è in euro e sui mercati internazionali.
E’ stato Ciampi a volerci indebitare con l’estero,
al solo scopo di legarci ai grandi creditori mondiali.
Ma non è una necessità.
Gli italiani hanno sempre sottoscritto i BOT, non hanno
mai mandato deserte le aste.
Hanno coperto il debito, senza bisogno di prestiti stranieri.
Siamo ancora un popolo di risparmiatori, anche se affaticati
dalle austerità, dalle tariffe dei monopolisti e
dai rincari: possiamo ancora comprare i titoli del nostro
debito, se danno buoni interessi, in una moneta nazionale,
o in un euro debole.
S'intende, il ripudio del debito sovrano non è una
passeggiata.
E’ una cura da cavalli, assai dolorosa, a cui il Paese,
per ricavarne vantaggi, deve essere preparato. Con piani
pubblici di dirigismo economico, cogliere un’occasione
(che non durerà in eterno) per una vera riconversione
del sistema Italia.
Un punto, dovrebbe essere una riorganizzazione scientifica
del turismo.
Qui abbiamo perso colpi, dormendo sulle nostre presunte
«bellezze naturali» (devastate da noi stessi)
e sui «monumenti» (abbandonati alla burocrazia
ottusa delle Belle Arti, fatta di archivisti e «conservatori»).
Invece il turismo è un’impresa,
che occupa molta manodopera e relativamente poco capitale;
ma va gestita in modo innovativo, con spirito insieme di
cultura e d’imprenditoria.
Controllo ferreo di qualità-prezzo per le strutture
di accoglienza, finanziamenti per alberghi di nuovo tipo
(tipo villaggio), punizioni esemplari per i furbi del ristorante
a prezzo gonfiato - basta imparare dalla Francia.
E ancora: sottrazione dei «monumenti» e delle
«bellezze naturali» ai Comuni (che hanno in
museo i bronzi di Riace, e al turista offrono la «sagra
della melanzana») e alle Belle Arti (sic) per conferirli
a una società mista internazionale a scopo di lucro.
Credete che DisneyWorld non acquisterebbe un pacchetto di
azioni, pur di gestire Pompei come un parco tematico?
O il giardino di Boboli?
Straordinarie realtà uniche al mondo, che oggi sono
un costo, diverrebbero un attivo, un cespite di profitto.
E credete che non si butterebbero, da Wall Street, a partecipare
a un'impresa che offre in affitto e a noleggio tutti i quadri,
sculture, pezzi di scuola che prendono polvere nei sotterranei
dei musei? Sogno cataloghi in cinque lingue che offrono
al presidente della Sony e a Bill Gates un dipinto «scuola
di Raffaello» o «allievo di Caravaggio»
da tenere nello studio per sei mesi o un anno, dietro pagamento
di un noleggio comprensivo di costi di assicurazione.
Sogno cataloghi di intere mostre circolanti
a tema («L’oreficeria degli Eruschi»,
«La vita quotidiana a Roma», con pezzi originali:
c'è solo l’imbarazzo della scelta) da offrire
al British, al Louvre, al Getty Museum.
La sola preparazione degli inventari accurati dei fondi
di magazzino, l’edizione di cataloghi, l’illustrazione
e presentazione intelligente delle opere, occuperebbe migliaia
di giovani con laurea in materie classiche, oggi ridotti
al triste destino parassitario dell’insegnamento.
Una nuova generazione di studiosi nascerebbe, appassionata,
nel settore che in fondo appassiona gli italiani colti:
l’antichità, il Rinascimento, l’arte.
E non parlo di tutto l’indotto.
Al British Museum si può comprare una copia della
testa di Nefertiti, lì conservata, libri su ogni
argomento e civiltà presente nella sue sale, e t-shirts
e riproduzioni di gioielli greci ed egizi, calchi in gesso
delle formelle del Partenone.
Orribile?
E perché?
E’ un business che dà lavoro ad artigiani non
banali.
Ma naturalmente, non è il turismo il nostro solo
futuro.
In un’Italia che «non è» l’Argentina,
esistono ancora isole d’eccellenza scientifica.
Un’inchiesta del TG3, «Report»,
ne ha mostrato recentemente alcune: giovani straordinari,
con salari da precari e da borsisti, costretti a lavorare
in scantinati scrostati con impianti invecchiati o guasti,
sempre sul punto di dover smettere per «mancanza di
finanziamenti» e di prendere il volo per le università
estere che li reclamano, fanno cose egregie.
Invenzioni sorprendenti.
Scoperte strepitose, che potrebbero tradursi in brevetti
assoluti.
Identificare le nostre eccellenze non è difficile,
visto che c’è riuscito un giornalista.
Ciò che rende difficile la loro identificazione,
che rende «invisibili» i nostri giovani migliori
e più dedicati, sono i baroni: quelli che stanno
ai piani nobili, e mandano i giovani negli scantinati e
nelle autorimesse.
Quello che occorre con urgenza, è smantellare le
baronie.
Quelle universitarie anzitutto - la vera palla al piede
della scienza italiana.
Quelle dei sedicenti «industriali» alla Montezemolo,
che parla tanto di «investimenti nella ricerca»
ma, quanto a lui, investe in una ditta di moda e vestiti
di lusso.
Ma anche quella dei grand commis pubblici.
L’Italia non può pagare due
miliardi l’anno a un solo dirigente statale (Gaetano
Gifuni, insisto): a paga dimezzata, non lo si riduce alla
fame, e resta qualche miliardo per la famosa «ricerca».
E i sindacati?
Estraggono dall’Italia circa 3 mila miliardi l’anno.
Vogliamo dimezzare questo introito parassitario, inutile?
Maurizio Blondet
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Note
1) Capintesta dalla Goldman Sachs per l’Europa è
Claudio Costamagna (ex Montedison), la cui moglie risulta
una grande finanziatrice di Prodi. Facciamo qui i nomi di
altri dipendenti di Goldman: forse non vi dicono niente
ora, ma li vedrete magari in qualche posto di sottogoverno
o «autority» del regime-Prodi. Sono: Diego De
Giorgi, Massimo Tononi, Andrea Ponti, Chicco di Stasi, James
del Favero.
2) Mario Draghi era allora alto funzionario al Tesoro, e
non doveva essere sul Britannia - dove si discuteva come
comprarsi a bocconi i gioielli delle partecipazioni statali
- per evidente conflitto d’interesse. Per di più,
tacque di questa sua partecipazione crocerina (in cui aveva
incoraggiato la svendita) per due anni, quando fu costretto
a dirlo perché interrogato da un’audizione
parlamentare: scese, si scusò, subito dopo il suo
discorso d’apertura. Per questo solo fatto, dovrebbe
essere, se non in galera, ad Hammamet; invece è al
vertice di Bankitalia. Il conflitto d’interesse esiste
solo per uno.