Paolo Zanotto
20/11/2005
 |
Una ricostruzione
dell'uccello Archeoptèrix esposto all'Oxford
University Museum |
Una ricostruzione dell'uccello Archeoptèrix
esposto all'Oxford University Museum
Nel novembre del 1859 il celebre naturalista inglese Charles
Robert Darwin (1809 - 1882) pubblicava a Londra «The
Origins of the Species by Means of Natural Selection»,
ovvero «L'origine delle specie per selezione naturale»,
opera nella quale esponeva per la prima volta la sua teoria
sull'evoluzione.
In base ad essa, le specie si sarebbero trasformate progressivamente
nel corso delle ere, soprattutto nell'intento di adattarsi
ai cambiamenti del proprio ambiente naturale ed evitare,
così, il rischio di estinzione.
Ma la scottante questione sull'origine animale dell'uomo
non veniva affrontata.
Tuttavia, nel 1868 seguiva «La variazione degli animali
e delle piante allo stato domestico»; nel 1871 sarebbe
uscita un'altra opera, intitolata «La discendenza
dell'uomo e la selezione sessuale», in cui Darwin
indicava l'Africa quale culla dell'umanità, preconizzando
inoltre lo sterminio delle «razze selvagge della terra»
da parte delle «razze umane civilizzate».
Infine, l'ultimo lavoro notevole del positivista inglese
fu il libro su «L'espressione delle emozioni nell'uomo
e negli animali», apparso nel 1872.
Sensazionali successi editoriali.
L'«agnostico» Darwin (tanto amato
da Karl Marx proprio perché aveva inferto a Dio «un
colpo mortale») poneva, in tal modo, le fondamenta
per affrancare dalla natura divina la nascita di tutte
le creature viventi, proponendo una tesi «casuale»,
costituita dall'intervento di mutevoli condizioni climatiche,
di habitat e di relativi bisogni crescenti, i quali avrebbero
condizionato quelle specie viventi che si sarebbero dimostrate
capaci di mutare insieme a tali elementi e, quindi, di vincere
la lotta per la sopravvivenza.
L'oscuro naturalista di Down portava a termine, in tal modo,
il compito che gli era stato assegnato. Così, almeno,
afferma Giuseppe Sermonti, icona dell' «anti-evoluzionismo
scientifico» e - più in generale - della riflessione
critica sulla scienza moderna fin da quando, nel 1971, pubblicò
per l'editore Rusconi il saggio controcorrente intitolato
«Il crepuscolo dello scientismo».
Stando infatti al resoconto del noto genetista,
alcuni personaggi avrebbero precedentemente ingaggiato Darwin
con lo scopo di elaborare una teoria materialista sull'origine
della vita, assicurandogli notevole fama ed un rapido successo
editoriale.
Si sarebbe trattato di individui che agivano per conto di
un fantomatico Club X, costituitosi ufficialmente a Londra
nel 1864.
Tale associazione pare fosse solita riunirsi prima dei meeting
della Royal Society per discutere gli indirizzi politico-culturali
e mediatici che avrebbe dovuto imboccare la società
inglese.
La prima edizione de «L'origine delle specie»
si esaurì in un solo giorno.
Dopo un iniziale scherno piuttosto generalizzato da parte
dell'opinione pubblica, in soli dieci anni Darwin si aggiudicò
il consenso dell'ortodossia scientifica del tempo: il Club
X aveva raggiunto il proprio obiettivo e mantenuto le sue
promesse.
I turbamenti di un naturalista.
Per secoli, o millenni, nessuno aveva mai notato quelle
prove schiaccianti, anche se teoricamente le avrebbe avute
proprio lì: sotto agli occhi.
Poi, d'un tratto, tutte quelle «verità segrete»
sarebbero state finalmente «esposte in evidenza»,
e dalla zolla sarebbero emerse le risposte che da tempo
si attendevano.
Sarebbero, cioè, venuti alla luce i resti di una
realtà ancestrale per troppo tempo occultata e rimossa
mentalmente.
Le prove su cui tali riletture della storia umana si sarebbero
fondate sarebbero consistite, peraltro, in alcuni resti
fossili che avrebbero costituito gli anelli di congiunzione
di una catena virtuale, la quale ci avrebbe condotto, in
linea retta, dagli esemplari più primitivi del genere
dei primati fino all'uomo.
Vano il domandarsi come mai - se tali teorie sono realmente
attendibili - a parità di latitudine, condizioni
climatiche ed ambientali, e via discorrendo, è possibile
trovare «evoluti» esemplari di Homo sapiens
sapiens accanto a babbuini e scimpanzé, ma in circolazione
non s'incontra un Australopiteco neppure a pagarlo oro.
Come è stato autorevolmente osservato,
l'estrema rarità delle forme intermedie, anche nella
documentazione fossile, continua a rivestire una sorta di
«segreto di casta» della Paleontologia. Inutile
cercare la ragione dell'estinzione degli esemplari delle
fasi intermedie; superfluo più che altro, giacché
l'incontestabilità del dogma darwinista è
contenuta in quei pochissimi resti fossili a cui si accennava.
Talmente rari da tormentare perfino lo stesso Darwin.
Molto meno turbati appaiono, invece, i suoi più tardi
epigoni ed emulatori di ogni categoria.
Tutti presi dal contendersi a vicenda la palma dell'ortodossia
piuttosto che quella dell'originalità, producendo
semplici varianti sul tema, sfugge ai loro occhi la beffa
dell'artista (così come sfuggì quella delle
false teste di Amedeo Modigliani ad affermati critici d'arte),
giacché, se la principale occupazione è quella
di dividersi in mille rivoli, di fronte alla necessità
di difendere il contestato cardine dogmatico le truppe sparpagliate
riacquistano la monolitica compattezza d'una testudo romana.
L'«uomo scimmia» fai –
da – te.
D'altronde, come dubitare di fronte ad un Eoanthropus Dawsoni,
meglio conosciuto come «Uomo di Piltdown», che
deteneva tutte le caratteristiche necessarie per rappresentare
il classico caso da manuale.
Due crani con caratteri marcatamente primitivi, una mandibola
nettamente scimmiesca, un canino ed un molare vennero portati
in superficie fra il 1909 ed il 1915.
Nel frattempo, esso fu valutato positivamente da alcuni
supposti specialisti e, pertanto, inserito quale dato certo
ed acquisito in numerose pubblicazioni di prestigio, come
ad esempio la famosa Enciclopedia Treccani dove veniva ampiamente
descritto.
Purtroppo, però, dopo quasi quarant'anni dal ritrovamento
dei frammenti presso l'omonima località del Sussex
orientale, nel 1953 venne dimostrato da una commissione
di scienziati che si trattava di una bufala clamorosa.
Se qualcuno fosse tentato di pensare ad un errore di quest'ultima
équipe di studiosi, se lo levi dalla testa: il falsario
ha già confessato tutto.
Anche la Treccani si è vista costretta a rettificare
definitivamente alla pagina 351 della terza appendice (1949
- 1960), spiegando come il famoso reperto di Piltdown altro
non fosse se non il «prodotto di una mistificazione».
Il cranio era, infatti, un fossile umano di epoca neolitica
(quindi, relativamente recente); la mandibola era appartenuta
ad un giovane orango, morto pochi anni prima, a cui erano
stati limati i denti per farli sembrare umani; anche il
canino era stato limato, al fine di applicarlo alla mandibola;
il pomello di articolazione (condilo) era stato spezzato
di fresco nell'intento di adattare la mandibola al cranio.
Il tutto era stato, poi, usurato artificialmente e colorato
chimicamente per simulare l'effetto del tempo.
Cannibali dagli occhi… ad amigdala.
Un altro caso palese di interpretazione abusiva è
rappresentato dal cosiddetto «Sinantropo» od
Homo pekinensis.
Unicamente per il fatto che le rimanenze ossee di tale scimmia
- fino ad allora totalmente ignota agli zoologi - furono
ritrovati insieme ai residui di utensili e focolari preistorici,
si volle automaticamente dedurne che si trattasse delle
spoglie del loro artefice, ovvero di un essere umano, sebbene
i resti dello scheletro in questione si trovassero chiaramente
mischiati a quelli di animali da preda.
Il cranio, inoltre, presentava le medesime perforazioni
osservate in casi analoghi, dove l'espediente si era reso
necessario allo scopo di prelevarne il gustoso cerebro.
Così, pur di non dover concludere la cosa più
ovvia, cioè che il ritrovamento altro non riguardava
che una preda di uomini preistorici, gli scienziati annunciarono
che i cosiddetti Homines pekinenses si erano divorati a
vicenda!
Quell'anello mancante fra rettili ed uccelli.
Da circa sei anni sull'autorevolissima «Boston Review»
del Massachusetts Institute of Technology (MIT) infuriava
una polemica assolutamente devastante per la dottrina darwinista
quando, improvvisamente, sul numero apparso nel novembre
1999, la rivista «National Geographic» pubblicò
in pompa magna la foto di una lastra minerale nella quale
si vedeva impressa l'immagine di un teropode pennuto.
«È la prova che gli uccelli si sono evoluti
da questi antichi rettili», esultava troppo frettolosamente
il biologo Barry A. Palevitz nell'articolo dal tono sensazionalistico
che accompagnava la presunta scoperta.
Il rettile piumato ridava così smalto nuovo alla
logora teoria evoluzionista.
Il darwinismo, infatti, è talmente in declino oltreoceano,
che in numerosi Stati dell'Unione si è perfino chiesto
ed ottenuto che il suo insegnamento venga soppresso dalle
scuole o, perlomeno, presentato come semplice ipotesi in
alternativa ad altre, di cui si deve dare notizia allo stesso
modo. Per rendersi conto delle enormi difficoltà
che la «teoria della scimmia» sta attraversando
in ambiente scientifico basta fare un rapido giro in internet
e constatare quanti siti ospitino tesi critiche, inserendo
in un qualunque motore di ricerca parole-chiave come «creazionismo».
L'uccellosauro ed altre bestialità.
Adesso, però, quei fondamentalisti irrazionali, che
credevano ancora cocciutamente alla favola della «creazione»,
avrebbero dovuto fare marcia indietro: era stato finalmente
scoperto l'«uccellosauro».
Acquisito il posto che gli spettava nello schema darwiniano
di discendenze, allo snodo evolutivo fra rettili ed uccelli,
esso venne battezzato con un'altisonante denominazione in
latino, come d'uopo: Archaeoraptor liaoningensis.
Di lì a poco, tuttavia, si sarebbe amaramente appurato
che il supposto fossile altro non era se non l'ennesimo
falso, composto da due differenti resti (di un uccello e
di un sauro) incollati assieme, con abilità asiatica,
per opera dei poverissimi contadini cinesi che vivono nella
provincia di Liaoning, i quali sfruttano e vendono sul mercato
nero i fossili di un ricco giacimento locale: più
che una bestia, una vera e propria «bestialità».
Il falso composto era stato offerto al titolare di un piccolo
museo privato nello Utah durante una fiera di trouvailles
paleontologiche, tenutasi nel febbraio del 1999 nello Stato
dell'Arizona, presso la città di Tucson.
È quanto racconta Maurizio Blondet in una dei suoi
libri, «L'uccellosauro ed altri animali (la catastrofe
del darwinismo)», in cui si fa il punto sugli ultimi
sviluppi del dibattito scientifico relativo alle opposte
visioni della natural selection e dell'intelligent design.
Illusionismi e prestidigitazioni.
Già in precedenza si era cercata questa tanto sospirata
prova della discendenza degli uccelli dai rettili preistorici.
Del resto, la teoria darwinista parlava chiaro: tutte le
forme viventi della terra avevano subito evoluzioni clamorose,
adattandosi all'ambiente circostante.
Da qualche parte sarebbero pur dovuti saltare fuori anche
gli elementi che confermavano la veridicità di quelle
stravaganti idee.
In realtà, già nel lontano 1957, lo studioso
americano Douglas Dewar osservò, nel suo libro «The
Transformist Illusion», che tutta la teoria sulla
graduale evoluzione delle specie, facente capo a Darwin,
si fondava su di una madornale confusione tra «specie»
e «subspecie».
A suo avviso, le singole specie non soltanto sarebbero fra
loro separate da differenze abissali, ma non esisterebbero
neppure forme che accennino ad una qualche possibile connessione
tra i diversi ordini di esseri viventi, come i pesci, i
rettili, gli uccelli e i mammiferi.
Non era immaginabile, nella maniera più assoluta,
che l'uno sarebbe potuto nascere dall'altro.
Anche il celebre fossile denominato Archaeoptèryx,
frequentemente addotto quale esempio di membro intermedio
fra un rettile ed un uccello, era in realtà un autentico
rappresentante di quest'ultima categoria animale, nonostante
alcune singolari caratteristiche - come le unghie al termine
delle ali, i denti nelle mascelle e la lunga coda con le
piume diramate - potessero comprensibilmente fuorviare,
a prima vista.
Come recitava, infatti, il numero apparso nel marzo 1996
dello stesso «Journal of Vertebrate Paleontology»,
«le caratteristiche ornitologiche del cranio dimostrano
che l'archeoptèrix è un uccello piuttosto
che un archeosauro piumato non adatto al volo».
La complessità delle forme di vita
«semplici».
Gli studiosi moderni più seri e scrupolosi, ormai,
rigettano completamente la tesi dell'evoluzione della specie,
o si limitano a mantenerla in maniera provvisoria esclusivamente
quale mera «ipotesi di lavoro».
Le più recenti scoperte in materia di Paleontologia,
Sedimentologia, Chimica, Biologia molecolare e Genetica
hanno smontato, pezzo per pezzo, il castello di carta su
cui si fondava la favola dell'evoluzionismo darwinista.
Del resto, non solo tutte le forme animali conosciute avrebbero
avuto origine, quasi contemporaneamente, durante il periodo
dell'«esplosione cambriana», ma le ricerche
più recenti hanno dimostrato l'incredibile complessità
anche di quegli organismi che i vari Piero Angela si ostinano
a definire «semplici».
La microscopia elettronica ha infatti messo in risalto come
i processi che si svolgono all'interno dell'essere monocellulare
siano di una molteplicità inimmaginabile.
Inoltre, come ebbe a riconoscere, già nel 1977, perfino
lo stesso professor Stephen Jay Gould, docente di geologia
e zoologia presso la prestigiosa Harvard University, nonché
darwinista eterodosso e marxista dichiarato, «le testimonianze
fossili non supportano in alcun modo il cambiamento graduale».
Sulla stessa linea, il geologo David Schindel, professore
all'Università di Yale, il quale, in un articolo
apparso nel 1982 sulla rivista «Nature», rivelò
che l'ipotizzata graduale «transizione dai presunti
antenati ai discendenti […] non esisteva».
Fantascienza e divulgazione mediatica.
Avviandosi verso le conclusioni, occorre dire che è
davvero avvilente il dover constatare come le teorie più
obsolete siano quelle che maggiormente trovano spazio nell'universo
mediatico.
L'ultimo esempio di tale genere è rappresentato da
una trasmissione televisiva, Solaris, che non si accontenta
più di ricostruire in maniera del tutto fittizia
il mondo come sarebbe stato milioni di anni fa, ma arriva
addirittura a propinare, con fervida fantasia ed invidiabile
sicumera, come apparirà quello futuro.
Fra migliaia di anni, pontifica Solaris, il pianeta si presenterà
ormai completamente cambiato e, per la legge dell'evoluzione,
anche la fauna si sarà adattata alle nuove condizioni
climatiche ed ambientali.
In circolazione non si troveranno più cani e gatti,
ma «sonaglini», «babbuleoni» e «struzzi
assassini», che mangeranno così, braccheranno
le loro prede in questo modo e si difenderanno in quest'altro
modo ancora…
Chiusa la parentesi, che si commenta da sola.
Una via di non ritorno?
In definitiva, si può affermare che - alla prova
dei fatti - la teoria darwiniana si è rivelata un
semplice prodotto della propria epoca. L'inglese vittoriano
si sentiva intimamente superiore al resto del mondo e il
darwinismo sembrò fornire una sanzione scientifica
a tale convincimento.
La vicenda del Club X ed il simultaneo sviluppo di un insidioso
«darwinismo sociale» sul piano filosofico-politico
la dicono lunga sulla reale valenza di quella «selezione
naturale» contemplata nell'evoluzionismo.
Una volta acquisita questa teoria da parte della comunità
scientifica, si è imboccata una pericolosa via che
gli attuali studiosi temono di abbandonare poiché,
forse, ritengono che ciò equivarrebbe, di fatto,
a decretare un fallimento di cui potrebbe risentire tutta
la classe degli scienziati
contemporanei.
Se così fosse, si tratterebbe di un fatto gravissimo,
poiché darebbe conto della debolezza - camuffata
sotto all'arroganza - da cui la comunità scientifica
è affetta oggigiorno.
Diversamente, si attendono spiegazioni plausibili sul perché
non si sia ancora avviato un dibattito serio ed approfondito
anche in Italia e per quale strana ragione ci si ostini
a presentare un semplice mito come verità acquisita.
Perché la teoria di Darwin altro non è che
un mito, il quale - come tutti i miti - tenta di soddisfare
al bisogno di rispondere ad alcuni dei quesiti fondamentali
che, sin dalla notte dei tempi, tormentano l'uomo: «chi
siamo?», «da dove veniamo?».
Davvero arduo appare il fornire una spiegazione convincente
con le sole armi della ragione; schiere di filosofi ci hanno
provato, fallendo ogni volta miseramente.
Charles Darwin fu uno di loro.
Paolo Zanotto