Autore:Maurizio Blondet
Fonte: www.effediffe.com
PECHINO - Il prezzo del rame è schizzato alle stelle,
il signor Liu Qibing è scomparso da giorni, e il
London Metal Exchange (LME) è sull'orlo di un abisso.
Fatto è che il signor Liu Qibing si è esposto
enormemente, vendendo «short» (allo scoperto)
fra le 100 e le 200 mila tonnellate di rame.
Rame che non aveva, ma che pensava di comprare dopo il ribasso:
aveva scommesso infatti - questo è il senso delle
vendite short - sul ribasso del metallo rosso, utilizzando
alcuni dei più semplici prodotti derivati finanziari,
i future e gli swap. Invece il rame è rincarato,
e Liu non si è fatto più vedere.
Ora, in mancanza di sue manovre, 100-200 mila tonnellate
di rame dovrebbero essere consegnate fisicamente nei magazzini
del LME (in Corea e a Singapore) entro il 21 dicembre prossimo.
Pochi sperano che Liu riappaia e compri,
ai prezzi maggiorati, quell'enorme cumulo di lingotti da
consegnare, regolarizzando la sua posizione: forse è
già stato inghiottito dal Laogai, il Gulag cinese;
forse ha ricevuto in testa il proiettile di prammatica,
il cui costo sarà addebitato ai familiari. Il guaio
è che Liu Qibing non è un privato speculatore.
E' il trader che opera nel settore metalli per lo State
Reserve Bureau (SRB), l'ente di Stato cinese che gestisce
e controlla l'approvvigionamento di materie prime strategiche.
E il guaio aggiuntivo, ora, è che lo statale SRB
sostiene di conoscere appena mister Liu, e di non averlo
incaricato del trading. «Le sue posizioni short sono
le sue, non le nostre», ha detto alla Reuter un portavoce
dell'ente di Pechino. La scusa ovviamente non regge.
Liu era alla Borsa Metalli di Londra da 10
anni, e tutti lo conoscevano come l'uomo del SRB.
Lo Stato cinese controlla e autorizza uno per uno i privati
e le aziende cinesi che operano sui mercati internazionali.
Liu non può che essere stato autorizzato, non solo;
aveva l'obbligo di sottoporre le sue esposizioni commerciali
alle autorità regolatrici cinesi. D'altra parte,
per fare commerci di tali volumi, non poteva non avere -
e non esibire - le prove che la sua solvibilità era
garantita dall'organizzazione per cui diceva di lavorare.
Dunque, sarebbe lo Stato cinese a sobbarcarsi le conseguenze,
comprando chilo per chilo, a prezzi crescenti, il rame da
consegnare come da contratto.
Ma Pechino sembra intenzionata a disconoscere Liu e i suoi
contratti; anche se ne frattempo ha messo all'asta un po'
di rame delle sue riserve strategiche con l'evidente intento
(fallito) di far calare i prezzi, ed ha proclamato di avere
riserve «molte volte» maggiori delle promesse
di mister Liu; ufficialmente il regime continua a ripetere
che il solo scopo del suo SRB è quello di «stabilizzare»
i prezzi mondiali dei metalli, con interventi marginali
e non con arrischiate speculazioni. Che consegni la merce
nella sua totalità, è impossibile.
Ecco perché la Borsa dei Metalli di
Londra trema: un altro, ennesimo buco sta per aprirsi nel
mercato senza regole dei derivati. A conti fatti, nel caso
migliore, un buco nero di 356 miliardi di euro: tanto valgono
100 mila tonnellate di rame ai prezzi correnti.
Con effetti aggiuntivi di scarsità drammatica nelle
forniture industriali, crisi, chiusura di aziende, licenziamenti.
E' un altro lieto risultato della globalizzazione. L'abolizione
imposta del controllo sui cambi, mercati finanziari «competitivi»
e «creativi» su scala mondiale, e la tecnologia
informatica, hanno creato mille nuove opportunità
per ogni tipo di malversazione, al di fuori di ogni controllo:
il riciclaggio di denaro sporco avviene soprattutto grazie
alla finanza derivata, e si calcola che vi faccia passare
3 mila miliardi di dollari: un capitale siderale che alimenta
il mercato della droga, delle armi, degli esseri umani e
della prostituzione, delle contraffazioni di marchi e di
medicinali, la violazione dei brevetti da Paesi con sistemi
legali semi-barbari quale appunto la Cina.
Uno Stato delinquenziale cui sono state spalancate
le porte del «mercato», perché ha «un
ruolo-guida nell'economia mondiale» e (come dice il
nostro ministro Fini, detto Kippà) «è
impossibile isolarla». Allora va bene così;
si chiama a giocare al casinò del mondo un noto baro.
Ed ora, patetico, il Financial Times invita il baro di Pechino
a «una maggiore trasparenza», a più «responsabilità»,
perché la roulette di Londra possa continuare a girare
(1). Un giorno forse si potrà fare il conto di quanto
la globalizzazione ha nuociuto agli esseri umani e alla
stessa economia: quanti capitali ha distrutto e incenerito
e quanti uomini ha ammazzato la sua disumana «efficienza
competitiva».
Ma oggi no: questo sistema imposto, che porta via ogni certezza
della vita alle persone normali - che vedono il loro posto
di lavoro emigrare in Cina e India, che vedono morire i
loro risparmi in qualche speculazione in corso
all'altro capo del mondo - piace ai padroni del vapore,
e a loro - a qualcuno di loro - porta profitti. Il tempo
non è maturo; bisognerà aspettare la catastrofe.
Maurizio Blondet