La Ru-486 non è un simbolo di libertà femminile e di progresso
ROMA - Nel Congresso, che si è svolto a Roma il 13 e 14 ottobre scorsi, la
Federazione Internazionale degli Operatori di aborto e contraccezione
(Fiapac) ha lodato l'uso della pillola abortiva Ru-486 e ne ha raccomandato
l'utilizzo in Italia. Il Convegno sponsorizzato dalla Exelgyn, la ditta che
distribuisce la pillola abortiva in Europa, ha riacceso il dibattito su
quello che i sostenitori chiamano aborto chimico e che gli oppositori
definiscono la pillola di Erode. Sul tema ha destato scalpore e riscosso un
certo successo di pubblico il libro scritto da Assuntina Morresi ed Eugenia
Roccella con il titolo La favola dell'aborto facile. Miti e realtà della
pillola Ru-486 (Franco Angeli editore, pagine 176, Euro 17). In questo libro
le autrici denunciano la campagna ideologica indifferente alla salute delle
donne che ha diffuso, intorno alla Ru-486, il mito dell'aborto facile e
respingono l'idea che la pillola abortiva possa essere un simbolo di libertà
femminile e di progresso. Per approfondire il senso e la sostanza del
dibattito in corso, ZENIT ha intervistato Assuntina Morresi, professoressa
associata di Chimica Fisica all'Università di Perugia, già coautrice del
libro Contro il Cristianesimo - l'Onu e l'Unione Europea come nuova
ideologia (Piemme 2005).
Nonostante i tanti rischi che comporta, in Italia diversi consigli
regionali, in primis quello della Toscana, promuovono l'utilizzo della
pillola abortiva Ru-486. Com'è possibile?
Morresi: Non ci sono divieti all'uso della Ru-486 nel nostro Paese: in
Italia non si abortisce con la Ru-486 perché la casa farmaceutica che la
produce - la francese Exelgyn - non ne ha mai richiesto la
commercializzazione. La promozione di questa tecnica abortiva rischiosa, da
parte di alcune regioni, si spiega riconoscendo che è l'unico modo per
cambiare la legge italiana sull'aborto. Con l'aborto chimico l'espulsione
dell'embrione morto può avvenire in un periodo variabile da tre a
quindici-venti giorni: impossibile un ricovero così lungo in ospedale, come
invece prevede la legge 194. Una volta promossa la diffusione della pillola
abortiva, quindi, sarà necessario concedere alle donne la possibilità di
abortire a casa. Questo passaggio elimina di fatto tutta la fase di
prevenzione dell'aborto, che la 194 prevede: l'aborto viene assimilato a una
comune pratica medica, la donna se la sbriga a casa da sola, con la scatola
delle pasticche, gli antidolorifici, il foglietto delle istruzioni, e il
numero di telefono dell'ospedale più vicino.
Quelle regioni italiane che stanno cercando di diffondere la Ru-486 nel
territorio - cercando di spingere la casa farmaceutica a chiederne la
registrazione - approfittano della latitanza del Ministro della Salute Livia
Turco, la quale finora ha consentito ad ogni ospedale - anche all'interno
della stessa regione - di utilizzare la pillola abortiva con linee guida e
protocolli fai-da-te (per un farmaco non ancora registrato dall'ente
italiano apposito!). I dati della Regione toscana, per esempio, mostrano che
a Siena ed Empoli dal 15 al 30% delle donne che hanno usato la pillola sono
comunque poi dovute ricorrere all'aborto chirurgico: una percentuale di
fallimenti clinicamente inaccettabile. Nessuno ha fatto ancora chiarezza sul
caso della signora che, presa la Ru-486 a Siena, si è rivolta al pronto
soccorso del Policlinico Gemelli a Roma per emorragia (e poi si è dovuta
sottoporre a un intervento chirurgico). Non sappiamo ancora niente delle
altre regioni in cui si usa la Ru-486: come è possibile tutto questo?
Nel libro scritto insieme ad Eugenia Roccella sulla pillola abortiva Ru-486
lei solleva numerose ragioni, in base alle quali si dovrebbe evitare quello
che viene chiamato aborto facile. Può illustrarcene le più rilevanti?
Morresi: Essenzialmente l'impatto fisico e psicologico: l'aborto chimico è
lungo (da tre a quindici-venti giorni), doloroso (gli antidolorifici sono di
routine), con effetti collaterali pesanti e temporaneamente invalidanti
(crampi, vomito, nausea, diarrea, perdite di sangue maggiori in quantità e
durata rispetto a quelle per aborto chirurgico). Una volta assunta la prima
delle due pillole con cui si abortisce (la Ru-486, che fa morire l'embrione
in pancia; dopo 48 ore si assume la seconda, che fa espellere l'embrione
morto), la donna non sa quando, come, dove e se abortirà, per non parlare
dei tempi di svuotamento dell'utero, lunghi (in qualche studio hanno
superato i due mesi) e incerti. La donna deve controllare il sanguinamento
(se in due ore si usano più di quattro assorbenti da notte, bisogna andare
subito in ospedale) perché l'emorragia è la complicazione più ricorrente, e
quindi più della metà vede l'embrione abortito, con le conseguenze
psicologiche che possiamo immaginare. Ci sono poi le morti, misteriose e
non.
Recentemente l'Exelgyn, la casa farmaceutica francese produttrice della
pillola Ru-486, ha annunciato che sarebbe in procinto di chiedere all'AIFA
(Agenzia italiana del farmaco) la registrazione della pillola abortiva. Qual è il suo parere in proposito?
Morresi: La Exelgyn periodicamente annuncia la registrazione del farmaco in
Italia, senza mai farla. Eppure, come hanno dichiarato i rappresentanti dell'AIFA,
la procedura è semplice e breve. Il problema è che la pillola abortiva non è
un farmaco sicuro: ci sono effetti collaterali pesanti e complicazioni
gravi, non ultima la possibilità che nascano bambini malformati nel caso di
continuazione della gravidanza. E adesso anche le morti. Se l'opinione
pubblica è vigile e consapevole dei rischi di questa tecnica - come lo è in
Italia - è facile che casi gravi vengano alla luce (come già successo negli
USA), esponendo la casa produttrice a tutti i rischi connessi alle cause
legali, rovinose per una ditta che produce solo la Ru-486. Problemi seri nei
Paesi occidentali metterebbero a rischio soprattutto l'enorme mercato della
pillola abortiva nei Paesi in via di sviluppo. La Ru-486 è stata
commercializzata laddove c'è stato un appoggio esplicito dei governi, e si è
diffusa solo dove è stata promossa dalla politica, con leggi apposite.
Quante sono le donne morte in seguito all'utilizzo della Ru-486, e perché in
questo caso non si applica il principio di precauzione?
Morresi: Le donne morte in seguito all'utilizzo alla Ru-486 sono finora 12,
più due morte dopo la somministrazione solo del misoprostol, la seconda
pillola sempre associata alla Ru-486 (quella che permette l'espulsione dell'embrione).
Fra tutte, almeno cinque sono morte a seguito dell'infezione da Clostridium
Sordellii, rarissima e sempre mortale. La mortalità per aborto con Ru-486 è
almeno 10 volte superiore a quella per aborto chirurgico. Se si applicasse
il principio di precauzione si impedirebbe l'aborto chimico in tutto il
mondo, ammettendo che agenzie di controllo dei farmaci e Organizzazione
Mondiale della Sanità hanno promosso una metodica pericolosa. Può immaginare
con che conseguenze.
In Umbria, la Regione dove lei vive, l'amministrazione regionale ha intimato
ai farmacisti di vendere la pillola del giorno dopo, perché l'obiezione di
coscienza non sarà più consentita. Come valuta questa decisione?
Morresi: Innanzitutto a seguito della denuncia fatta ai media dal Forum
delle associazioni familiari dell'Umbria, la questione è di fatto bloccata.
L'iniziativa presa dà l'idea dell'arroganza con cui sono affrontate
usualmente certe tematiche nella nostra Regione.