Siro Mazza
11/02/2006
Bertinotti mente e sa di farlo, nel momento in cui sostiene,
davanti alle proteste dei suoi alleati e ai predicozzi di
Ciampi, che «la massa è incontrollabile»,
e che lui non può farci niente, rispetto alle «spontanee
azioni dal basso del movimento».
Leader di un partito che conta fra le sue file un’ala
«trotskista», sa fin troppo bene che l’azione
rivoluzionaria non emerge spontaneamente, come i fiori di
un campo, ma è sempre dovuta alla strategia di una
minoranza attiva, che la pianifica, la organizza e la fa
esplodere.
Fu Curzio Malaparte, nel suo lucido (e ancora attuale) saggio
sulle «tecniche del colpo di Stato» a descrivere
in questi termini la rivoluzione bolscevica, non rivolta
di un popolo, ma azione di un nucleo ideologizzato e militarizzato,
dietro a cui le masse russe non fecero che accodarsi.
La storia offre esempi a iosa, in tal senso: dai club giacobini
e dalle logge massoniche che innescarono la rivoluzione
francese, fino all’odierna politica estera americana,
frutto della lobby neocon, non a caso formata, in massima
parte, da ex(?)-trotskisti di origini ebraiche, come il
loro ispiratore.
Per passare, ovviamente, al «sacco di Genova»
del 2001, più volte evocato, in questi giorni, come
pericoloso antecedente rispetto a quanto potrebbe succedere
nella Torino delle Olimpiadi invernali.
Chi scrive queste righe fu testimone diretto,
come inviato, di quelle terribili giornate, e ne conosce
i retroscena.
E in un libro-inchiesta del 2002 dimostrò, dati alla
mano, la «eterodirezione» del movimento no-global
e della galassia dei centri sociali - le stesse frange che,
come ha denunciato il ministro Pisanu, guidano ed egemonizzano
le «proteste no-Tav» - rispetto a ben identificabili
centri di potere nazionali ed esteri.
Si tratta dei partiti della sinistra - parte elettoralmente
e politicamente fondamentale, va ricordato, dell’Unione
prodiana -, ma altresì di agenzie mediatico-culturali,
gruppi intellettuali, e, a livello internazionale, ONG e
persino entità finanziarie, che usano lo «spontaneismo
antiglobalista» per i loro interessi.
Chi ci dice, infatti, che a qualcuno l’arretratezza
infrastrutturale italiana non faccia maledettamente comodo?
Si avvererebbe così, ancora una volta, l’acuto
aforisma di Spengler: «la sinistra fa sempre il gioco
del grande capitale, talvolta persino senza saperlo»!
Ora, il problema è sì di ordine
pubblico, ma innanzitutto e essenzialmente di ordine politico
e istituzionale.
L’alibi infantile dietro cui si trincera il subcomandante
Fausto («sono ragazzi!… », direbbero a
«Striscia la notizia», il più serio e
credibile programma di informazione italiano) rivela la
sua futura strategia, nella malaugurata ipotesi di vittoria
elettorale del centrosinistra.
Occupazione di posti istituzionali e contemporaneo appoggio
alle «proteste dal basso»; zapaterizzazione
a colpi di maggioranza, a livello parlamentare, agli ordini
di Guadagno, alias Luxuria, Vladimiro (un nome russo, per
ironia della sorte: vi immaginate cosa ne avrebbe fatto
il compagno Stalin, di tipi simili?!) e simultanee «azioni
dirette» di gruppuscoli violenti ed eversivi, agli
ordini dell’onorevole (sic!) Caruso.
Ciò, è evidente, rappresenterebbe un grave
vulnus rispetto al già traballante e squalificato
ordinamento democratico e costituzionale; un capovolgimento
dei meccanismi istituzionali su cui si fonda la malandata
Repubblica, un pericolosissimo preambolo a ulteriori derive
sovversive: ipotizzate la Protezione civile sostituita da
un corpo di «milizia proletaria» formata da
autonomi e no-global…
La speranza, allora, non va certo riposta in quegli ultimi
arnesi del catto-progressismo che squittiscono tenui proteste
buoniste, ma già pregustano i frutti della spartizione
unionista, bensì in un moto di togliattiano orgoglio
da parte dei legittimi eredi del PCI, affinché, secondo
una lunga tradizione «stabilizzatrice», riducano
i neo-trotskisti alla ragione.
Se vogliono, possono farlo benissimo: a Firenze, nell’autunno
del 2002, nonostante gli allarmi dei media e degli ottusi
politici di centrodestra, la radunata del Global Forum (che
l’anno prima aveva distrutto Genova) scorse liscia
come l’olio, sotto il ferreo controllo del servizio
d’ordine della CGIL e per l’orgoglio «istituzionale»
del governatore Martini…
Siro Mazza
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