Maurizio Blondet
06/03/2006
Un manifesto di Mao che conduce alla riscossa la classe
proletaria: scatenare «la campagna» contro «la
città» è stata una classica strategia
con cui il Partito riprendeva periodicamente il controllo
Molti credevano che Liu Guoguang, economista maoista un
tempo onnipotente ma da lunghi anni a riposo, fosse addirittura
morto.
Invece il novantenne personaggio è riapparso, per
lanciare uno sferzante avvertimento al governo cinese: se
il Partito non mette le redini alle riforme di mercato,
ha gridato il compagno Liu Guoguang, la Cina finirà
per «cambiare colore».
Nel gergo cifrato, vuol dire che il «rosso»
comunista sta stingendo.
In chiaro, che il Partito sta perdendo potere, il che allarma
davvero l'apparato.
Poteva sembrare lo sfogo rabbioso di un dinosauro del passato;
grida del genere si sono già udite qua e là
levarsi dai ranghi della nomenklatura nostalgica, fatta
di senili reduci della lunga marcia di Mao.
Invece stavolta è diverso.
Come d'incanto, in tutto l'enorme paese si organizzano conferenze
per «studiare il pensiero economico del compagno Liu».
Sembra una replica delle «spontanee» sessioni
di massa della Rivoluzione Culturale, quando lavoratori
e dirigenti venivano radunati per «studiare il libretto
rosso» di Mao, o per «criticare Confucio, criticare
Lin Piao».
Il Partito si muove coi vecchi metodi, e
il suo bersaglio è chiaro: il governo.
Il presidente Hu Jintao e il primo ministro Wen Jabao: entrambi
membri dell'apparato, ma ormai giudicati pericolosamente
liberisti.
Partito contro governo: fu proprio questo il senso della
Rivoluzione Culturale.
Contro governi ritenuti poco marxisti, Mao lanciò
le Guardie Rosse.
I riformisti dovettero fare umilianti autocritiche, davanti
a torme di studenti che li processavano, li picchiavano,
gli calzavano in testa orecchie d'asino di carta.
Sta per accadere di nuovo?
I segnali si moltiplicano.
Due economisti troppo liberali, Mao Yushi a Pechino e Wu
Jinglian a Shanghai, si sono visti chiudere d'autorità
i loro due istituti di analisi economica.
L'economista Zhang Weiying dell'Università di Pechino
è stato tolto dalla cattedra perché «troppo
vicino agli imprenditori».
Ma ancora più preoccupante l'attacco che sta subendo
il capo della Banca Centrale cinese, Zhou Xiaochuan.
Il dottor Zhou è stato un infaticabile
promotore degli investimenti stranieri in Cina; ha aperto
la Borsa, ha avviato una modesta rivalutazione della moneta
nazionale come gli chiedeva la Casa Bianca, ha cominciato
a liberalizzare i tassi d'interesse e sottratto l'emissione
di obbligazioni al controllo dell'ente di pianificazione
socialista, e tiene discorsi pubblici a favore del mercato:
tutte cose per cui è lodato in Occidente.
Ma un articolo anonimo apparso su un oscuro giornaletto
che si stampa ad Hong Kong, Chengbao, lo ha accusato, per
il fatto che sostiene l'entrata in Cina di fondi d'investimento
speculativi esteri, di aprire il paese «ai lupi stranieri».
Anche questo pare un ritorno ai vecchi metodi: spesso l'apparato
comunista ha fatto dire a qualche foglio di Hong Kong ciò
che non si può dire a Pechino, e spesso attacchi
del genere hanno dato il segnale di purghe feroci contro
i nemici interni del Partito.
Peggio: quanto più Zhou tiene discorsi, tanto meno
il pubblico capisce se il governatore della Banca Centrale
«parla a nome del Paese o solo per sé»,
scrive il giornale.
Sembra il preludio a un'accusa di deviazionismo
e di interesse privato, che può anche portarlo dritto
davanti a un plotone d'esecuzione.
In ogni caso, troncare la sua carriera: si diceva che il
capo della Banca Centrale sarebbe stato promosso a vice-premier
al Congresso del Partito che si terrà l'anno prossimo
(si tiene ogni cinque anni) e che assegnerà i posti
di governo per il 2007-2012.
Ora la sua nomination sembra allontanarsi.
E' nel Congresso che il vecchio apparato si prepara a vincere:
mettendo i suoi delfini ideologici nelle posizioni-chiave
del Politburo e garantendosi non solo le linee di successione,
ma la mano di ferro sull'economia.
L'argomento che userà l'ha espresso uno di loro,
un vecchio alto dirigente della pianificazione socialista,
Liu Rixin: «lo Stato ha perso il controllo di numerosi
settori economici, e delle aziende statali rimaste, non
facciamo altro che offrirle in vendita a stranieri e a chiunque».
Insomma il Partito unico vuole mantenere il ruolo dominante
nell'economia, perché capisce che è la condizione
della sua sopravvivenza.
In Occidente si tende a credere che il colpo
di coda ideologico fallirà, perché il settore
privato è ormai troppo forte, grosso e vivace, e
che i monopoli di Stato su cui il Partito appoggia il suo
residuo potere - alluminio, petrolio, lotterie - sono serbatoi
di debiti, inefficienza e corruzione sull'orlo del fallimento.
Ma questo ottimismo sottovaluta gli umori profondi della
società cinese.
Il Financial Times dà la parola a un economista cinese
(«che ha chiesto di non essere nominato») il
quale racconta la reazione del pubblico durante una sua
conferenza in una facoltà di Economia a Pechino.
Se le banche cinesi sono piene di crediti inesigibili, diceva
l'economista, non è colpa degli investitori stranieri
- allusione al fatto che il Partito le ha obbligate a concedere
prestiti a loro favoriti corrotti e incapaci.
L'intero consiglio di facoltà è insorto.
Un professore, tra gli applausi del pubblico (tutti economisti
apparentemente «aperti» e «liberali»),
gli ha gridato: «non dobbiamo mai dimenticare i nostri
nemici, gli stranieri capitalisti. Siamo ancora un Paese
socialista».
Il Partito può mobilitare la sua forza
d'urto proprio nel ceto sociale che ha più devastato
e maltrattato: i 300 milioni e passa di contadini.
Dal mercato e dalle privatizzazioni, le campagne non hanno
visto alcun vantaggio.
Il vecchio sistema almeno dava ai contadini sanità
e casa gratis, pensioni di vecchiaia, istruzione gratuita
per i figli: tutto questo è stato tagliato brutalmente
in nome dell'efficienza capitalista.
Nelle scuole rurali, gli insegnanti mettono al lavoro gli
alunni, facendo fabbricare loro piccoli oggetti da esportare,
per pagarsi gli stipendi che non ricevono più.
Nel boom economico, gli scolari nelle campagne abbandonano
quelle scuole-lager a tassi del 40 %.
Peggio: proprietà privata di terra e di immobili
esiste nelle città - chi ha una casa può venderla
a chi vuole - ma non nelle campagne.
La terra resta proprietà collettiva, e i contadini
i suoi servi della gleba.
Così, mentre in città chiunque abbia un'area
fa miliardi con il boom edilizio, in campagna il prezzo
dei suoli rurali è del 2% di quelli urbani.
E poiché non è di nessuno, questo differenziale
è una tentazione per i capetti locali del partito.
Riclassificano come «edificabili» i campi ai
margini delle metropoli e li vendono a chi vuole costruire
case o capannoni industriali; i contadini vengono cacciati
senza indennizzo, e i capetti lucrano tangenti milionarie.
Perciò, non è casuale che la nomenklatura
proclami oggi di voler dare priorità a «combattere
le disparità sociali» e a «ridurre il
divario fra ricchi e poveri» provocato dal «mercato».
Dei poveri, loro, se ne infischiano.
Ma sanno che questo appello non resta inascoltato nei villaggi
e nelle risaie.
E anche questo un ritorno ai metodi di Mao: scatenare «la
campagna» contro «la città» è
stato una classica strategia con cui il Partito riprendeva
periodicamente il suo controllo totalitario, contro deviazionisti
e pragmatisti moderati, per riavviare ogni volta la rivoluzione
permanente.
Se il gioco riesce anche stavolta, per qualche tempo non
sentiremo più parlare del grande successo economico
della Cina e della Cina come competitore globale, ma come
epicentro di un'altra sanguinosa, rivoluzione «culturale».
Maurizio Blondet
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