Maurizio Blondet
www.effedieffe.com
29/05/2006
Il 22 maggio, quattro Paesi della «nuova Europa»
filo-americana hanno offerto alla vecchia Europa un’alternativa
al gas russo, da cui siamo troppo dipendenti.
Si tratta di Ucraina, Georgia, Azerbaijan e Uzbekistan,
che sono riuniti in un’alleanza militare chiamata
GUAM e sponsorizzata dalla NATO.
Ad avere petrolio da vendere è solo l’Azerbaijan,
«ma l’Ucraina possiede delle possibilità
uniche di transito», come ha rilevato l’ucraino
Victor Yushenko, «perché non unire le nostre
forze?» (1).
L’idea di Yushenko è di instradare il greggio
azero attraverso l’oleodotto Odessa-Brody, che passa
le frontiere di Ucraina e Polonia, consentendo ai due Paesi
della nuova Europa di intascare ricche royalty, a compenso
di quelle che perderanno quando sarà completato il
gasdotto del Baltico, che manderà le forniture russe
alla Germania senza passare per le terre ostili neo-europoidi.
Ma al cuore del progetto, che mira evidentemente a sostituire
Mosca come fornitore necessario degli europei, c’è
l’oleodotto BTC, Baku-Tbilisi-Ceyhan, che passerà
molto a sud della Russia, e nei territori del GUAM (altre
ricche tangenti) per finire, dopo 1767 chilometri, nel porto
turco di Ceyhan.
Finora conosciuto come una costosa realizzazione anglo-americana
(l’azionista assoluto è la BP) in funzione
anti-Putin, si scopre che il BTC è destinato a più
alte e nobili funzioni: aiutare Israele a diventare un protagonista
anche nel mercato del petrolio.
Infatti il BTC dovrebbe essere collegato, per mezzo di
condotte subacquee sotto il Mediterraneo orientale, alla
«Israeli Tipline», ossia l’oloeodotto
che attraversa Israele da Ashkelon ad Eilat sul mar Rosso.
Da qui, il greggio del Caspio, caricato su petroliere, sarebbe
rivenduto in Asia: un macchinoso viaggio di ritorno alle
fonti, che ha il solo scopo di fare di Sion un fornitore
primario di energia altrui all’estremo Oriente.
Il progetto è stato rivelato da Menderes Turel, sindaco
del porto turco di Antalya, che ha partecipato alla Conferenza
internazionale dei sindaci tenutasi a Gerusalemme ad aprile
(2).
Lì, Turel ha annunciato che la Turchia ha firmato
un enorme contratto per vendere acqua ed elettricità
ad Israele attraverso quattro tubature subacquee parallele;
inizialmente pensato per fornire di acqua l’arida
zona palestinese, al progetto si è aggiunto il greggio
del Caspio.
Che pagherà anche per l’acqua, merce poco costosa
e il cui costo di trasporto, dunque, poteva rivelarsi proibitivo
(una prima idea di portare l’acqua con cisterne è
stata abbandonata a causa dei costi).
«Il petrolio di Baku può essere trasportato
ad Ashkelon attraverso questo nuovo oleodotto verso l’India
e l’estremo Oriente» via Mar Rosso, ha spiegato
il deputato israeliano Joseph Shagal. «Ceyhan [in
Turchia] e il porto [israeliano] di Ashkelon distano solo
400 chilometri».
Facilmente superabili aggiungendo una tubatura a quelle
già in progetto per l’acqua e l’energia
elettrica.
Natig Aliev, il capo della petrolifera azera (e parente
del dittatore azero Heydar Aliyev, ormai «democratico»)
ha invitato il ministro israeliano delle infrastrutture
a visitare la fiera petrolifera del Caspio a giugno.
Non sfuggono le implicazioni militari della alleanza petrolifera:
le pipelines devono essere protette con le armi.
La prima parte del percorso del BTC sarà protetta
dal GUAM che si è appunto trasformata in un’alleanza
militare («un ponte verso la NATO», l’ha
definita il ministro degli Esteri ucraino); il progettato
oleodotto subacqueo verso Ashkelon sarà protetto
militarmente da Israele.
Appare adesso chiaro il motivo per cui la Siria è
stata forzata a ritirarsi dal Libano grazie all’attentato
che costò la vita al libanese Hariri, e ovviamente
addossato a Damasco: si trattava di liberare dall’intruso
e mettere sotto controllo israeliano i corridoi di mare
e anche di terra per le forniture turche ad Israele.
Israele, invece, non pagherà i costi della costruzione
della quattro super-condutture mediterranee. Risulta infatti
che anche l’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan non è
pagato dagli azionisti anglo-petroliferi, fra cui la BP
è il maggiore, bensì al 70 % dalla Banca Mondiale.
Ora si capisce perché al vertice della Banca è
stato messo Paul Wolfowitz, l’ex viceministro israelita
del Pentagono che ha promosso l’11 settembre e le
guerre conseguenti.
Bisognava finirla con lo scandalo dei poveri del mondo
che bussano alla Banca Mondiale per farsi finanziare progetti
di sviluppo nei loro Paesi miserabili; ora è lo sviluppo
dei padroni del mondo che va assistito col denaro altrui.
Le implicazioni strategiche sono almeno promettenti, per
Israele, quanto i profitti.
La spedizione del greggio del Caspio in terra ebraica per
poi rimandarlo indietro in Oriente serve, fra l’altro,
ad uccidere sul nascere ogni prospettiva dell’Azerbaijan
di fornire direttamente, attraverso suoi oleodotti, Cina
e India.
La Cina in particolare viene tagliata fuori dalle risorse
energetiche dell’Asia centrale.
Ma anche la dipendenza dell’Europa vecchia e nuova
da Mosca viene rimpiazzata dalla dipendenza da Israele e
dai suoi satelliti, Ucraina e Georgia.
Sono arrivati davvero i tempi messianici, quando secondo
la promessa, il popolo eletto diverrà «creditore
di tutti e debitore di nessuno».
Tra l’altro, recenti prospezioni hanno rivelato che
sotto le acque del Mediterraneo antistanti la Palestina
si trovano riserve di gas per almeno 100 miliardi di metri
cubi.
Il 60 % di questo prodotto dovrebbe spettare alla Palestina,
ma sicuramente non le sarà concesso, perché
si fa governare dai terroristi di Hamas.
Israele infatti ha già assicurato che «la
quasi totalità» di quel gas dovrà servire
al mercato interno israeliano, che entro il 2015 avrà
bisogno di almeno 12 miliardi di metri cubi all’anno.
Solo «una piccola parte, 0,5 miliardi di metri cubi
l’anno, saranno riservati ad una centrale elettrica
da costruire a Gaza» (3).
Semprechè ci siano ancora dei palestinesi vivi nel
2015.
Maurizio Blondet
________________________________________
Note
1) Marie Jégo, «Un front anti-Moscou offre
à l’UE une alternative au gaz russe»,
Le Monde, 25 maggio 2006.
2) Michel Chossudovsky, «the militarisation of the
easter Mediterranean: Irsael’s stake in the Baku-Tbilisi-Ceyhan
pipeline», Globalresearch, 23 maggio 2006.
3) «The new east Meditarranean oil and gas play»,
report di «Research and Markets», 2006.