Quel partitino che spaventa il potere tedesco


Maurizio Blondet
www.effedieffe.it
25/09/2006


Il NPD (Nationaldemokratische Partei Deutschland) è una piccola formazione nazionalista, che gli avversari dicono nostalgica di Hitler.
Nel 2003, i partiti maggiori della Germania hanno tentato i metterlo fuorilegge: la Corte Costituzionale federale ha però respinto la petizione, perché non è riuscita a far testimoniare gli agenti della polizia politica tedesca che - come si rivelò nel dibattito - avevano infiltrato il NPD.
Fu chiaro allora che questo gruppo «neo-nazista» era affollato di informatori e agenti provocatori del governo.
In ogni caso, il NPD ha vivacchiato ai margini della politica, circondato dal silenzio dei media, fino all’anno scorso.
Allora i suoi pochi deputati nel parlamento di Sassonia - la cui capitale è Dresda - uscirono clamorosamente dall’aula quando l’assemblea celebrò il rituale «minuto di silenzio» in ricordo delle vittime di Auschwitz.
Il NPD aveva chiesto, senza ottenerlo, un minuto di silenzio per le 250 mila vittime del bombardamento di Dresda, operato dagli anglo-americani il 13-14 febbraio del ‘45 con bombe al fosforo.
I media scatenarono l’inferno contro questo partito che non si piegava ai riti della sola religione pubblica obbligatoria rimasta in Europa.
Risultato: il NPD ha visto crescere a 12 i suoi deputati in Sassonia, ed ha conquistato una significativa presenza parlamentare a Brema e nel Brandeburgo, in alleanza con il DVU, Unione del Popolo Tedesco, un partito sulle stesse posizioni ideologiche.
Ed ora il leader del NPD, Udo Voigt, ha buone speranze di affermazione nelle prossime elezioni in Baviera, Hessen e Saar, con la possibilità di portare deputati al Bundestag nel 2009.
Secondo gli analisti politici, il partito ex partitino sta approfittando cinicamente della crescente insoddisfazione sociale tedesca.

Le sue campagne puntano il dito sullo smantellamento della previdenza sociale in corso, sulla precarietà nel lavoro sulla disoccupazione al 18 %, sull’invasione di immigrati e sul duro rigore fiscale imposto dalla Merkel a una società in via di impoverimento e di precarizzazione: non tacendo - fatto significativo - che le tasse aumentano per i tedeschi poveri, mentre Berlino continua a pagare (coi soldi dei contribuenti) i suoi pesanti tributi all’Unione Europea e ad Israele.
L’evidente favore popolare di cui comincia a godere il partito, in contrasto evidente con la crescente impopolarità della grande coalizione capeggiata dalla Merkel, ha provocato una nuova campagna per far dichiarare illegale il NPD.
Wolfgan Thierse, vicepresidente del parlamento federale e socialdemocratico con Peter Struck, presidente dello stesso SPD, hanno reclamato a gran voce una trattativa urgente col ministro dell’Interno, il democristiano Wolfgang Schaeuble per «una risposta più dura della polizia» contro l’NPD e «la sua proibizione».
Illuminante il ragionamento di Thierse per sostenere l’incostituzionalità del partitino di destra: è lecito che «la rabbia, l’indignazione e la delusione» dell’opinione pubblica tedesca siano interpretate (e vadano a ingrossare di voti) dal partito comunista tedesco, che si chiama - guarda caso - PDS; ma non si può permettere che la protesta sia raccolta da un partito «populista e antisemita».
Insomma, l’ammissione che i comunisti sono addomesticati alla globalizzazione.
Ma più temibile è stata la reazione di Michel Friedman, vicepresidente del Congresso ebraico europeo e uno dei capi della comunità giudeo-tedesca.
Per di più, è una star della TV a diffusione nazionale Hessische Runfunk, per cui dirige un abrasivo talk-show («Attenti, c’è Friedman»), dove è un po’ Gad Lerner e molto Santoro. «L’inquisitore televisivo», lo chiama servilmente Der Spiegel.

Ora questo personaggio non se l’è presa col NPD, ma con i tedeschi: «La Germania è un paziente che deve essere trattato con gli antibiotici, visto che l’aspirina non basta più», ha scritto in un furibondo articolo apparso su Stern: «dobbiamo chiarire ai tedeschi che mentre i voti di protesta sono leciti in una democrazia, non si può usare il voto per legittimare partiti ostili»:
ciò che rende temibile la minaccia di Friedman è il fatto che questo personaggio è stato all’origine della feroce campagna contro il politico liberale Juergen Moelleman, che si è conclusa con la strana morte di Moelleman stesso nel 2003.
Questo personaggio, fondatore del partito liberale (anch’esso allora in ascesa) era stato convocato nella trasmissione di Friedman e messo sotto accusa dal conduttore in quanto filo-arabo, dunque «antisemita».
Moelleman aveva risposto che l’antisemitismo, se mai, veniva alimentato da personaggi odiosi come Friedman, e che l’influsso degli ebrei in Germania era sproporzionato alla loro consistenza numerica.
Dopo la serata, contro Moelleman era partita un’inaudita campagna mediatico-giudiziaria per screditarlo e demonizzarlo.
E immediatamente il politico era stato messo sotto inchiesta per corruzione (si «scoprì» che aveva accettato fondi non dichiarati); si giunse al punto che Moelleman venne espulso dal partito che lui stesso aveva fondato.
Non bastava: l’energico, battagliero Moelleman proclamò che avrebbe fondato un nuovo partito e che avrebbe lottato contro il conformismo politico pro-sionista dominante in Germania; promise anche che avrebbe svelato certi altarini.

S’è lanciato con un paracadute che non si è aperto, perché qualcuno ne aveva tranciato i tiranti.
Ma si parlò, ovviamente, di suicidio di un politico disperato per essere stato smascherato nella faccenda di tangenti e corruzione.
Dunque la minaccia di Friedman - per la Germania, non più aspirina ma antibiotici - assume un significato assai concreto e sinistro.
Anche perché l’impunità di Friedman - ritenuto comunemente il mandante del «suicidio»
di Moelleman - è provata e accertata.
Nello stesso 2003 in cui la stampa tedesca si scagliava contro Moelleman per corruzione, Friedman il moralizzatore veniva colto sul fatto mentre offriva cocaina a prostitute ucraine; il tutto in uno sfondo ambientale che comportava rapporti con la criminalità organizzata, la tratta di donne dall’Est europeo, droga e video compromettenti.
Ma i media, in quell’occasione, fecero a gara nell’assolvere il temutissimo ebreo.
«Tutto per un po’di coca», titolò il Suddeutsche Zeitung.
E i giudici che indagavano sul losco personaggio vennero bollati dal Frankfurter Zeitung e dal Tagesspiel di Berlino come «antisemiti».
In copia conforme, il 24 giugno, interveniva a favore del presentatore anche Il Corriere della Sera: «A rafforzare la teoria del complotto [contro Friedman] c’è un video dove Friedman è filmato nell’atto di offrire cocaina a ragazze che i malavitosi ucraini cercano di vendere a caro prezzo». Dunque l’indizio di colpevolezza è invece la prova di «un complotto» contro il povero Gad Lerner tedesco.
Certi complotti esistono, qualche volta.

Maurizio Blondet

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