Autore: Maurizio Blondet
Fonte: www.effedieffe.com
STATI UNITI - «Non vi illudete: il presidente Bush dovrà bombardare l'Iran
prima di lasciare la carica».
Chi scrive queste parole sull'ultimo numero di Foreign Policy è un ben
informato: Joshua Muravchick, uno degli ideologi più influenti del circolo
neocon-ebraico American Enterprise. (1)
E' ciò che vuole Israele, ed è ciò che l'America farà.
La conferma viene da un altro ben informato, ma di tutt'altro genere: il
grande giornalista Seymour Hersh.
In uno dei suoi densi articoli sul New Yorker, «The next act», egli delinea
le strategie dell'Amministrazione, battuta alle elezioni di medio termine e
messa sotto tutela dei vecchi «realisti» capeggiati da James Baker.
L'articolo è complesso e ricco di informazioni riservate di prima mano. (2)
Ecco le principali.
Un mese prima delle elezioni del 7 novembre, Dick Cheney ha presieduto una
riunione della sicurezza nazionale nell'Executive Office Building.
Tema: trovare dei metodi per continuare la politica di Bush anche nel caso
che i democratici conquistassero entrambe le camere (com'è poi avvenuto).
In quel caso, è possibile che la nuova maggioranza leghi le mani all'Amministrazione
negandole i fondi per la nuova avventura bellica.
Ma Cheney ha rassicurato i presenti, dice Hersh, «che la vittoria
democratica non fermerà l'opzione militare che l'Amministrazione persegue
verso l'Iran».
In che modo?
Hersh ipotizza una soluzione «alla Nicaragua»: negli anni '80 la Casa Bianca
di Ronald Reagan, vistisi bloccare dal Congresso i fondi per sostenere i
contras, guerriglieri ostili ai sandinisti del Nicaragua, s'imbarcò in tutta
una serie di traffici illegali, fra cui la vendita di armi Made in USA all'Iran
attraverso (eh sì) Israele: l'origine dello scandalo Iran-Contra scoppiato
dieci anni dopo.
Nei traffici e nello scandalo, insabbiato, era pesantemente coinvolto Bush
padre (allora vice-presidente) che utilizzò una rete parallela di
fuoriusciti dalla CIA (di cui era stato direttore) a lui fedeli.
Queste spie e agitatori «privatizzati» (avevano fondato agenzie di
import-export e piccole compagnie aeree che paracadutavano armi ai Contras)
potevano agire senza il controllo del Congresso, cui invece era soggetta la
CIA.
Un'organizzazione «parallela» del genere - commentiamo noi - pare essere già
all'opera: l'assassinio in Libano di Pierre Gemayel, immediatamente
attribuito alla Siria, non solo ha arrestato la marcia di Hezbollah verso il
governo in alleanza coi cristiani di Aoun; è stato anche un colpo alla
strategia di James Baker, il curatore fallimentare di Bush jr., e del suo
Iraq Study Group, che vogliono coinvolgere la Siria e l'Iran in trattative
per la stabilizzazione dell'Iraq.
La Siria è stata rigettata nel ghetto degli «Stati canaglia» con cui non si
tratta.
Conferma Hersh: «l'apparente trionfo del gruppo attorno a Baker, 'la Vecchia
Guardia', può essere illusorio».
Un generale a quattro stelle a riposo, vicino a Bush padre, gli ha spiegato
che la «Vecchia Guardia», preoccupata più della sorte del partito
repubblicano che di quella di Bush figlio, cerca di isolare Cheney per «dare
alla loro ragazza, Condy Rice, una possibilità di agire» con la diplomazia.
Per questo sono riusciti a mettere al posto di Rumsfeld il loro uomo, Robert
Gates.
Ma ora Gates è da solo in un gabinetto ministeriale che gli è ostile, e, al
Pentagono, si dovrà occupare di tutte le gatte da pelare lasciate da
Rumsfeld: dall'Iraq all'Afghanistan ai funzionari e generali che
rispondevano a Rumsfeld e sono stati da lui promossi.
A rischiare l'isolamento è Gates, non Cheney.
Il Pentagono di Rumsfeld si è accaparrato tutta una serie di competenze in
operazioni illegali e clandestine all'estero, che prima erano della CIA.
Con una serie di tali operazioni, «Il Pentagono ha stabilito rapporti
clandestini con curdi, azeri, e tribali Baluchi [le minoranze nell'Iran]
incoraggiando i loro sforzi per minare l'autorità del regime» iraniano.
Inoltre, «Israele e Stati Uniti collaborano nel sostegno di un gruppo di
resistenza curdo, il partito per la Libera Vita in Curdistan: questo gruppo
sta compiendo infiltrazioni dentro l'Iran» passando evidentemente dall'Iraq.
«Queste attività essendo considerate militari e non di spionaggio, non è
richiesta l'informativa al Congresso».
La Casa Bianca ritiene che l'attacco all'Iran sia il solo mezzo per salvare
la situazione in Iraq.
«Come il giocatore d'azzardo che raddoppia la posta per recuperare le
perdite», ha confidato un consulente del Pentagono ad Hersh.
E sono molti ancora i neocon interni all'Amministrazione convinti che «un
attacco aereo all'Iran manderà il segnale che l'America è ancora in grado di
adempiere ai suoi fini. Anche se non distrugge le installazioni nucleari
iraniane, molti pensano che 36 ore di bombardamento sia il solo modo per
avvertire l'Iran dell'alto rischio di continuare con la Bomba, e di
sostenere Moktada al-Sadr in Iraq».
Il capo di questa fazione è David Wurmser, l'ebreo neocon nello staff del
vice-presidente che si occupa di Medio Oriente.
Wurmser (come Israele) non si contenta di 36 ore di bombardamento: «Vuole il
cambio di regime; sostiene che non ci può essere una stabilizzazione dell'Iraq
senza cambio di regime in Iran».
La CIA si oppone; un documento segreto che l'agenzia ha fatto circolare fra
i ministeri interessati nega che esista in Iran un programma di armamento
nucleare.
L'intelligence è basata sulla «misurazione della radioattività nelle acque e
nei fiumi delle fabbriche e delle centrali energetiche» iraniane; altri dati
sono stati raccolti «con sofisticati e segretissimi apparecchi di
rilevazione di radioattività che agenti israeliani hanno piazzato nei pressi
dei sospetti siti nucleari dentro l'Iran. Nessuna dose significativa di
radioattività è stata rilevata».
La IAEA e gli europei sono dello stesso parere.
Ma la Casa Bianca ha accolto queste informazioni della CIA «con ostilità».
E l'estate scorsa, Israele ha informato, in base a «dati di intelligence
raccolti da spie israeliane interne all'Iran, che l'Iran ha creato e sta
sperimentando un apparato d'innesco per la bomba atomica».
«Il problema è che nessuno può verificare questo dato», commenta un
funzionario dell'intelligence parlando ad Hersh.
E nota che l'episodio ne ricorda uno simile avvenuto nel 2004.
John Bolton, allora sottosegretario per il controllo agli armamenti (oggi
ambasciatore all'ONU) fece sapere in via riservata alla IAEA che l'Iran
stava conducendo esperimenti di sincronizzazione di esplosivi convenzionali
che servono per innescare la fissione nucleare di una bomba: e ciò, precisò,
a Parchin, un impianto a venti miglia a sud di Teheran.
Evidentemente Bolton, l'ebreo, aveva avuto l'informazione da Israele.
Ma la IAEA ha condotto un'accurata ispezione a Parchin, specie attorno ad un
pozzo sotterraneo per la sperimentazione di esplosivi, che poteva essere
sospetto.
«Non abbiamo trovato alcun segno di materiali nucleari», ha detto ad Hersh
un ispettore della IAEA.
Però ai primi di novembre 2006 il primo quotidiano di Israele, Yedioth
Ahronot, è tornato alla carica con una nuova rivelazione: immagini da
satellite mostrano «massicce costruzioni» in via di edificazione a Parchin,
ed El Baradei (il capo della IAEA) non fa nulla.
E' evidente che Israele sta usando tutte le leve di pressione per ottenere
dagli USA ciò che vuole: l'attacco contro l'Iran.
Ehud Olmert ha allestito una «task force per coordinare tutta l'intelligence
sull'Iran»: è evidentemente questa task force che fornisce e fabbrica le
rivelazioni e i dati spionistici che passa alla Casa Bianca.
Che fretta c'è?, pare vada dicendo Condy Rice, sicura che il programma
nucleare iraniano sia ancora lontanissimo dalla Bomba.
Ma Israele insiste.
Lo strano senso d'urgenza israeliano su questa questione è illustrato da
Hersh attraverso una citazione di Ephraim Sneh, vice-ministro della Difesa
israeliano.
Sneh ha scritto sul Jerusalem Post: «Il pericolo non è tanto che Ahmadinejad
decida di lanciare un attacco nucleare, ma che Israele debba vivere sotto la
nera nube del timore di un leader impegnato alla sua distruzione. La maggior
parte degli israeliani non vorrebbero più vivere qui; la maggior parte degli
ebrei non vorrebbero più venire qui con le famiglie, e quegli israeliani che
sono in grado di vivere all'estero lo faranno. Ho paura che Ahmadinejad
riesca ad uccidere il sogno sionista senza schiacciare un solo pulsante.
Ecco perché dobbiamo impedire ad ogni costo che quel regime si faccia una
capacità nucleare».
Asserzione altamente significativa, quasi un lapsus freudiano: i capi
sionisti sono ben coscienti
della natura artificiosa di Israele, i cui abitanti possono vivere all'estero
quando vogliono.
Non possono vivere in Israele se non avvolti da un'idea di totale
onnipotenza e invulnerabilità.
Ovviamente anche i capi sionisti sanno che Ahmadinejad, se pure avesse la
bomba atomica, non la tirerebbe.
Ma non possono vivere come israeliani in condizioni di parità (come il resto
del mondo ha vissuto per mezzo secolo, sotto la dottrina della mutua
distruzione assicurata, senza troppi drammi); essi, la razza superiore,
possono vivere solo in condizioni di superiorità assoluta e incondizionata.
E' per questo che vogliono la guerra continua, che neutralizzi l'uno dopo l'altro
tutti i nemici, anche solo eventuali e potenziali, di Israele.
Dopo l'Iraq, l'Iran.
E dopo l'Iran, chi?
Avranno quello che vogliono, conclude Hersh.
La lobby ha imposto questa sua causa paranoica anche a tutti i democratici.
Hilary Clinton stessa ha proclamato: all'Iran non può essere consentito di
avere la bomba atomica.
L'attacco si farà dunque, come dice Muravchick dell'American Enterprise; l'America
darà ai giudei anche questo contributo di sangue.
E lo faranno fare a Bush jr., presidente uscente, che ormai politicamente
non ha più nulla da perdere.
Maurizio Blondet
Note
1) Joshua Muravchik, «Operation Comeback», Foreign Policy, novembre-dicembre
2006. «L'Operazione Ritorno» cui allude il titolo è quella dei
neoconservatori. Muravchik dice: «Neoconservatives have the president's ear,
but they also have lots of baggage. To stay relevant, they must admit
mistakes, embrace public diplomacy, and start making the case for bombing
Iran».
(«I neoconservatori sono ancora ascoltati dal presidente, ma hanno parecchia
zavorra. Per continuare a contare devono ammettere gli errori, adottare la
democrazia pubblica, e cominciare a costruire le giustificazioni per
bombardare l'Iran»). Foreign Policy è la rivista del Carnegie Endowment for
International Peace, un importante think tank conservatore che ha finanziato
le «rivoluzioni colorate» nell'Est europeo.
2) Seymour Hersh, «The next act: is a damaged Administration less likely to
attack Iran, or more?», New Yorker, 27 novembre 2006.
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