Autore: Stefano Serafini
Fonte: www.effedieffe.com
Dispiace (ma non sorprende) che nell'interessante
inserto culturale della domenica de Il Sole 24 Ore, lo scorso
16 ottobre, abbia trovato spazio un articolo sciatto e volgare
dal titolo «All'antievoluzionista fate la prova dell'antibiotico»
di tale Roberto Casati.
Il testo consuona a una recente serie di iniziative, conferenze
e articoli di media nazionali, in gran parte tesi a contraddire
se stessi: cioè a negare che esista financo la questione
di un dibattito fra evoluzionismo e antievoluzionismo.
Ma allora perché mai tanto chiasso, addirittura l'ultima
copertina de Le Scienze dedicata all'antievoluzionisimo
(«I nuovi nemici di Darwin»), interviste alla
radio e in TV (Mizar, La Macchina del tempo), articoli di
giornali (Il Foglio, La Repubblica), incontri e conferenze?
E perché, ad esempio, riunire una serie di scienziati
evoluzionisti a
parlare sul tema «Chi ha paura di Darwin?» presso
un noto collegio? E perché mai normalizzare ampiamente,
nel corso del Novembre Stensoniano, insegnanti e studenti
sulla dottrina darwiniana, con una puntata nel pensiero
di Teilhard de Chardin (gesuita teo-evoluzionista implicato
nella truffa dell'uomo di Piltdown), gabellandola per una
serie di incontri su «Evoluzionismo e anti-evoluzionismo»?
Naturalmente, a nessuno di questi incontri è stato
invitato a parlare un solo rappresentante del pensiero critico
nei confronti della dottrina mainstream, fosse il primo
fra essi, il genetista Giuseppe Sermonti del quale è
stato appena tradotto in inglese il bestseller «Dimenticare
Darwin», o il paleoantropologo Roberto Fondi, o il
biologo Marcello Barbieri, o l'immunofarmacologo Giovanni
Monastra, per citare solo i più noti nomi italiani.
L'unica relativa eccezione alla compagine degli invitati
presso l'Istituto Stensen risulta l'epistemologo Evandro
Agazzi, il quale speriamo apporterà il contributo
di una goccia di dubbio a riguardo della «somma verità».
Sulla stessa linea, dunque, l'articolo di
Casati, il quale appunto sostiene: «ma c'è
davvero un tale dibattito? Nessuno lo pensa veramente, e
correttamente gli organizzatori del 'Festival delle Scienza'
di Genova non hanno dato spazio a una legittimazione che
sembra più un fatto mediatico...», ecc. Già,
legittimazione.
Lo sapevate voi, che per dibattere di qualcosa non contano
le competenze, i titoli accademici, la capacità di
ragionare, ma occorre essere «legittimati»?
A parte il fatto che la scorsa edizione del «Festival
delle Scienze» vide
l'astronoma Margherita Hack, con altri amici del CICAP,
fondare come se fosse la cosa più naturale (e scientifica)
del mondo un'associazione degli «scienziati atei e
agnostici», il cui organo di stampa s'intitolava:
«Darwin».
Verosimilmente la cosa non ha avuto un grande successo,
e quest'anno si è preferito non replicare.
Ma entriamo nello specifico del lavoro di
Casati il quale, dopo aver spiegato la necessità
del ciclo completo di cure antibiotiche, per non lasciare
nell'organismo ceppi di batteri resi più resistenti
da un trattamento interrotto, lancia una sfida a chi non
si sottomette alla fede in Darwin. Egli scrive: «se
non accetti la teoria dell'evoluzione per selezione naturale,
consiglia a tutti di non fare cicli completi di antibiotici,
e non farne tu stesso. Ma consiglialo veramente, in pubblico,
per iscritto, davanti a un notaio, davanti alle telecamere,
fallo mettere a verbale; senza
di che, non penso che tu creda veramente a quello che stai
dicendo, e il 'dibattito' non può nemmeno incominciare».
L'augurio, insomma, è che gli antievoluzionisti,
i quali non possono dibattere poiché il dibattito
non esiste, almeno muoiano di influenza.Mi domando: quella
di Casati, che presenta la progressiva distruzione dei
ceppi batterici ad opera dell'antibiotico come un esempio
della selezione naturale, è mera, crassa ignoranza,
o cattiva fede? E' ben noto infatti che la resistenza all'antibiotico
dei batteri non dipende da una mutazione genetica casuale,
come vorrebbe far credere l'articolista appigliandosi al
fatto che «le popolazioni in gioco sono enormi, e
tali modificazioni sono relativamente frequenti».
Ad esempio per la penicillina, il batterio diventa ad essa
resistente grazie alla produzione della penicillasi, un
enzima che la distrugge. Come potrebbe una variazione genetica
casuale trasformare senza falla il nostro batterio sotto
attacco sì da fargli produrre addirittura un nuovo
enzima, e così perfettamente specifico e ben funzionante?
La forza meravigliosa del caso, unita alle
decine di migliaia di generazioni batteriche semplicemente
non lo fa, perché non può e non ne ha bisogno.
La penicillasi infatti già c'è, bell'e pronta,
in alcuni individui sopravvissuti ai primi attacchi. Senza
scomodare geni, caso e necessità, il nostro antibiotico
ha incontrato una proprietà già presente nella
colonia. Non ha prodotto dunque nulla di nuovo (anzi, ha
eliminato molte altre proprietà della colonia insieme
agli individui cancellati), e mutazioni ed evoluzione c'entrano
come il due di picche.
In effetti la scoperta, nel 1986, dei cadaveri di alcuni
marinai conservati nel ghiaccio che aveva rappresentato
la fine sfortunata di una spedizione polare del 1845, rivelò
che i batteri presenti nel loro intestino erano già
resistenti ad antibiotici da prodursi un secolo dopo.
Ancora più interessante è osservare
da dove provenga al batterio resistente il suo mirabile
antidoto naturale: da altri batteri che ne dispongono.
Grazie a una vera e propria «infezione» da plasmidi,
cioè quelle particelle contenenti materiale ereditario
extracromosomico, che troviamo nel citoplasma di numerosi
batteri, e che gli ingegneri genetici utilizzano come
vettori di clonazione. Tra l'altro sarebbe questa una buona
ragione per evitare l'abuso odierno degli antibiotici nel
ciclo alimentare come nell'uso umano.E' come se a un certo
punto, sotto la valanga velenosa dell'antibiotico, la
colonia riprogrammasse la produzione delle proprie difese
naturali, «importandone» addirittura lo stampo
da altre popolazioni presenti nell'organismo ospite.
Già negli anni '70 era noto il plasmide denominato
RTF (Resistance Transfer Factor), capace di trasportare
contemporaneamente la resistenza a numerosi antibiotici
da una colonia batterica a un'altra.
Come ciò avvenga è fonte di stupore e oggetto
di ricerca. Ma non parlate di caso cieco, selezione onnipotente
e altre spiritose corbellerie.