Maurizio Blondet
23/05/2006
Il sottosegretario al Tesoro USA Stuart A. Levey
Minacciate di ritorsioni dagli Stati Uniti, le quattro più
grosse banche europee stanno chiudendo tutte le loro attività
in Iran, anticipando di fatto le sanzioni che il Consiglio
di Sicurezza dell’ONU non ha ancora lanciato contro
Teheran.
Si tratta delle elvetiche UBS e Credit Suisse, della HSBC
di Londra e della ABN Amro, olandese.
Il Dipartimento di Stato e del Tesoro USA hanno ammesso
di aver «intensificato gli sforzi» (si legga:
aumentato le pressioni) per convincere le maggiori banche
europee dei «rischi» che corrono se continuano
a fare affari con lo Stato iraniano: rischi che si concretizzano
in «multe» imposte dagli USA e ostacoli all’attività
alle filiali delle banche in America.
Il più attivo in quest’opera di «convinzione»
è il mai sentito sottosegretario al Tesoro USA con
delega al «terrorismo e all’intelligence finanziaria»
di nome Stuart A. Levey (uno dei tanti figli di Levi nel
regime Bush).
Il quale è soddisfatto dei risultati.
«Vediamo sempre più banche che riconsiderano
i loro legami con l’Iran. Si stanno chiedendo se davvero
conviene fare affari con imprese di un regime impegnato
nella proliferazione di armi di distruzione di massa e nel
sostenere il terrorismo».
Già le suddette banche sanno a loro spese che «non
conviene».
Due anni fa, la UBS è stata multata per 100 milioni
di dollari dalla Federal Reserve con l’accusa di aver
movimentato dollari a Paesi assoggettati a sanzioni dagli
americani, come Libia (ora tornata buona) e Iran.
A dicembre scorso, è stata la ABN Amro a dover pagare
80 milioni di dollari per «riciclaggio» verso
la Libia e l’Iran.
La nuova stretta si spiega probabilmente con la necessità,
per gli americani, di strangolare sul nascere la Borsa petrolifera
di Teheran, che consente di trattare petrolio contro euro
anziché contro dollari.
Gli USA stanno compiendo altre manovre per soffocare l’economia
iraniana.
Fra l’altro, da un mese hanno «incoraggiato»
l’OCSE (che comprende le trenta maggiori economie
di mercato del mondo) ad elevare il rating di rischio sull’Iran,
rendendo più costosa l’apertura di linee di
credito o di prestiti.
In seguito a ciò, la Borsa iraniana è caduta
del 20 %, gli investimenti e le nuove costruzioni sono crollati,
e i ricchi iraniani hanno cominciato a mandare i capitali
all’estero.
Il ministero degli Esteri iraniano ha avvertito che «decisioni
sbagliate degli europei possono alla fine danneggiare l’Europa».
Italia, Germania e Francia sono i maggiori partner commerciali
europei per Teheran, ma superati da Cina e Giappone.
Per questo, il fatto che le banche europee si siano piegate
ai diktat americani non riesce ancora a strangolare l’Iran
completamente.
La Cina non aderisce all’embargo e continua a comprare
il greggio iraniano.
L’Iran guadagna 300 milioni di dollari al giorno dal
suo export petrolifero.
Ora perciò alcuni figli di Levi in America stanno
meditando misure più draconiane.
Come un embargo totale sul petrolio iraniano accompagnato
da minacce di ritorsione per chi lo comprasse, e meglio
ancora un embargo sulla vendita di carburanti raffinati:
l’Iran importa il 40 % della benzina e gasolio che
consuma.
Frattanto, con la scusa di proteggere l’Europa da
«attacchi dal Medio Oriente in relazione al programma
nucleare iraniano», la Casa Bianca vuole posizionare
siti anti-missile in Polonia e, forse, nella repubblica
Ceca.
Rumsfeld ha già chiesto al Congresso uno stanziamento
di 59 milioni di dollari per questa nuova impresa, protettiva
dei nuovi e più servili alleati degli USA.
Sarebbe la prima base permanente americana su territorio
dell’Est europeo.
Il senso dell’iniziativa non è sfuggito a Mosca,
dove il generale Yuri Baluyevsky, dello Stato Maggiore Generale,
ha avvertito che il sito di intercettori antimissile è
il primo passo che trascinerà la Polonia fino al
collo nelle guerre americane.
«Che possiamo fare? Andate avanti e fatevi questo
scudo stellare», ha sospirato il generale intervistato
dalla Gazeta Wyborcza, «ma pensate cosa può
cadervi sulla testa dopo. Io non prevedo un conflitto nucleare
tra la Russia e l’Occidente. Non abbiamo questi piani.
Ma si capisce che i Paesi che sono parte di questo scudo
aumentano i loro rischi».
La motivazione per questo spiegamento, naturalmente, non
regge.
L’Iran non dispone, e non ne disporrà per almeno
un decennio, di missili balistici capaci di raggiungere
l’Europa, e si può dubitare che ne sprecherebbe
qualcuno contro la Polonia.
Per di più, i sistemi anti-missile USA «non
sono stati in grado di superare un solo test d’intercettazione
in quattro anni», dice Philip Coyle, già capo
del ufficio Test e Valutazioni Operative del Pentagono.
La loro efficacia è così dubbia che il programma
di proteggere gli Stati Uniti sotto un ombrello del genere
è stata ridimensionata drasticamente: per ora ci
sono nove sistemi intercettori a Fort Greely in Alaska e
due alla base di Vanderburg in California, a cui è
affidata la speranzosa ma improbabile missione di parare
lanci di missili della Corea del Nord.
I sistemi che saranno piazzati in Polonia non sono ovviamente
una garanzia contro l’armamento nucleare e balistico
russo, ancora ragguardevole, e troppo vicino alla «nuova
Europa».
Lo scopo di questo dispiegamento è dunque solo quello
di rafforzare il dominio militare USA nel vecchio continente,
e di provocare Mosca.
L’Unione Europea dovrebbe eccepire.
Ma possiamo scommettere che Solana e Barroso non lo faranno.
Sono lì per servire la Casa Bianca, non l’Unione.
Maurizio Blondet
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