Postato il Venerdì, 23 dicembre
Assalto all’America Latina Colombia e Brasile sono
il teatro di una guerra lanciata dalle lobby internazionali
per legalizzare l'aborto nel Continente. Vero obiettivo
è colpire la Chiesa Cattolica. Ecco con quale strategia
e chi sono i protagonisti… di Riccardo Cascioli. È
una guerra che infiamma tutta l'America Latina, e Colombia
e Brasile ne sono il teatro principale. Parliamo della guerra
lanciata dalle grandi multinazionali della contraccezione
e dell'aborto per rovesciare le legislazioni latino americane
che vietano o limitano l'aborto. Questo continente, a maggioranza
cattolica e l'unico dove l'interruzione di gravidanza sia
quasi ovunque proibita, è da molti anni nel mirino
delle lobby abortiste che fanno capo al Fondo delle Nazioni
Unite per la Popolazione (UNFPA), ma l'offensiva è
ora ad un punto cruciale e nel giro di pochi mesi la situazione
si potrebbe rovesciare.
La Colombia è al momento il punto più caldo:
entro dicembre è prevista la sentenza della Corte
Costituzionale che deve decidere sul ricorso presentato
l'aprile scorso da un giovane avvocato, Monica Roa, secondo
cui il
divieto totale di aborto sarebbe incostituzionale e violerebbe
i trattati internazionali cui il Paese ha aderito.
La Colombia è tra i pochissimi Paesi dove è
vietata ogni forma di aborto, e Monica Roa chiede che sia
legalizzato almeno nei casi di stupro, di rischi per la
salute e la vita della madre, di grave malformazione del
feto.
La cosa
più interessante è però la dimensione
internazionale che ha preso la vicenda, a dimostrazione
di quanto alta sia la posta in gioco. Monica Roa lavora
per la Women's Link Worldwide, gruppo internazionale femminista
che lotta per il riconoscimento del diritto all'aborto,
finanziato tra gli altri dalla Fondazione Ford, dall'Open
Society Institute del finanziere George Soros, dalla Fondazione
Libra e dalla Fondazione Wallace Alexander Gerbode.
La Colombia è uno dei sei Paesi interessati dal progetto
della Women's Link denominato Gender Justice (Giustizia
di genere), che si propone di cambiare la società
attraverso la magistratura, ovvero ricorrendo alle singole
Corti Supreme o Costituzionali dopo che esperti avvocati
hanno studiato dei casi legali ad hoc (per la cronaca gli
altri Paesi interessati dal progetto, oltre alla Colombia,
sono Spagna, Polonia, Sudafrica, Thailandìa e Australia).
Women's Link ovviamente lavora in concerto con le altre
potenti organizzazioni internazionali del ramo, e allora
non sorprende che nelle ultime settimane il presidente della
Corte Costituzionale colombiana, giudice Alvaro Tofur, sia
stato sommerso da lettere, documenti, prese di posizione
di organizzazioni abortiste nonché di scuole di diritto
internazionale come quelle di Yale e Harward. Tra i gruppi
che stanno facendo pressione sui giudici colombiani vale
la pena segnalare l'International Planned Parenthood Federation
(IPPF, principale partner del Fondo ONU per la Popolazione),
i soliti Catholics For a Free Choice (CFFC, Cattolici per
la libera scelta, che
giocano un ruolo chiave per portare confusione in Paesi
a maggioranza cattolica) e addirittura la Swedish Association
for Sexuality Education (Associazione svedese per l'educazione
alla sessualità).
I punti essenziali su cui insistono costoro sono il "diritto
alla vita", nel caso della donna messo in questione
dall'aborto clandestino che si presume essere la terza causa
di mortalità materna, il "diritto alla salute"
della donna, anche qui messo a rischio dagli "aborti
insicuri", e il diritto all'uguaglianza di genere (la
penalizzazione dell'aborto sarebbe una forma di discriminazione).
Per quanto poi riguarda i CFFC, la strategia è sempre
la solita, ovvero presentare pseudo-teologi che sostengono
che si può essere ottimi cattolici disobbedendo al
Magistero in nome del primato della coscienza individuale,
presentato come vero fondamento della fede cattolica.
Come non bastasse, a dare man forte allo schieramento per
l'aborto in Colombia è sceso in campo anche il settimanale
britannico The Economist (numero del 27 ottobre), espressione
della grande finanza che ha nella City londinese la sua
capitale. Contro questo schieramento cosa potrà mai
la volontà del popolo colombiano, in maggioranza
contrario alla legalizzazione dell'aborto, tanto che sono
state presentate alla Corte Costituzionale due milioni di
firme per contrastare le richieste di Monica Roa? Contemporaneamente
in Brasile si sta combattendo una battaglia analoga, con
il governo del presidente Lula che ha impresso un'accelerazione
improvvisa a un processo già in corso da anni. Basti
pensare che già nel 1991 il deputato Eduardo Jorge
presentò un progetto di legge (no. 1135) che intendeva
abrogare l'articolo 124 del Codice Penale, dove si afferma
che l'aborto è un delitto.
Ebbene quel progetto non era mai stato discusso, al pari
di tanti altri presentati successivamente. Ma a fine settembre,
improvvisamente è stato messo in calendario alla
Commissione parlamentare sulla Sicurezza Sociale un testo
sostitutivo del progetto del 1991, che non solo depenalizza
l'aborto, malo rende possibile su richiesta e senza alcun
tipo di limitazione (neanche temporale). Il testo peraltro
è stato redatto da una Commissione istituita dal
governo e da cui sono stati esclusi tutti gli esperti "non
allineati". In Brasile la legge già ammette
oggi la legittimità
dell'aborto, sebbene circoscritto ai casi di stupro e di
grave rischio per la salute della donna, ma in luglio il
ministero della Sanità aveva già approvato
le norme attuative di questa legge, che impongono al medico
di credere alla parola della donna "stuprata",
impediscono l'obiezione di coscienza dei medici e li obbligano
a praticare l'aborto fino al 5° mese di gravidanza.
Se passasse la nuova legge, verrebbe esplicitamente sancito
il diritto all'aborto, possibile addirittura fino al nono
mese nei casi di grave malattia del bambino.
Realisticamente è difficile che questa legge possa
essere approvata in questa occasione, ma il primo obiettivo
dei proponenti è quello di aprire un "dibattito"
nel Paese.
Anche qui pensare che si tratti di un fatto esclusivamente
interno è pura ingenuità. Le solite Fondazioni
(Rockefeller, Ford, MacArthur) e l'International Women's
Health Coalition tanto per citarne alcune lavorano sodo
per promuovere l'aborto: si calcola che tutte insieme investano
qualcosa come 20 milioni di dollari l'anno per sostenere
le attività di oltre 200 organizzazioni non governative
che hanno come primo obiettivo la promozione dell'aborto.
"Conquistare" l'America Latina significherebbe
per questi gruppi assestare un duro colpo alla Chiesa cattolica,
rimasta l'unico vero ostacolo sulla strada della riduzione
dell'uomo a puro oggetto.
Riccardo Cascioli – Il Timone –
nº 49 – Dicembre 2005