Jacqueline Amidi
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BEIRUT - George Orwell ha scritto un giorno: «In questo tempo di inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario».
Basta scorrere i giornali - di sinistra o di destra (se ancora si distingue la differenza!) - per rendersi conto che si tratta di prossenetismo mediatico, senza vergogna. E le televisioni? Dei lupanari dove si lavora sodo sui marciapiedi della globalizzazione. L'informazione è dettata dal «Grande fratello» e dovunque si ha ormai diritto alle stesse notizie, formulate con gli stessi termini e lo stesso tono.
Chiasso di battitori, insomma, per una mediatizzazione totalitaria.
Una vera politica di terrorismo informativo che costituisce precisamente la disinformazione.
I sacrosanti telegiornali sono trangugiati, ruminati e digeriti senza scrupolo.
La massa si rimpinza allegramente di bassezze, menzogne e volgarità, diffuse da tutti i mass media.
Tutto sembra andare verso il peggio.
«Bene!», gridava il diavolo vittorioso nella canzone di Jacques Brel. (1)
Ai tempi della guerra fredda, i due poli USA-URSS se ne stavano a distanza, si scrutavano, si evitavano, si tenevano nel mirino e si rilassavano. E prima di molestarsi, si davano accuratamente la pena di ragionare, di misurarsi, di equilibrarsi e di calmarsi. Perché una guerra non è un gioco da ragazzi!
Ma dopo la caduta dell'URSS, via libera alla dittatura americana!
Si decide allegramente una guerra qui, uno sterminio là, la distruzione e la morte di una qualsiasi nazione.
Dal 1991, "USA-la-morte", con la sua falce, non ha più represso la sua fame di pianti e di sangue.
Oggi la Russia si risveglia e si rinnova, dopo il lungo letargo che fece seguito alla caduta del totalitarismo comunista.
Ed era ora che si riprendessero alcuni elementi di equilibrio, sul piano della politica internazionale!
Forse in futuro potremmo avere diritto a tempi più umani e pacifici.
Una Nuova Russia, dunque, come contrappeso al gangsterismo globale israelo-americano, e forse anche un contrappeso cinese, riequilibrerebbero in una certa misura le forze geopolitiche e i poteri tra gli Stati.
Sarebbe ora!
1. La macchina dell'aggressione e il suo granello di sabbia
La macchina usraeliana dell'aggressione, della distruzione e del terrore è oggi pronta a essere scagliata di nuovo contro il Libano e il Medio Oriente.
Ma ogni macchina, prima o poi, ha il suo granello di sabbia che la mette in panne. E grazie a Dio, l'atto rivoluzionario di dire la verità è ancora un vento che infervora gli spiriti che combattono contro l'inganno universale.
La loro divisa: il vero, il bene, il bello.
La passione per la giustizia è la loro arma.
Il Libano sta oggi vivendo il suo periodo storico più pericoloso e decisivo.
Il mondo ha deciso di abbatterlo di nuovo, questo antico Cedro, così da impedirgli ogni possibilità di libertà e di rinascita.
Ma ecco manifestarsi il primo granello di sabbia (grande e forte, in realtà, come una montagna): l'immensa manifestazione, tanto attesa e voluta dal popolo libanese, che ha preso inizio venerdì 1° dicembre 2006.
La maggioranza della popolazione, guidata dal generale Michel Aoun e da sayyed Hassan Nasrallah, decide quel giorno di afferrare le redini degli eventi, da mesi manifesta in modo massiccio la sua opposizione e inizia la sua battaglia:
a) contro coloro che vogliono continuare nella vecchia politica di corruzione, di concessioni e di tradimento;
b) contro il governo anticostituzionale di Fouad Siniora e dei suoi alleati, furfanti che hanno fatto del Libano la loro proprietà privata, prendendo in ostaggio il popolo, barattando il nostro destino con i loro loschi interessi di vecchi mafiosi.
Da allora, il sitin non si è fermato neppure un giorno. Non deve fermarsi. Si mandi finalmente via la vecchia carcassa decrepita della sciagurata politica libanese ammuffita e putrefatta! E prenda il volo l'era della giustizia e della legalità.
Quel primo dicembre 2006, si può dire sia stato l'inizio dell'autentica primavera libanese.
Primavera dell'unità libera e sovrana del Libano.
Unità che è in marcia vittoriosa dal marzo 1989, data d'inizio della «Guerra di liberazione» condotta dal generale Michel Aoun contro l'occupazione siriana. Marcia che è proseguita nel luglio-agosto 2006, data della difesa e della vittoria dell'Hezbollah e del Libano contro l'aggressione israeliana.
Marcia che sempre procede, sotto la guida del generale Aoun e di sayyed Nasrallah.

Beyrouth - L'immensa manifestazione del 1° dicembre 2006, organizzata dall'opposizione guidata dal generale Michel Aoun e da sayyed Hassan Nasrallah: «Quel primo dicembre 2006, si può dire che fu l'inizio dell'autentica primavera libanese»
2. Chi è l'opposizione? Chi sono quelli che manifestano contro il governo ?
Innanzitutto, il sit-in che si svolge ancor oggi nelle due piazze del centro di Beirut - Piazza Riad Solh e Piazza dei Martiri - non è organizzato esclusivamente dall'Hezbollah, come dicono i media occidentali.
Ma anche:
a) dal CPL - Courant patriotique libre (Movimento patriottico libero), il partito del generale Michel Aoun;
b) dai Màrada, maroniti del nord del Libano fedeli alla famiglia Frangìyeh, rappresentata oggi da Sleimane Frangìyeh, nipote dell'ex presidente della Repubblica libanese;
c) dai sunniti guidati da Omar Karameh – già primo ministro e deputato, attualmente leader di Tripoli - e da Oussama Saad, deputato di Sidone;
d) dai drusi dell'emiro Talal Arslan.
Cosa chiedono tutti questi libanesi di ogni comunità (tutto il movimento, d'altronde, rappresenta un'intesa puramente politica e non ha nulla a che fare con diatribe confessionali)?
Chiedono la caduta di questo governo, che si è appropriato di funzioni che non gli spettano.
Questi collaborazionisti dei nemici usraeliani del Libano - che si fanno chiamare "anti-siriani" e che ancora fino a ieri miagolavano sotto lo stivale siriano - questi servitori di molti padroni, queste marionette che rappresentano il regime attuale, sono una minoranza, che si aggrappa al potere senza tener conto della volontà elettorale della popolazione, e che vuole assolutamente perseverare nella propria esistenza illegittima e anticostituzionale.
I manifestanti chiedono dunque la caduta di questo governo e la formazione di un nuovo governo di unità nazionale, che dovrebbe promulgare una nuova legge elettorale in base alla quale svolgere le elezioni legislative per eleggere un nuovo parlamento, che a sua volta eleggerebbe il nuovo presidente della repubblica.
Solo allora si potrà parlare di una vera democrazia, non come questa, fittizia, che ci è imposta, "alla Bush".
3. Chi è il generale Michel Aoun?
Il generale Aoun è il solo uomo politico libanese ad avere combattuto l'occupazione siriana, al tempo in cui egli era alla guida dell'esercito libanese, poi quando era capo del governo, infine durante il suo esilio. Aoun, il vincitore della prodigiosa ed eroica battaglia di Souk el Gharb, nel marzo 1989, contro l'esercito d'occupazione siriano. Aoun, l'anima del Libano ribelle durante la «Guerra di Liberazione».
Quando, al termine del mandato presidenziale di Amin Gémayel, quest'ultimo gli affidò un governo di transizione, il 22 novembre 1988 (festa dell'indipendenza libanese), il generale Aoun così si esprimeva:
«[...] Libanesi, Noi vogliamo recuperare una patria prima di ogni altra cosa. È passato il tempo in cui si indietreggiava davanti all'affermazione delle proprie convinzioni. È finita questa politica della menzogna reciproca e della profanazione dei valori più sacri. Siamo stati disprezzati e illusi a sufficienza, e abbiamo seguito a sufficienza le loro orme nel disprezzo di noi stessi, dimenticando i nostri interessi e rinunciando alla nostra volontà [...]».
«In tutta semplicità, sincerità e determinazione, esigiamo il nostro diritto. Vogliamo il nostro diritto a una patria intera [...]».
«La nostra terra, il nostro popolo e la nostra dignità non sono mercanzie da vendere o da ipotecare in un qualsiasi mercato regionale o internazionale. [...] Noi dichiariamo la nostra volontà di investire tutte le nostre capacità e le nostre relazioni fraterne e amicizie internazionali nell'obiettivo della liberazione della nostra patria e di mettere termine all'umiliazione del nostro popolo. Così come dichiariamo che resisteremo politicamente, economicamente e militarmente a ogni occupazione e violazione della nostra sovranità sul nostro territorio».
Già si intuisce dal suo discorso quanto Aoun dovesse infastidire i nemici del Libano, poiché parlava di liberazione e di resistenza.
E il popolo si è entusiasmato, lo ha appoggiato, lo ha adottato e gli è stato fedele.
Fedele ancora oggi. Aoun convoca i libanesi a una manifestazione?
Accorre una marea umana.
Fin dall'inizio, a ogni suo discorso rivolto a questo popolo che egli ama più di ogni cosa, Aoun comincia il suo discorso con le parole: «Grande popolo del Libano!». E fino a oggi, ogni giorno, ripete le stesse verità e conferma il suo programma senza cambiarvi uno iota, mentre la banda dei traditori minoritari (che si dicono "maggioranza" solo in forza della legge elettorale imposta dai siriani e soprattutto appoggiandosi sui brogli elettorali spudorati di cui hanno avuto comunque bisogno per potersi affermare) cambia maschera, ed elemosina i trenta denari alle porte di tutte le ambasciate dei paesi complici degli aggressori del Libano.

L'annuncio dellala presentazione, il 31-5-2007, del volume del generale Michel Aoun «Une certaine vision du Liban» (Una certa visione del Libano), Fayard, 2007
Ecco il discorso del generale Aoun venerdì primo dicembre 2006, giornata dell'immenso movimento di protesta organizzato dall'opposizione libanese e sostenuto dalla maggioranza del popolo libanese, più determinato che mai:
«Grande popolo del Libano!»
«In questo momento storico, mi rivolgo a voi in un'atmosfera piena di speranza e non di inquietudine, perché noi abbiamo la coscienza tranquilla e cerchiamo di conseguire i nostri obiettivi nazionali in modo da garantire la sicurezza, la sovranità e l'indipendenza della nostra patria. Oggi, noi concretizziamo insieme i concetti nazionali ed etici che non sono più slogan vuoti, ma una realtà vissuta in ogni casa e in tutti i cuori. Noi consolidiamo oggi l'unità nazionale, che è diventata un modo di vita che scegliamo per l'avvenire». [...]
«Abbiamo a sufficienza determinazione, pazienza e saggezza per cercare di ottenere il ritorno del figlio prodigo a questo grande popolo che aspira solo a riunire tutti i suoi figli». [...]
«È una vergogna fare discriminazioni tra libanesi su basi confessionali. Noi ci siamo riuniti sotto la bandiera nazionale e ne siamo fieri, senza doverne provare nessuna vergogna, di fronte al mondo intero. [...]».
«La libera decisione è di incontrarci tra libanesi. E attraverso l'intesa sulla politica interna, la politica estera e la difesa, noi otteniamo la nostra libera decisione. Cosa che non può farsi se non mediante l'intesa dei libanesi sulla politica interna, la politica estera e la politica di difesa del paese». [...]».
«Noi contiamo di preservare le nostre amicizie e di stabilire legami di amicizia con tutti, in oriente come in occidente, a condizione che oriente e occidente rispettino la nostra volontà nazionale e lascino decidere noi sulle nostre questioni interne».
«Noi consideriamo che ogni appoggio al governo Siniora, da qualunque Stato provenga, non sia un sostegno amichevole al Libano, appoggi amichevoli, ma miri a provocare conflitti all'interno della società libanese, e che il complotto abbia come bersaglio il Libano e la sua unità nazionale. [...]».
«Noi oggi soffriamo di una emarginazione sistematica e alcune parti di quelle che sono al potere vogliono provocare un'atmosfera di scontro che noi non cerchiamo. Noi, noi siamo aperti al dialogo e cerchiamo ogni tregua che ci conduca a un'unità nazionale in cui tutti i libanesi possano partecipare all'elaborazione delle sue decisioni. [...]». (2)
Ma già nel gennaio 1989, al tempo dell'incontro a Tunisi con sei ministri arabi, quando questi gli chiedono quali siano le sue intenzioni riguardo ai suoi progetti di riforme politiche da effettuare in Libano, il generale risponde:
«Io sono personalmente per tutte le riforme che liberamente il popolo libanese approverà. Non sono qui per rappresentare o sostituire una parte o l'intero popolo libanese. Dal 1972, non ci sono state elezioni in Libano. Si garantiscano libere elezioni in Libano e noi tutti dovremo piegarci al verdetto popolare. A questo fine, due condizioni previe, imposte dalla natura della situazione sul campo, sono da adempiere: occorre procedere al disarmo delle milizie e al ritiro di tutte le forze non-libanesi dal territorio libanese. L'esercito potrebbe prepararsi a garantire la sicurezza su tutto il territorio libanese e una commissione dell'ONU e della Lega araba potrà sovrintendere allo svolgimento dello scrutinio. Se pensate che io sia qui a nome dei cristiani libanesi, disilludetevi. Non ho tale mandato. Sono il capo di un governo libanese legale e costituzionale, esercito le mie responsabilità e compio il mio dovere».
Dopo tali dichiarazioni, è evidente che per i nemici del Libano (USA, Israele e Siria) il generale Aoun era ormai l'uomo da abbattere: è un uomo che mette loro i bastoni tra le ruote, è il loro guastafeste.
Durante la «Guerra di liberazione» contro l'occupazione siriana, nel 1989, quando ormai era chiaro che la Siria - sostenuta dalla politica israelo-americana e con la complicità di alcuni Paesi arabi, tra i quali, sempre, l'Arabia Saudita - avviava il Libano verso la sua scomparsa e il suo annientamento, il generale Aoun, in un misto di amara verità e di scherzo, spiegò ai libanesi la situazione in questi termini: «Ci accompagnavano in una bara verso la nostra estrema dimora. E noi abbiamo sollevato il coperchio, gridando loro che eravamo ancora vivi!».
E aggiunse: «Noi contiamo solamente su noi stessi. Siamo in una situazione di legittima difesa. Le forze siriane occupano il nostro Paese e ci attaccano all'interno delle nostre frontiere. Noi stiamo combattendo l'esercito siriano sul nostro territorio e non in Siria. È il nostro più elementare diritto».
Accusare oggi il generale di essere un "pro-siriano"?
Accusare anche il popolo che lo segue di essere "pro-siriano"?
Il generale Aoun è l'unico uomo politico ad avere pagato maggiormente a causa della sua lotta accanita contro l'occupazione siriana, che ebbe fine nell'aprile 2005.
E ha subito 14 anni di esilio.
Ed è il solo, insieme alla maggioranza del popolo che lo sostiene, a pagare ancora. Non a causa della Siria, che si è ormai ritirata dal Libano, ma a causa degli antichi vassalli della Siria: la stessa minoranza che oggi - illegittimamente e anticostituzionalmente, con uno stile tipicamente mafioso - vuole "governare" contro una maggioranza del popolo libanese, che non ne vuole sapere.
4. Chi è l'Hezbollah?
Come lo dichiara il deputato britannico George Galloway, l'Hezbollah «Non è un'organizzazione terroristica, è Israele a essere uno Stato terrorista. [...] L'Hezbollah fa parte della resistenza nazionale del Libano e tenta di respingere Israele - avendo respinto dalle loro terre con successo, nel 2000, la maggior parte degli israeliani - dal resto delle loro terre e di liberare quei [...] prigionieri libanesi che sono stati rapiti da Israele secondo i termini della loro occupazione illegale del Libano». (3)
Chi sono dunque gli hezbollahis?
Sono resistenti, che si vuole demonizzare a ogni costo.
Perché?
Perché non hanno permesso un ritorno glorioso di Tsahal in Israele nell'estate 2006. Perché hanno resistito alla brutalità dell'esercito israeliano.
Perché hanno forse provocato il declino del dispotismo bush-olmertiano.
Infine, perché hanno messo in imbarazzo lo Stato di Israele, edificato sulla menzogna e sul sangue.
Ricordiamo, anzitutto, che sotto l'occupazione straniera le formazioni paramilitari di resistenza e di liberazione sono sempre esistite.
Ci risparmi dunque Israele i suoi piagnistei, poiché la formazione libanese paramilitare dell'Hezbollah è esistita soprattutto e principalmente per resistere, sulla propria terra, all'occupazione israeliana del Libano del 1982, avendo gli sciiti sofferto maggiormente - tra tutte le comunità libanesi - da questa occupazione, pagando il tributo più pesante in vite civili.
E poi, Israele stesso ha conosciuto questo tipo di organismi.
Tranne che questi organismi ebraici erano illegali e terroristi, dato che il Paese in cui sono nati all'epoca non era il loro e si chiamava Palestina. E la Palestina, dopo la prima guerra mondiale, era sotto il mandato britannico.
Nel 1937 vengono dunque fondate le formazioni paramilitari clandestine ebraiche: l'Irgun (rinomato a quel tempo per le sue azioni terroristiche, sia contro i palestinesi che contro i britannici) e l'Haganah (che, dopo la nascita dello Stato d'Israele, nel 1948, formerà il nucleo dell'esercito israeliano).
L'Haganah, guidata da Ben Gurion, e l'Irgun, di Menahem Begin, si sono combattuti a morte tra loro. E di questi fratelli nemici è stata l'Haganah ad averla vinta sull'Irgun, allo scopo, come sembra, di «"unificare" il fucile».
Passare per il sangue, come sempre!
Ma per un "bene comune" per soli ebrei, naturalmente.
Cioè cacciare o uccidere i palestinesi e impadronirsi delle loro terre, per veder nascere alla fine lo Stato di Israele.
Ritornando all'Hezbollah, ricordiamo inoltre - per gli animi preoccupati e ansiosi - che «per bocca del presidente dell'Unione in carica dal 1 agosto 2006, l'Unione Europea segnala che l'Hezbollah non verrà iscritto nella lista delle organizzazioni terroristiche». (4)
L'Hezbollah è invece considerato «terrorista» dagli Stati Uniti, da Israele e dai loro complici. Per questi signori, del resto, o si è con loro o si è «terroristi».
Ma questo ragionamento tanto stupido non ha alcun valore ed è totalmente assurdo: sillogismo senza premesse.
Neppure l'ONU annovera l'Hezbollah nella lista delle organizzazioni terroriste, nonostante il Consiglio di sicurezza ne esiga il disarmo. (5)
Un altro dettaglio, solo una puntualizzazione, per rassicurare gli ansiosi e i pusilli: l'Hezbollah dichiara di non sostenere in alcun modo Al-Qaida e di non avere nulla a che fare con i suoi troppo sospetti "complotti islamisti" (o israelo-americani?).
Infine, da quando ha firmato nel febbraio 2006 il Documento di intesa con il generale Aoun, l'Hezbollah opera per un equilibrio politico interno, insiste per l'intesa e il dialogo «senza ingerenze esterne» (cioè senza ricevere ordini da parte di nessuno, compresi Siria e Iran), e il suo capo, sayyed Hassan Nasrallah, invita al dialogo e si pronuncia a favore di un governo di unità nazionale, avendo dunque scelto una via di rettitudine e avviando in fin dei conti – grazie soprattutto all'intesa con il generale Aoun e il suo CPL - Courant patriotique libre - il processo di guarigione delle piaghe del Libano.
«I due uomini [Aoun e Nasrallah] hanno affermato che il loro obiettivo è la sovranità, la protezione e l'indipendenza del Libano, così come la costruzione di uno Stato forte, capace di assicurare il benessere e la difesa dei cittadini e capace di assumersi le proprie responsabilità, invece che rovesciare la colpa sugli altri. "Con questo documento", ha insistito il generale, "non avremo più bisogno di recarci presso le diverse capitali straniere alla ricerca di soluzioni per i nostri problemi"». (6)

Sayyed Hassan Nasrallah, Segretario generale di Hezbollah
Durante l'aggressione israeliana contro il Libano dei mesi di luglio-agosto 2006, sayyed Nasrallah pronuncia il 3 agosto un discorso - trasmesso dal canale Al-Manar - di cui riportiamo alcuni passaggi:
«Il Libano oggi ha bisogno di una volontà nazionale che unisca, affinché i sacrifici non siano vani. Teniamo ad assicurare questa volontà e questa solidarietà. Noi teniamo, a questo punto, a che il governo sia forte, così che possa assumersi le proprie responsabilità nazionali a favore del Libano e del suo popolo. Teniamo a collaborare con il governo e con tutte le correnti e le forze politiche, per presentare un Libano unificato e coerente intorno a ciò che protegge e assicura i suoi interessi nazionali. E agiamo su questa base [...]. L'essenziale è che noi resistiamo per essere vittoriosi, se Dio vuole. E saremo vincitori, se Dio vuole [...]».
E «confermo che la vittoria sarà per tutto il Libano, con tutte le sue regioni, le sue confessioni, le sue correnti e le sue istituzioni ufficiali e popolari in primo luogo [...]. La vittoria sarà, per la resistenza e la sua gente in particolare, un potente motore per l'amore e la concordia di tutti i libanesi [...]».
«Questa vittoria sarà un catalizzatore per la ricostruzione del Libano, più bello di quanto non fosse. Un Libano bello, ma forte. Un Libano bello, ma degno. Questa vittoria sarà un catalizzatore per l'unità e la complementarietà, e non un fattore di dominio e di orgoglio».
«Questa vittoria sarà un poderoso movente per concretare la nostra unità nazionale, che il nostro popolo ha realizzato in questi giorni. Realizzato grazie ai valori di Gesù, pace su di lui, e ai valori del messaggero di Dio, Maometto, preghiere e pace su di lui. I valori dell'aiuto reciproco, della solidarietà, dell'amicizia, della fratellanza, dell'inquietudine condivisa, della cooperazione e dell'amore che tutta la popolazione ha manifestato [...]».
«Noi non cerchiamo le liti e le inimicizie. Noi siamo alla ricerca dell'unità, della concordia, della cooperazione e della solidarietà. E tutto ciò che vogliamo è il bene e la dignità, per la nostra patria e la nostra nazione. E a questo scopo noi consacriamo le nostre anime e il nostro sangue, ed è quanto abbiamo di più caro».
L'intellettuale israeliano Michel Warshawski dice di Nasrallah: «Ascolto con grande attenzione Nasrallah, e come molti altri commentatori in Israele, constato che i suoi discorsi sono ragionevoli e che [egli] dà prova di grande responsabilità. L'esatto contrario dell'Occidente, che pretende di essere il baluardo della civiltà e da cui invece traspare una retorica fondamentalista. Si crederebbe di assistere a un capovolgimento dei valori: il campo laico che si abbandona al fanatismo, e quello religioso che fa di tutto, benché parta da una diversa concezione, per non pronunciare discorsi confessionali». (7)
E Aoun, il 5 dicembre 2006, intervistato da Frédéric Pons in Valeurs actuelles, dichiara: «L'Hezbollah è un movimento di resistenza contro l'occupazione, un alleato libanese che difendeva il sud per liberarlo. [...] Ho discusso con Hassan Nasrallah. È un credente, sereno, determinato, ma non fanatico».
E a proposito dell'"Asse Damasco-Teheran", il generale risponde: «È il sottoprodotto della politica prodotta dagli Stati Uniti e dall'Europa. Il mio unico asse è libanese». (8)
Tra i militanti dell'Hezbollah non ci sono più, come all'inizio del movimento, dei pasdaran (volontari iraniani che arrivavano in Libano, passando dalla Siria, per aiutare la formazione dei militanti sciiti).
Gli hezbollahis sono tutti libanesi. Hanno i propri deputati in parlamento.
E, secondo la Costituzione libanese, anche la comunità sciita deve essere equamente rappresentata nel Governo.
È per quest'ultimo motivo, tra i tanti, che la dimissione collettiva dei ministri sciiti (a causa della violazione e del rifiuto di applicazione di tutti gli accordi presi al momento della formazione del governo Siniora) pone in stato di flagrante incostituzionalità l'ormai "pseudo-governo" Siniora.
Che però rifiuta di dimettersi, forte della protezione mafiosa degli Stati Uniti e di quella degli Stati complici.
Per quanto riguarda la sua presenza militare sul terreno, rimane auspicabile, all'Hezbollah, l'ultimo passaggio: che i suoi combattenti siano integrati nell'esercito libanese, con tutto l'onore che essi meritano.
Cosa che d'altra parte si potrà fare solo quando un governo, una presidenza e un parlamento del Libano avranno raggiunto le condizioni costituzionali, legislative e militari necessarie a dimostrare la loro volontà e la loro capacità di difendere il Paese contro qualsiasi minaccia esterna, proveniente da Israele o dalla Siria.
Oggi, voler disarmare l'Hezbollah sarebbe un atto di alto tradimento.
Perché equivarrebbe a mantenere il Libano senza difesa di fronte alle minacce crescenti degli israelo-americani e delle loro milizie all'interno del Libano, dal momento che l'Hezbollah ha dimostrato più che a sufficienza la scorsa estate - e precedentemente nel maggio 2000 - di essere attualmente la sola forza in Libano in grado di respingere le aggressioni israeliane e di proteggere militarmente il Paese.
All'Hezbollah sono state attribuite delle catture di ostaggi occidentali, tra il 1985 e il 1991.
La sua responsabilità non è mai stata dimostrata.
Quanto agli atti terroristici che gli vengono imputati, è interessante osservare due eventi che hanno avuto luogo in Argentina: il 17 maggio 1992 una bomba fa trenta morti all'ambasciata israeliana in Argentina; il 18 giugno 1994, un attentato fa ottantasette morti in un centro comunitario ebraico.
In un primo tempo lo Stato argentino ha accusato formalmente Iran e l'Hezbollah di esservi implicati.
E numerosi membri della comunità sciita argentina sono stati arrestati. In seguito sono stati rilasciati, per mancanza di prove.
In tale occasione la Corte Suprema argentina giudicò infondata la pista sciita, dirigendosi invece verso una pista israeliana.
Gli Stati Uniti, nella loro "caccia alle streghe terroriste islamiste" e sempre alla ricerca di prove (che stentano talmente ad arrivare!), hanno voluto «usare il ricordo degli attentati di Buenos Aires del 1992 e del 1994 per arricchire il loro dossier contro i musulmani sciiti. La maggior parte delle enciclopedie continua effettivamente ad attribuire tali massacri all'Hezbollah o all'Iran. Ma queste accuse hanno fatto cilecca. La giustizia argentina si è intanto orientata verso una pista israeliana. Di colpo, Washington fa pressione per congelare un'inchiesta che diventa imbarazzante. Per infoltire le sue accuse contro la "mezzaluna sciita" (l'Iran, la Siria, l'Hezbollah libanese), Washington ha deciso di inserire nel dossier gli attentati commessi a Buenos Aires all'inizio degli anni '90. Così dunque è comunemente ammesso nei Paesi atlantisti che essi furono opera di terroristi musulmani».
«Ora, questa versione dei fatti è stata nel frattempo smentita dalla Corte Suprema argentina, che si è indirizzata, al contrario, verso una pista israeliana. È stata dunque montata un'operazione da parte dei neo-conservatori per invertire il corso delle cose. Dopo una riunione che si è svolta a Washington nel maggio 2006, a cui hanno partecipato degli alti magistrati di Buenos Aires, sono state esercitate forti pressioni sia sul governo sia sulla giustizia argentina. In risposta, un gruppo di cittadini argentini, guidati dal dottor Oscar Abdura Bini hanno sporto denuncia, davanti al "Tribunal de Grande Istanza" di Buenos Aires, specificatamente contro l'American Jewish Committee e i procuratori Nissman e Martinez Burgos, per intralcio alla giustizia [...]».
In realtà «[...] i due attentati sarebbero stati commessi da agenti israeliani per spezzare l'antisionismo della comunità ebraica argentina»(!). (9)
Tutto questo è molto strano e molto interessante.
Un incidente alquanto bizzarro viene segnalato mercoledì 9 agosto 2006, quando in Argentina (ancora!) la polizia aeronautica militare ha arrestato un importante diplomatico israeliano che trasportava nella valigia una considerevole quantità di esplosivi. Questo diplomatico era diretto in Cile ed è stato arrestato mentre saliva sull'aereo. Estremamente arrabbiato e offeso, ha scagliato contro la polizia l'"orribile" accusa: «Antisemiti!». (10)
«Il caso del diplomatico con l'esplosivo - commenta Maurizio Blondet - diventa allarmante, soprattutto perché "poche settimane prima dell'attacco di Israele in Palestina e in Libano, la DAIA [Delegación de Asociaciones Israelitas Argentinas] e il Centro Wiesenthal hanno iniziato a diffondere comunicati che mettevano in guardia sulla possibilità di un terzo attentato in Argentina».
E non è la prima volta che degli israeliani vengono fermati con esplosivi, "in flagranza di reato", come si dice.
Il 6 agosto 2006 due israeliani vengono arrestati a Santo Domingo in possesso di apparecchiature militari, compresi anche strumenti per la localizzazione geografica delle comunicazioni e per la visione notturna. (11)
Che ci fanno dunque, questi globe-trotters, con tali materiali esplosivi o militari, colti per fortuna in tempo - a volte! - in flagrante (e non virtuale) reato?!
Fermati veramente in tempo e in flagranza di reato, dunque. E non come le solite retate e gli arresti preventivi di presunti terroristi, come spesso si sente dire in televisione e si legge sui giornali.
Arresti di persone che per la maggior parte vengono in seguito rilasciate per mancanza di prove.
Chi, nella stampa internazionale, ha parlato di questi israeliani arrestati in Argentina e a Santo Domingo lo scorso agosto?
Ma i media e i giornalisti "embedded" hanno l'ordine di tenere queste tra le notizie occulte.
5. Chi sono coloro che si dicono "anti-siriani", appoggiati dall'Occidente?
Ci assillano, su tutti i media, che l'Occidente appoggia Siniora e che bisogna salvare il suo governo!
Ma chi ha detto che l'Occidente attuale dovrebbe, o potrebbe, essere un modello per noi?
Un Occidente anticristiano, propagatore dell'assassinio-aborto, dell'assassinio-eutanasia, della pedofilia, dell'adulterio, dei gay pride. Un Occidente modello di morte, di Sodoma e Gomorra, difensore dei poteri «demonocratici» («demonocrazia», il cui potere viene dal maligno, dal demonio).
Ebbene, di questo Occidente, noi, libanesi, non vogliamo saperne.
Per noi, l'Occidente risale al tempo in cui la cristianità era la sua identità: l'Occidente dei valori morali, civili e culturali che non ci sono più. L'Occidente è anzitutto l'Europa del tempo glorioso delle cattedrali.
Di san Benedetto, san Domenico e san Francesco.
Dei re e dei poeti che si ispiravano a Dio.
Di Carlo Magno, san Luigi e Isabella la Cattolica. Quando l'Europa cristiana ed epica ritornerà, allora sì, noi aderiremo.
Oggi l'Europa agonizza. Bisogna salvarla. Aiutarla a risollevarsi. E non cedere davanti agli aborti e ai bastardi delle civiltà, vale a dire gli Stati Uniti, questo «Paese di bambini», come dice gentilmente Jacques Brel.
E chi sono allora questi Siniora e ciò che resta dei suoi ministri (6 si sono già dimessi e uno è stato assassinato), sostenuti dall'Occidente?
Ritorniamo all'omicidio di Rafic Hariri.
Perché, due anni dopo, il caso è ancora avvolto nel mistero? Perché la commissione Mehlis non è mai venuta a capo delle indagini?
E perché continua a ristagnare con Brammertz, che tuttavia ha ammesso, più volte, che la Siria coopera positivamente all'inchiesta?
Perché i tentativi (documentati!) di fabbricare false testimonianze per l'accusa?
Perché, in tali condizioni, mettere in moto un tribunale internazionale e imporlo al Libano, senza discussioni delle sue clausole, senza garantire il rispetto elementare della sovranità giudiziaria del Libano, senza neppure avere ancora giuridicamente degli accusati o delle prove (ma avendo già preliminarmente dei "colpevoli": quelli che sono richiesti dalle mafie internazionali "politicamente corrette" degli aggressori del Libano e dei loro complici libanesi del "14 marzo")?
Perché «l'instaurazione [da parte del Consiglio di sicurezza dell'ONU] di un tribunale speciale [internazionale] la cui competenza sarà parimenti straordinaria», quando «nel caso libanese non esiste, giuridicamente parlando, un crimine internazionale da reprimere, e quando l'indagine in corso presenta dei tratti sufficientemente inquietanti, così da interrogarsi su una strumentalizzazione della giustizia internazionale?».
D'altronde, «Sarebbe vano mascherare il carattere politico del Consiglio di Sicurezza: è così che la Carta dell'ONU l'ha concepito. Esso gode di un potere discrezionale estesissimo, e la sua azione non è per nulla controllata giuridicamente». (12)
Le mafie israelo-americane - e i loro compari sedicenti "maggioritari" in Libano - vogliono dunque avere assolutamente la "loro" indagine e il "loro" tribunale, per paura che si arrivi ai veri colpevoli?
Come disse bene Jürgen Cain Külbel, già investigatore criminale della RDT, l'indagine stessa è «truccata», essa è «un atto criminale e premeditato» e «merita solo le pattumiere della criminologia». (13)
Mehlis prima o Brammertz oggi, avrebbero osato indagare sulla pista degli emettitori elettronici di disturbo, utilizzati da Hariri per equipaggiare la protezione delle automobili del suo convoglio, emettitori prodotti dall'impresa israeliana il cui direttore è Gil Israeli, già membro dei servizi segreti israeliani?
Avrebbero osato indagare sulle reti del Mossad che sono chiaramente coinvolte in intrighi criminali e in attentati terroristici, che sono stati scoperti in Libano nel maggio 2006 e avevano seminato il terrore per mezzo di autobombe e omicidi?
Un'altra timida notizia è uscita domenica 3 dicembre 2006 sull'AGI (Agenzia Giornalistica Italia), che annuncia sviluppi riguardo a tale assassinio: «Secondo il giornale tunisino filo-governativo Al Chourouk, che utilizza fonti francesi, dietro l'assassinio [di Hariri] ci sarebbero personaggi appartenenti alla coalizione del 14 marzo». (14)
Due piste volutamente ignorate?
Ma presto o tardi qualche verità emergerà.
A. Chi era Rafic Hariri?
Chi era?
Era anzitutto un uomo che aveva barattato la sua nazionalità libanese con quella saudita. L'uomo che mise in ginocchio l'economia libanese, che fu la causa dell'emigrazione di centinaia di migliaia di libanesi e il responsabile di tanta povertà in Libano.
In meno di tredici anni, Hariri ha almeno sestuplicato la sua fortuna (alla sua morte la sua eredità ammontava a 17 miliardi di dollari americani).
Da dove gli viene tale fortuna?
Da quale spoliazione?
Come si spiega il fenomeno secondo cui i debiti del Libano sarebbero arrivati e forse avrebbero superato i 40 miliardi di dollari, mentre parallelamente fortune immense gonfiavano i conti personali di Hariri?
Hariri dirigeva lo Stato «come se si trattasse di una sua proprietà personale». (15)
L'eredità che Hariri ha lasciato all'economia libanese e ad ogni famiglia del Libano è di una durezza schiacciante.
Certo il suo assassinio rimane un crimine, e la pietà umana e cristiana va a colui che ne è stato la vittima e ai suoi familiari.
Assassinato forse, o molto verosimilmente, dalle stesse persone da cui credeva di essere sostenuto.
Külbel nella sua intervista ne fa uno studio molto interessante, in cui si trovano coinvolti insieme Israele, gli Stati Uniti e la Francia.
La Francia con a capo il grande amico di Hariri: Chirac, che è, sempre secondo Külbel, «non solo un socio di intrighi americani in Medio Oriente, ma ha anche cercato attivamente di convincere Bush a dare carta bianca alla Francia nella sua vecchia zona coloniale di influenza».
«Molto chiaramente», continua Külbel, «la Francia è tra i principali responsabili della catastrofe che ha colpito il Libano dopo la morte di Hariri». (16)
Hariri era un "anti-siriano"?
Il mondo intero sapeva il modo in cui Hafez Assad formava governi e ministri in Libano. Era Assad che li nominava e li destituiva secondo il bisogno.
E Hariri è stato nominato da Hafez Assad.
E non è stato Hariri a voler chiamare «Autostrada Hafez Assad» l'autostrada che porta all'aeroporto internazionale di Beirut? E chi, se non Hariri, ha pagato per intero le spese scolastiche dei due figli cadetti - che hanno frequentato la George Washington University - del generale di brigata siriano Gazi Kanaan, in seguito ministro degli Interni siriano?
Si saprà un giorno l'ammontare dei "doni" - offerti ai politici libanesi e stranieri, in particolare siriani - che Rafic Hariri proponeva continuamente, al solo scopo di usare il suo denaro per conquistare e mantenere il potere?
Dopo l'Accordo di Taëf, tramite un industriale francese, Rafic Hariri propone al generale Aoun il "dono" di trenta milioni di dollari perché lasci il suo posto di primo ministro e riconosca quel trattato di tradimento nazionale denominato [trattato di] Taëf. Al che il generale rispose, sbarazzandosi in questi termini del suo ospite: «Se questo denaro è per me, non vivrei abbastanza per spenderlo. Se è per vendere il Paese, il prezzo è troppo basso». (17)
Solo per rispetto dei morti, mi fermerei qui.
La storia farà il suo corso!
B. Chi sono Siniora, Saad Hariri, Geagea e Joumblatt?
Ma è quanto meno incomprensibile, riguardo a questa inchiesta «truccata», che Saad Hariri, il figlio dell'assassinato, sembri preferire che si trovino dei siriani, costi quel che costi, quali responsabili dell'assassinio del padre, piuttosto che cercare in tutte le piste che portino ai veri colpevoli.
D'altronde pare che Saad Hariri avesse anche altre preoccupazioni per la testa, come quella, per esempio, secondo quanto riferisce Külbel, del premio dell'assicurazione: «All'inizio di luglio 2006, Sleiman Franjieh, presidente del partito libanese dei Màrada, ha dichiarato, nel corso di una intervista televisiva, che erano state esercitate pressioni su di lui, quando era ministri degli Interni. Doveva dire che la bomba che ha ucciso Hariri era stata piazzata sotto terra, perché la famiglia del defunto potesse beneficiare del premio dell'assicurazione».
Cosa pensarne?
Ma quale tragedia, per il nostro Libano, l'aver dovuto subire dei primi ministri del livello di Hariri e Siniora!
E chi è Siniora?
È un primo ministro che ha paura di incontrare i manifestanti! Politicamente, è un cadavere che subisce l'accanimento terapeutico per una rianimazione disperata. È già perdente. E sarà estromesso e abbandonato dagli stessi che oggi lo sostengono, cioè gli Stati Uniti, Israele e la Francia.
Insieme con lui, soprattutto tre altri personaggi degradano gravemente la scena politica libanese: sono Saad Hariri, lo sponsor ricchissimo dei mercenari "terroristi buoni" salafiti, e due criminali sanguinari della guerra libanese degli anni '80, vale a dire Geagea e Joumblatt.
Il primo è un figlio di papà che crede - come del resto suo padre - che col denaro tutto si compri e tutto si venda: un Paese, un governo, persone, voti... Saad Hariri si mette in luce dopo la morte del padre e decide da un giorno all'altro di far politica. Pericoloso a motivo del suo denaro. Grazie agli Stati Uniti e a Israele, riceve armi in Libano.
Contro chi?
I due criminali Walid Joumblatt e Samir Geagea, secondo il giornale al Chourouk e le sue fonti francesi, come riferisce l'AGI, hanno in seguito incassato 15 e 25 milioni di dollari. (18)
Vengono armati anche oggi da Israele e USA.
Contro chi?

I boss dell'«Asse della tutela israelo-americana».
Da sinistra a destra: Samir Geagea, Fouad Siniora, Saad Hariri e Walid Jumblatt
Joumblatt si dice anti-siriano?
Ma non era lui che nel marzo 1989 si era alleato con l'esercito d'occupazione siriano contro l'esercito libanese durante la battaglia di Souk et Gharb, battaglia condotta dal generale Aoun? Non fu lui a essere costretto, volente o nolente, a far parte del governo Karameh - quando prima aveva tentato di opporvi resistenza - dichiarando senza vergogna: «Sono ritornato mio malgrado, su insistenza dei fratelli siriani». (19)
Su Joumblatt, Külbel avrà una bella trovata: «Non desidero parlare di Joumblatt, perché non sono psichiatra». (20)
Geagea si dice cristiano maronita, ma la sua appartenenza è interamente quella del male.
È responsabile di innumerevoli crimini.
Viene armato soprattutto da Israele: «Le bande di Geagea sono state equipaggiate [di armi] direttamente da Israele, durante la guerra dello scorso anno: per settimane, mentre il resto del Libano veniva bombardato, gli elicotteri israeliani atterravano sulle zone controllate da Geagea [e dalla sua milizia, le Forze libanesi, che sarebbe ben più giusto chiamare «Forze di tradimento»!], scaricando armi. Oggi le armi per le differenti bande arrivano direttamente nelle zone dell'aeroporto [di Beirut] rese inaccessibili alle forze di sicurezza libanesi. L'obiettivo comune dell'assassino psicopatico Geagea, del mafioso ricchissimo Saadeddine Hariri e del druso Walid Joumblatt, è quello di provare a innescare in Libano un processo di "guerre di milizie", come in Iraq. Allora arriverebbero i "pacificatori" americani, a fare il resto». (21)
Geagea è anti-siriano?
Ma chi brindava, durante la battaglia di Souk el Gharb, auspicando la rovina di Michel Aoun durante la sua guerra contro l'occupazione siriana (testimonianza diretta di Cheikh Farid Hamadeh, grande e onesto notabile druso libanese)?
E come mai un "anti-siriano" si è trovato a combattere ferocemente contro il solo che ha condotto la guerra di liberazione contro l'occupazione siriana, cioè il generale Aoun?
Cosa ha fatto dunque Geagea?
Ha diretto i cannoni della sua milizia contro le popolazioni civili libanesi che resistevano al fianco del generale Aoun e combattevano contro le forze siriane.
Allora, ancora una volta: Hariri, Joumblatt e Geagea, contro che cosa e contro chi si armano?
Si armano contro il Libano. Perché non lo amano.
«Ama, e fa ciò che vuoi», dice sant'Agostino.
Disgraziatamente, per coloro che non amano e fanno tanta rovina, la storia si ripete: finiranno male, molto male.
6. Chi trae vantaggio da un Libano sempre in guerra?
Per primo Israele, che trae sempre profitto dal caos libanese. Del resto, come spiega Klaus von Raussendorf nel suo articolo del 27 ottobre 2006 (22), i dolori del parto di un "Nuovo Medio Oriente" - la nuova strategia della politica usraeliana, volta a rimodellare la regione - non hanno forse in codice il nome di «Caos creativo»?
E che cos'è il «Caos creativo»?
È lo smembramento di numerosi Paesi del medioriente in molteplici mini-Stati.
Per riuscirci, occorre prima istaurarvi il necessario disordine, il clima di confusione adeguato a una situazione di conflitto e di divisione. E il Libano, secondo la nuova strategia dei tiranni usraeliani - nuova, ma fedele ai vecchi piani israeliani, tra cui quello di Oded Yinon (23) - il Libano dunque dovrebbe essere diviso come la vecchia Yugoslavia, come si cerca di fare dal 2003 in Iraq.
Il rumoroso annuncio di una guerra contro l'Iran dovrebbe portare allo stesso risultato, cioè allo smembramento del Paese.
Lo stesso avverrebbe per altri Paesi della regione, senza risparmiarne nessuno, anche quelli che si credono al riparo dalla tempesta (penso soprattutto all'Arabia Saudita, alla Giordania e all'Egitto).
Nell'agosto 2006 il Consiglio Mondiale delle Chiese ha dichiarato, al rientro di una delegazione che aveva visitato Beirut e Gerusalemme:
«L'aggressione israeliana contro il Libano era pianificata prima ancora che l'Hezbollah procedesse al più piccolo attacco. Essa aveva lo scopo di affondare un cuneo di discordia tra le diverse confessioni religiose che coabitano in armonia in questo Paese [...]. Noi ritorniamo dal Libano condividendo l'impressione che questa distruzione sia stata pianificata. E che si trattasse di un'operazione che aspettava solo un segnale di via libera, benché l'operazione dell'Hezbollah abbia fatto da detonatore [...]. I rappresentanti delle diverse comunità libanesi che abbiamo incontrato sono stati unanimi nel dire che la distruzione del Libano era insieme deliberata e pianificata». (24)
La commissione israeliana d'indagine diretta dal giudice Eliyahu Winograd ha confermato per bene, recentemente, la tesi della pianificazione da lungo tempo dell'aggressione israeliana contro il Libano.
Tra parentesi, questa commissione d'indagine è stata di grande utilità, per noi libanesi.
In primo luogo, Israele ha riconosciuto la sua sconfitta contro di noi, dunque la vittoria della resistenza libanese, cioè la vittoria dell'Hezbollah e di tutti i libanesi, che hanno sostenuto l'Hezbollah, e che fino a oggi rifiutano di abbandonare il proprio Paese.
In secondo luogo, Israele ha riconosciuto, per bocca dello stesso Olmert, di avere preordinato la guerra e di avere dunque congiurato (per l'ennesima volta!) contro il Libano. (25)
In Libano dunque, oggi, quello che l'invasione israeliana della scorsa estate non è riuscita a ottenere, cioè la fine irrevocabile del Libano, saranno alcuni veterani del crimine e di massacri - i Samir Geagea e i Walid Joumblatt, attuali marionette degli usraeliani - a fare l'impossibile per ottenerlo, provocando cioè disordini tali da far esplodere il Paese: con omicidi, autobombe e altro.
La lunga esperienza di Geagea e Joumblatt in materia di crimini, ha fatto sì che venissero scelti precisamente loro, per le guerre future del Libano.
È l'insieme delle loro competenze nel provocare bagni di sangue, che essi mettono al servizio dei nemici del Libano.
I loro crimini mafiosi hanno conferito loro la fama di perfetti Giuda del momento.
La tattica?
Provocare guerre all'interno del Paese, guerre chiamate di volta in volta «guerre civili», «guerre confessionali», o «guerre fratricide».
Saad Hariri si occuperà della sua "guerra sunnita" contre gli sciiti, tra l'altro mediante denaro saudita, servendosi dei terroristi di Fatah al-Islam.

Sayyed Hassan Nasrallah e il generale Michel Aoun il giorno della sottoscrizione del «Documento d'intesa», nella cripta della chiesa di San Michele, nel quartiere sciita di Chiyah, a Beirut, il 6 febbraio 2006
Il quotidiano israeliano Yedioth Aharonot del 5 ottobre 2006 riferisce infine la seguente dichiarazione di Bush: «Non c'è alcuna ragione di discutere ora con i siriani. Il presidente Assad sa perfettamente cosa fare se vuole svolgere un ruolo positivo». (26)
Domanda: Cosa deve fare il presidente Assad per svolgere un «ruolo positivo»?
E potrebbe, questo «ruolo positivo», essere negativo per il Libano, come nel 1990?
Non si può infatti percepire e comprendere un «ruolo positivo» della Siria, fino a quando la Siria non prenderà in considerazione l'atto - finalmente positivo e intelligente! - di riconoscere la sovranità del Libano e le sue frontiere, di stabilire rapporti diplomatici e di rilasciare i prigionieri libanesi che detiene nelle sue carceri.
Altrimenti, di quale «ruolo positivo» starebbe parlando Bush?
È possibile che la Siria - che l'amministrazione americana colloca nell'«Asse del male» e che il mondo occidentale considera un Paese «terrorista» - ebbene, è possibile che la Siria, per magia, ridiventi un «alleato» o un «partner» significativo degli Stati Uniti?
Disgraziatamente, l'invasione siriana dell'ottobre 1990 lo conferma possibile: per poter invadere tranquillamente l'Iraq nel gennaio 1991, il Libano è stato offerto in dono dagli Stati Uniti alla Siria.
E si ebbero l'invasione siriana del Libano e i massacri del 13 ottobre 1990.
Per servire gli interessi nazionali e la sicurezza di Israele, l'amministrazione americana sarebbe pronta a ogni transazione, anche, forse, fino a offrire nuovamente in dono il Libano alla Siria.
7. Come uscire dal baratro?
È possibile che il Libano veda la fine delle sue sventure parallelamente a congiunture geopolitiche, regionali e internazionali, che facciano giungere il momento propizio per una vera liberazione.
A condizione, evidentemente, che da ora e fino ad allora:
a) il Libano sappia resistere indomitamente al tradimento messo in atto dal governo anticostituzionale e illegale di Siniora-Hariri-Feltman-Welch (27) e dal clan che si può ben chiamare «la banda del 14 marzo», della quale fanno parte Geagea e Joumblatt;
b) il popolo libanese, intorno ai suoi due capi - il generale Michel Aoun e sayyed Hassan Nasrallah, che guidano la resistenza e la sua marcia verso la riconquista - e sotto la loro guida, riconquisti realmente terreno, espellendo i traditori dalle sedi istituzionali che essi oggi usurpano e trascinandoli nei tribunali per tutti i loro crimini e per il loro alto tradimento.
I libanesi si trovano a fronteggiare la «guerra dei traditori» che vogliono soffocarli e consegnarli - senza il loro consenso - alla loro sorte infelice di venduti e di sottomessi alla tutela dei loro nemici.
Ma un insieme di mutazioni starebbero sovvertendo lo scenario globale previsto dall'«impero» americano.
Cioè:
a) l'impantanamento della politica americana nella palude della guerra contro l'Iraq;
b) il crollo del mito dell'invincibilità di Israele, dopo la «vittoria divina» dell'Hezbollah e del Libano nel luglio-agosto 2006;
c) il rafforzamento - sulla scena geopolitica, economica e militare - della Russia, che riconquista progressivamente il suo ruolo di grande potenza mondiale, sbarrando la strada ai sogni di unipolarità trionfante e assoluta degli Stati Uniti;
d) l'emergere della Cina come polo mondiale ulteriore di potenza.
8. L'ultimo granello di sabbia
Ed ecco l'ultimo granello di sabbia (ricompensa forse per ultimi grani dei nostri rosari?), che viene a inceppare la macchina dell'aggressione: lo scandalo, pubblicamente svelato, di questa sciagurata amministrazione Bush e dei suoi complici libanesi dell'«Asse della tutela israelo-americana» - gli Hariri-Geagea-Joumblatt-Siniora - che hanno reclutato, finanziato e armato i loro "buoni" terroristi mercenari di Fatah al-Islam.
Tre testi in particolare, tra molti altri, danno i primi necessari elementi:
a) la recente intervista di Seymour Hersh alla CNN, trascritta nell'articolo di David Edwards e Muriel Kane, «L'Amministrazione Bush ha organizzato il sostegno ai militanti che attaccavano il Libano», del 22 maggio 2007 (28);
b) l'articolo di Franklin Lamb, «I retroscena della crisi libanese», del 24 maggio (29);
c) l'articolo di Nidal, «Gli Hariri finanziano "Al-Qaïda", ma è per la buona causa», sempre del 24 maggio (30).
Ma altri elementi, riferiti dal settimanale libanese L'Hebdo Magazine, già il 16 febbraio 2007 davano chiarimenti di estrema importanza, riguardo alla sponsorizzazione del Courant du futur (Movimento del futuro) di Saad Hariri al gruppo terrorista di Fatah al-Islam e all'organizzazione di ciò che Saad Hariri chiama discretamente la sua «sicurezza».
Ben prima, dunque, che si sentisse parlare di Fatah al-Islam e molto prima dell'inizio degli attacchi del 20 maggio scorso, a Nahr el-Bared, contro l'esercito libanese.
Ecco quanto riferisce L'Hebdo Magazine:
«[...] Il deputato Saad Hariri e i suoi consiglieri sono riusciti a compiere un passo avanti di grande importanza, mettendo in piedi una struttura comprendente partigiani e simpatizzanti del Courant du futur [...]. La fonte del Courant du futur che riferisce tutte queste informazioni, conferma l'attribuzione d'una funzione all'ex-islamista Kanaan Naji e all'ufficiale dissidente [...] Ahmed el-Khatib, entrambi incaricati delle questioni della sicurezza. Kanaan Naji avrebbe già mobilitato circa 200 palestinesi che hanno creato l'organizzazione Fatah al-Islam, dopo essersi separati dal movimento Fatah-Intifada nel campo palestinese di Nahr al-Bared, nel dicembre scorso». (31)

L'antico santuario di Notre-Dame du Liban, a Harissa, e la nuova Basilica
Ora, se Fatah al-Islam – come pretendono tutti i mass media politicamente corretti e servili degli israelo-americani - è una branca di Al Qaida, dove e in che ruolo si collocherebbe Saad Hariri, pilastro del "14 marzo" e del governo Siniora-Feltman, e cocco degli "Stati Uniti d'Israele"?
Nel ruolo di trait d'union tra Usraele-CIA-Mossad e Al Qaida? Per "sostenere" il Libano e "democratizzarlo"?
Quando l'aggressore si trova a sua volta in difficoltà, l'aggredito comincia a sperare di sbarazzarsene.
È un concorso di circostanze ad aver messo fine all'occupazione ottomana del Libano, dopo la sconfitta della Turchia nella prima guerra mondiale.
Un concorso di circostanze ha messo fine nel 2005 all'occupazione siriana del Libano.
Sarà probabilmente anche un concorso di circostanze ad aiutare il Libano a sciogliere o a recidere tutti i nodi gordiani che oggi pretendono di strangolarlo.
Oggi in Libano ci si attende l'eruzione del vulcano, che non si è mai spento.
Israele batte il tamburo di guerra, perché non vuole riconoscere e accettare la sua sconfitta dell'estate 2006.
I terroristi di Fatah al-Islam (terroristi "mercenari" di numerose nazionalità, in prevalenza arabe) provocano la belligeranza con l'esercito libanese a Tripoli, capitale del Libano del nord, nel campo palestinese di Nahr el-Bared.
E gli islamisti palestinesi infiltrati, armati e addestrati dagli israelo-americani, resterebbero in disparte?
Oppure, spalleggiati da Jound al-Cham (o Jound el-Sitt) - un altro dei gruppi terroristi mercenari organizzati e finanziati dal Courant du futur di Saad Hariri e da Bahia Hariri, zia di Saad e sorella di Rafic (32) - prenderebbero parte agli scontri, aprendo il fuoco anche al sud, a partire da Aïn el-Hilweh (campo di rifugiati palestinesi vicino a Sidone)?
Tutti complici nel progetto di indebolire l'esercito libanese, di coinvolgere l'Hezbollah nei conflitti interni e di facilitare così l'entrata in scena dell'esercito israeliano e/o americano, in future spedizioni offensive - o "protettive" - contro il Libano.
Conflitti, disordini, carneficine.
Come ogni volta, gli unici a essere presi tra i due fuochi saranno sempre i libanesi, che dovranno ancora e ancora combattere per la loro libertà e la pace.
Che Dio ci aiuti.
Che Egli invii ancora quaggiù, al nostro popolo, degli autentici pastori.
Quelli di oggi hanno disertato, con molti alti prelati alla loro testa. Chissà quanto essi valgano ancora, ma certamente essi sono troppo spesso alla portata di tutte le borse.
Che Dio getti uno sguardo sul nostro popolo che Lo chiama, Lo prega e Lo implora. Che Egli non lo abbandoni. Che vegli sul Libano.
Il calvario è durato a lungo.
Il nostro popolo si è sempre sottomesso alla volontà di Dio.
Che Egli tenda ancora la mano in suo soccorso.
Nel nostro santuario mariano ad Harissa, Notre-Dame du Liban, anche molto tardi, anche dopo mezzanotte, anche all'alba, a ogni ora si trova una folla che prega e che intona i bei canti dedicati a Maria, pronunciando alto e forte le lodi che è così dolce rivolgerLe.

Notre-Dame du Liban
Noi rifiutiamo di tradire la nostra fede, la nostra terra e la nostra eredità.
Noi rifiutiamo di disertare. Noi rifiutiamo di disperare.
Il cielo è sempre favorevole ai popoli che amano la luce. E la cercano.
Jacqueline Amidi
Originale francese:
Jacqueline Amidi, Le printemps libanais contre l'axe usraélien, in effedieffe.com, 03-06-2007:
http://www.effedieffe.com/interventizeta.php?id=2040¶metro=esteri.
Traduzione di Filippo Fatiga per EFFEDIEFFE
Note:
1) Le diable (Ça va!), Canzone di Jacques Brel (1953).
2) Discorso del generale Michel Aoun in occasione del sollevamento popolare, in tayyar.org, 1-3-2006: http://www.tayyar.org/tayyar/articles.php?article_id=21611&type=GMA.
3) Interview du député britannique G. Galloway sur Israël, l'Iraq, les États-Unis, le Liban, 6-8-2006, in Babnet.net, 11-8-2006: http://www.babnet.net/rttdetail-8521.asp.
4) Reuters, EU No intent yet to add Hizbollah to terror list, in Reuters AlertNet, 1-8-2006:
www.alertnet.org/thenews/newsdesk/BRU004839.htm.
5) La Risoluzione 1559 del Consiglio di sicurezza dell'ONU, del settembre 2004, chiede tra l'altro «che tutte le milizie libanesi e non libanesi siano sciolte e disarmate». Per «non libanesi» si intendono evidentemente i palestinesi, che non hanno affatto sciolto la loro milizia né si sono disarmati. Sayyed Hassan Nasrallah invece, firmando con il generale Aoun (il 6 febbraio 2006, a Beirut, nella cripta della Chiesa di San Michele, nel quartiere di Chiyah) il Documento d'intesa, ha perfettamente deliberato di consegnare - nelle condizioni che saranno precisate con l'adozione, da parte del governo, di una efficace politica di difesa nazionale che sappia assicurare la protezione del Paese contro ogni aggressione straniera, protezione e difesa finora abbandonate all'iniziativa di privati - le sue armi allo Stato libanese. Confronta il Document d'entente mutuelle entre le Hezbollah et le Courant patriotique libre, Beirut, 6 febbraio 2006:
www.tayyar.org/files/documents/cpl_hezbollah.pdf.
6) Scarlett Haddad, Aoun et Nasrallah: Un document souverainiste et une vision commune du Liban. Conférence de presse conjointe des dirigeants du CPL et du Hezbollah à l'église Mar Mikhaël, in L'Orient - Le Jour, 7-2-2006:
www.lorientlejour.com/page.aspx?page=article&id=305401.
7) Michel Warshawski, La pace ha perso. Vi spiego perché, Intervista raccolta da Geraldina Colotti, in Il Manifesto, 15-8-2006.
8) Michel Aoun, Il faut en revenir au peuple, Intervista raccolta da Frédéric Pons, in Valeurs Actuelles, 5-12-2006.
9) Thierry Meyssan, La justice argentine a écarté la piste islamique. Washington veut réécrire les attentats de Buenos-Aires, in Voltairenet, 13-7-2006:
http://www.voltairenet.org/article141896.html.
10) L'incidente è riferito da Maurizio Blondet Il Corriere non lo dice (e neppure l'Unità)... Cartolina da Buenos Aires, in effedieffe.com, 29-8-2006:
http://www.effedieffe.com/rx.php?id=1400%20&chiave=Buenos%20Aires.
11) Israelis arrested in Samaná are taken to Dominican capital, in Dominican Today, 14-8-2006:
http://www.dominicantoday.com/app/article.aspx?id=16370.
12) Géraud de Geouffre de La Pradelle, Antoine Korkmaz, Rafaëlle Maison, Douteuse instrumentalisation de la justice internationale au Liban, in Le Monde diplomatique, aprile 2007, pagine 18-19:
http://www.monde-diplomatique.fr/2007/04/DE_LA_PRADELLE/14595.
13) Jürgen Cain Kulbel, Attentat contre Rafic Hariri: Une enquête biaisée?, in Voltairenet, 15-9-2006:
http://www.voltairenet.org/article143440.html.
14) Libano, assassinio Hariri. Possibili sviluppi, in AGI, 3-12-2006, 19h50.
15) Jürgen Cain Kulbel, articolo citato.
16) Ibidem.
17) Abdallah Bou Habib, Le feu orange, pp. 176-177. Abdallah Bou Habib era, in quel tempo, ambasciatore del Libano a Washington.
18) Libano, assassinio Hariri. Possibili sviluppi, in AGI, articolo citato.
19) Elias Hraoui, Le retour de la République. Des mini-États à l'État, Dar an-Nahar, Beyrouth, 2001, pagina 292.
20) Jürgen Cain Kulbel, articolo citato.
21) Agostino Sanfratello e Maurizio Blondet, Libano. È sempre il piano Kivunim, in effedieffe.com, 23-5-2007:
http://www.effedieffe.com/interventizeta.php?id=2000¶metro=esteri.
22) Klaus von Raussendorf, Neues vom «Neuen Mittleren Osten». Condoleezza Rice und das «kreative Chaos» an mehreren Fronten, in Berliner Umschau, 27-10-2006:
http://www.berlinerumschau.com/index.php?set_language=de&cccpage=27102006ArtikelPolitik3. Traduzione francese in Tlaxcala, 27-10-2006:
http://www.tlaxcala.es/pp.asp?reference=1457&lg=fr.
23) Oded Yinon, A strategy for Israel in the nineteen eighties (in ebraico), in Kivunim [Orientamenti], A Journal for judaism and zionism, [Jérusalem], n° 14, febbraio 1982. Il testo di Oded Yinon - tradotto dall'ebraico in inglese da Israel Shahak, da lui intitolato The zionist plan for the Middle-East, accompagnato da una Prefazione e una Conclusione dello stesso Shahak - è accessibile on-line in Alabaster's archive, all'indirizzo:
www.geocities.com/alabasters_archive/zionist_plan.html.
24) Eliane Engeler, World council of churches: Israel planned to destroy Lebanon, in The Jerusalem Post, 17-8-2006:
http://www.jpost.com/servlet/Satellite?cid=1154525888240&pagename=JPost%2FJPArticle%2FShowFull. Traduzione francese di Marcel Charbonnier, in Tlaxcala, 18-8-2006:
http://www.tlaxcala.es/pp.asp?reference=938&lg=fr.
25) A tale riguardo, sono significative anche le dichiarazioni del generale Kaplinsky, numero due di Tsahal, rese a L'Arche, mensile dell'ebraismo francese, nel febbraio 2006. Kaplinsky affermava dunque di essere ben consapevole - cinque mesi prima del 12 luglio 2006!, giorno dello scatenarsi dell'aggressione israeliana - del fatto che l'Hezbollah avrebbe offerto il "pretesto", poiché per ottenere la liberazione degli ostaggi libanesi detenuti da Israele, avrebbe effettuato ancora dei tentativi di catturare soldati israeliani al fine di scambiarli con i libanesi prigionieri. Ciò «elimina ogni idea di sorpresa riguardo all'operazione dell'Hezbollah del 12 luglio 2006» (Béatrice Patrie et Emmanuel Espanol, Qui veut détruire le Liban?, Actes Sud - Sindbad, Arles, [marzo] 2007, pagine 139-140).
26) Klaus von Raussendorf, articolo citato.
27) Jeffrey Feltman è l'ambasciatore degli Stati Uniti in Libano.David Welch è il segretario di Stato aggiunto americano per il Vicino Oriente. È Welch, in occasione della sua ultima visita in Libano da martedì 15 a giovedì 17 maggio 2007, ad aver "convocato" direttamente all'ambasciata americana i deputati sedicenti "maggioritari" e i membri del sedicente "governo" Siniora - cioè l'«Asse anti-libanese», o «Asse della tutela israelo-americana» - per dettare loro le esigenze usraeliane. Ed è Welch che avrebbe allora «dopato» (L'Orient - Le Jour, 18-5-2007) tutti questi "lealisti del nemico" e avrebbe dato il via libera all'aggressione interna di Fatah al-Islam di domenica 20 maggio 2007 (aggressione che non si è ancora fermata), come preludio ai round successivi di aggressioni interne ed esterne.
28) David Edwards and Muriel Kane, Hersh: Bush administration arranged support for militants attacking Lebanon, in The raw story, 22-5-2007 (con il video Hersh-CNN):
http://rawstory.com/news/2007/Hersh_Bush_arranged_support_for_militants_0522.html.
Traduzione francese: David Edwards and Muriel Kane, L'Administration Bush a organisé le soutien aux militants attaquant le Liban, in Contre Info, 24-5-2007:
http://contreinfo.info/article.php3?id_article=1013&var_recherche=Hersh.
29) Franklin Lamb, Who's behind the fighting in North Lebanon?, in CounterPunch, 24-5-2007:
http://www.counterpunch.org/lamb05242007.html. Traduzione francese: Franklin Lamb, Les dessous de la crise libanaise, in Contre Info, 25-5-2007:
http://contreinfo.info/article.php3?id_article=1024.
30) Nidal, Les Hariri financent "al-Qaëda", mais c'est pour la bonne cause, in Loubnan ya Loubnan, giovedì 24-5-2007:
http://tokborni.blogspot.com/2007/05/voir-beyrouth-et-vomir.html.
31) L'Hebdo Magazine, Beyrouth, n° 2571, 16-2-2007, pagina 11.
32) Franklin Lamb, articolo citato.