Limitare la libertà della Chiesa in nome dei diritti
delle donne e lezioni di storia delle religioni uguali per
tutto il Continente. Così il Parlamento del Consiglio
d’Europa progetta di realizzare l’ateismo di
Stato…
di Riccardo Cascioli.
Hai voglia a dire che è la Chiesa
a interferire negli affari della politica.
La verità è che c'è una ventata (diciamo
pure un uragano) di statalismo a livello europeo che interferisce
gravemente negli affari della religione, e soprattutto di
quella cattolica, cercando di metterla sotto tutela.
Se è sotto gli occhi di tutti ciò che sta
accadendo in Italia - con le forze sconfitte nel referendum
sulla Legge 40 che hanno scatenato la campagna d'autunno
contro la Chiesa -, meno evidente, ma non per questo meno
preoccupante, è ciò che sta avvenendo in Europa.
Lo dimostrano due votazioni effettuate il 4 ottobre scorso
all'Assemblea Parlamentare del Consiglio d'Europa, l'organismo
pan-europeo che raggruppa i 46 Paesi del Vecchio Continente.
La prima è l'approvazione della Risoluzione 1464,
"Donne e religione in Europa", dove si comincia
con il riconoscere che la religione "gioca un ruolo
importante" nella vita delle donne europee (art.1),
ma per dire subito dopo che "questa influenza è
raramente benigna: i diritti delle donne sono spesso ridotti
o violati in nome della religione" (art.2).
La religione, dunque, fa male, e questa è una legge
generale.
Entrando nel dettaglio, da una parte - dice la risoluzione
all'art. 3 - troviamo "violazioni estreme", quali
i "cosiddetti crimini d'onore, i matrimoni forzati
e le mutilazioni genitali femminili", che sebbene in
crescita sono però ancora rari in Europa. La risoluzione,
se ne deduce, non è stata proposta dunque per questi
casi. Infatti pare che il problema vero delle donne in Europa
siano "più sottili e meno spettacolari forme
di intolleranza e discriminazione" che però
hanno come effetto la stessa "sottomissione delle donne",
ad esempio "rifiutando di mettere in questione una
cultura patriarcale che mantiene il ruolo di moglie, madre
e casalinga come ideale" (art.4). Quale sarà
questa religione, peraltro descritta in modo caricaturale,
che vorrebbe l'Europa come l'Afghanistan dei taleban?
Ma se una donna decidesse di sua iniziativa di stare a casa
per crescere i propri figli? Vorrebbe dire che è
plagiata e lo Stato deve dunque liberarla dalla religione.
Leggere per credere: "La libertà di religione
- si dice facendo appello alla responsabilità degli
Stati membri - non può essere accettata come pretesto
per giustificare le violazioni dei diritti delle donne,
siano essi aperte, subdole, legali o illegali, praticate
con o senza il consenso nominale delle vittime, le donne"
(art. 5).
Bisogna però aspettare ancora qualche articolo per
capire l'obiettivo vero della risoluzione. Nell'elenco delle
richieste che il Consiglio d'Europa fa agli Stati membri
troviamo infatti all'art.7.3 che deve essere garantita "la
separazione tra chiesa e Stato (minuscole e maiuscole come
nell'originale, ndr) che è necessaria per assicurare
che le donne non siano soggette a politiche e leggi religiosamente
ispirate (p.es. nell'area della famiglia, del divorzio e
dell'aborto)".
Eccoci perciò al dunque: il più grosso pericolo
- dal punto di vista religioso - che corre oggi l'Europa
non è il terrorismo e fondamentalismo islamico, ma
il rischio di essere influenzata dalla Chiesa cattolica
in materia di vita e famiglia. Per cui gli Stati europei
devono limitare la libertà di religione laddove entri
in conflitto con i diritti delle donne, ad esempio quando
venga "limitata la libertà di movimento o il
loro accesso alla contraccezione venga impedito dalla famiglia
o dalla comunità" (art. 7.4).
Non basta: gli Stati devono "rifiutare
che dottrine religiose democratiche e irrispettose dei diritti
delle donne influenzino le decisioni politiche" (art.7.6).
Tale pensiero non è molto distante dalla prassi consolidata
nella Cina comunista: la religione è tollerata come
fatto privato, e in ogni caso non può predicare ciò
che è in contrasto con l'ideologia di Stato.
Così arriviamo al paradosso per cui - secondo la
risoluzione del Consiglio d'Europa - alla Chiesa cattolica
è fatto divieto di insegnare la propria dottrina
in materia di sacralità della vita e di famiglia.
Tali affermazioni sono poi rafforzate dalla Raccomandazione
1720 approvata lo stesso giorno dalla stessa Assemblea parlamentare,
riguardante "Educazione e religione". Se la religione
- come abbiamo visto - è una minaccia, allora è
importante educare alla religione nel modo giusto. Nella
raccomandazione, infatti, si riconosce che molti problemi
- fondamentalismo, razzismo, xenophobia, conflitti etnici
- nascono da ignoranza religiosa, come quella che porta
tanti giornalisti a "proporre parallelismi tra Islam
e certi movimenti fondamentalisti e radicali" (art.4).
Il Parlamento del Consiglio d'Europa chiede dunque al Consiglio
dei ministri essenzialmente due cose:
1. Un programma di studio della religione per la scuola
primaria e secondaria sostanzialmente uguale per tutti,
pur nel rispetto delle diverse situazioni locali. Cardine
dell'insegnamento deve essere "la storia delle principali
religioni così come la scelta di non avere religione"
(art. 14.2). Lo scopo è "far scoprire agli studenti
le religioni praticate nel proprio Paese e in quelli vicini,
e far loro capire che ognuno ha lo stesso diritto di credere
che la propria religione è la vera fede" (art.
14.1). In questo quadro "Paesi dove c'è predominanza
di una religione devono insegnare le origini di tutte le
religioni piuttosto che favorirne una o incoraggiare il
proselitismo" (art. 8).
Possiamo stare sicuri che prossimamente qualcuno si appellerà
a questa raccomandazione del Consiglio d'Europa per colpire
l'insegnamento della religione in Italia, anche perché
il nostro Paese si trova in difetto anche sulla seconda
richiesta, ovvero:
2. Tocca agli Stati formare il personale che deve insegnare
le religioni secondo i suddetti criteri, e agli Stati tocca
anche il compito di far scrivere e fare adottare i conseguenti
libri di testo (art. 14.6). Il personale preparato a fare
questo però scarseggia, dicono i parlamentari europei,
quindi ecco l'idea: il Consiglio dei ministri deve farsi
carico di creare un "Istituto Europeo per la formazione
degli insegnanti di studi comparativi delle religioni"
(art. 13.3).
E così il quadro normativo è completo. Possiamo
stare certi che gli assalti di questi mesi alla Chiesa,
in Italia, sono ancora niente rispetto a quello che verrà.
***
UN’ISTITUZIONE
A DIFESA DEI DIRITTI UMANI
Il Consiglio d'Europa è la più antica istituzione
europea: fondata nel 1949 con lo scopo di difendere i diritti
umani e la democrazia parlamentare, raggruppa oggi 46 Paesi
del Continente, ha sede a Strasburgo e produce accordi per
uniformare le pratiche sociali e legislative dell'intero
Continente. Dal 1989 il suo lavoro principale è quello
di garantire la transizione dei Paesi ex comunisti, sia
assistendoli nel consolidare riforme politiche e sociali
che affianchino quelle economiche, sia nel fare osservare
il rispetto dei diritti umani. Tra gli organi principali
troviamo: il Consiglio dei Ministri (composto dai 46 ministri
degli Esteri o dai rappresentanti diplomatici a Strasburgo),
che è il principale organo decisionale; e l'Assemblea
Parlamentare, composta da 630 membri provenienti dai 46
Parlamenti nazionali. Quest'ultima si riunisce in quattro
sessioni l'anno, ciascuna di circa una settimana. L'Assemblea
parlamentare può adottare tre diversi tipi di testi:
la raccomandazione, che contiene proposte indirizzate al
Consiglio dei ministri e la cui realizzazione è competenza
dei singoli governi (richiede la maggioranza di due terzi
dell'Assemblea); la risoluzione, che prende decisioni su
materie di propria competenza o esprime punti di vista che
hanno valore di indirizzo politico; l'opinione su questioni
poste dal Consiglio dei ministri, come l'ammissione di nuovi
membri, ma anche sulle bozze di convenzione, sul bilancio,
sulla realizzazione della Carta Sociale.
Il Timone, n. 47, Novembre 2005