A) Tra i pontifici un eroica infermiera inglese, Caterina Stone.
“… In quel primo giorno avemmo parecchie visite illustri, che poi si rinnovarono spesso. Prima di tutto quella di due signore accompagnate da un prelato. L’una era una donna di bella fattura, di piacevole aspetto e gentile di modi. Era la signora Kanzler, moglie del generale Ministro delle armi. L’altra era una signora bionda con occhi bigi e lineamenti da maschio. Non era bella; portava un abbigliamento strano che non era né da ragazza, né da matrona, ma un che di mezzo fra la monaca, l’amazzone e la zingara. In capo un baschetto nero all’ungherese, inforcato da una piuma alla cacciatora, col velo ripiegato all’intorno, e tenuto da un enorme fermaglio d’argento rappresentante la medaglia di San Pietro (una croce capovolta). In tutto il resto dell’abbigliamento nessun gingillo, nemmeno i pendenti; corpetto e sottana tutta nera, e questa molto succinta, il che colle mode d’allora produceva un effetto strano. Parlava bene il francese, ma il biondo della sua capigliatura e la tinta pallida, le mosse originai, la spigliatezza indipendente del tratto l’accusavano inglese.
Seppi poi che era la signora Stone, una fanatica del sanfedismo, portata a cielo dai giornali clericali per il suo zelo e coraggio da vandeana, che aveva nulla da invidiare a quello dei soldati e dei sbirri.
Durante la campagna insurrezionale dell’agro romano, aveva sempre trovato tempo e modo di frequentare chiese, ospedali e carceri, di recarsi più volte ala campo dei pontifici per curare i feriti, e di passare poi a quello dei garibaldini, di giorno e di notte, affrontando sentinelle per riscattare prigionieri. Una volta corse il rischio di essere presa a fucilata; fu fatta prigioniera e condotta al generale Garibaldi col quale desiderava abboccasi.
Il prelato – prosegue l’autore – era un vero gentlemen inglese in veste talare, si chiamava Edmund Stonor. Non mancò un giorno di venire a visitarci. Parlava bene l’italiano, benché con accento straniero, pacato, senza mai d’alterare d’un punto la voce e con grande compostezza e parsimonia di gesti. Per qualunque servigio era con noi cortesissimo e molto si adoperò in favor nostro. Quieto, gentile, moderato, era un vero cavaliere di modi e di aspetto. Non ebbe mai una parola di rimprovero per noi, non una recriminazione”.
(Da: Villa Gloria, ricordi ed aneddoti dell’autunno 1867 di uno dei superstiti, di Vittorio Pio Ferrari, volontario garibaldino, Società Dante Alighieri, Roma 1899).
… “Si installano le Suore della Carità, così pure la signora Stone, coraggiosa inglese, già conosciuta per i servizi che aveva reso andando a reclamare un prigioniero a Menotti Garibaldi … La signora Caterina Stone, che aveva passato la notte presso l’ambulanza del professor Ceccarelli (capo dei servizi di chirurgia), al mattino era ritornata da noi …” (Une ambulance à la bataille de Mentana, di Charles Ozaman, Parigi 1868).
Questo ultimo accenno si riferisce alla battaglia di Mentana, mentre l’iniziativa di reclamare alcuni prigionieri feriti (e non uno come afferma Ozanam) al campo di Menotti, ci da più diffuse notizie il Padre Giuseppe Franco in un’opera apologetica sulla campagna del 1867, ricca peraltro di numerose notizie (I Crociati di San Pietro, La Civiltà Cattolica, 1869-1870). (…)
L’accoglienza alla Stone nel campo garibaldino non fu corretta, secondo l’autore da parte di Menotti, che egli non esita ad accusare di villania, mentre fu assai cortese da parte di Ricciotti, che si mise a disposizione della dama accompagnandola presso i feriti prigionieri. Ricciotti inoltre parlava correttamente l’inglese, e questo facilitava naturalmente i rapporti con al signora Stone, e non mancò di creare far i due una atmosfera di simpatia.
I prigionieri erano gravemente feriti, anzi agonizzati, e giacevano alla rinfusa su mucchi di letame. Si trattava del volontario inglese Collingridge e di tre olandesi pure volontari: Enrico Scholten, Enrico Bakker e Guglielmo Van Hulst. Ricciotti si preoccupò anche dell’assistenza religiosa ai morenti, che furono dietro la sua parola scortati fino alle linee pontificie. (…)
L’incontro della Signora Stone con i feriti è raccontato dal Franco in forma drammatica: “… all’aprirsi della porta, una vampa calda e infetta ventò in viso dei visitatori. Ricciotti si ritrasse un passo indietro a rifiatare. Quattro zuavi e tre garibaldini giacevano sul terreno, tutto fango e pozze di letame (la capanna aveva servito di stallaggio), raccolti appena dalle brevi coltricette, intrise di acqua piovana, di sudore, sangue, tabe.
- Alfredo Collingridge! Dimandò forte la signora Stone. Ed ecco agitarsi sul tristo giaciglio uno degli infermi, e levata un tratto la testa rispondere fioco: “In nome di Dio, chi è? La dama si accostò, e disse: “Vengo a nome del nostro colonnello, ma non posso parlarvi liberamente, perché Ricciotti capisce l’inglese. No, rispose il Collingridge, parlate con sicurtà. Ricciotti non ci maltratta: ci ha fatto distribuire dieci lire a testa, ma sono i contadini che ci hanno condotto qua dentro, zuavi e garibaldini a un modo stesso… qui non possiamo essere medicati né amputati. Non lungi dal Collingridge erano distesi tre olandesi, Enrcio Scholten, Enrico Bakker e Guglielmo Van Hulst.
Ricciotti alla vista di si atroci patiteti immedicabili, restò, come ciascun altro, conquiso di orrore, gli morì nel labbro ogni tergiversazione, e compiacque tutte le pietose richieste dell’infermiera pontificia, consentì si trasportassero i zuavi all’ospedale di Santo Spirito; diede parola che accoglierebbe dietro la sua fede un sacerdote, se venisse inviato da Roma ad assistere i morenti, e dovendo le bande sloggiare da Nerola, lascerebbe ordine al comandante del presidio, per sicurezza degli invitati, sia per la consegna dell’ambulanza: promise anzi di far ricerca di un sacerdote dai paesi circonvicini (giacchè da Neroli erano fuggiti) per confortare il Collingridge, ove questi pericolasse della vita.
Chiedeva in compenso alla Stone, che volesse avere per strettamente comandati alla sua carità i prigionieri garibaldini accumulati in Roma e i loto infermi; per giunta le fece la carta d’ingresso per altri campi garibaldini. Aggiungiamo a giusta laude del Ricciotti, che egli tenne lealmente le sue promesse; e a noi fu comunicato, per privata cortesia, un telegramma del Charette al colonnello degli zuavi Allet, dato il dì seguente, quando la Stone era già lungi da Nerola, così ,concepito: “Trovate un prete per feriti di Nerola. Riccotti Garibaldi lo dimanda. Non sarà maltrattato”.
(Da: Roberto di Nolli, Mentana, Bardi Editore, Roma 1965, pagg. 90 e seguenti).
B) Tra i garibaldini la fondatrice della Società Teosofica, Elena Petrovna Blavatsky.
… Nel campo avverso tra le figure singolari di “volontari stranieri” che seguivano Garibaldi in questa campagna, è da segnalare la presenza Elena Petrovna Blavatsky, che ebbe in seguito vasta notorietà per essere a fondatrice della Theosophical Society.
Figura irrequieta e bizzarra la Blavatsky. Figlia di un ufficiale russo di origine germanica e di una principessa Dolgorouki, dopo il suo matrimonio durato appena pochi mesi, aveva intrapreso una serie di viaggi nelle varie parti del mondo, visitando il Canada, gli stati Uniti, il Messico, e l’India. Per ben due volte, la prima senza successo tentò di penetrare nel Tibet. Dopo essere tornata per breve tempo in Russia, riprese a viaggiare per l’Europa verso il 1864, finchè conobbe Garibaldi e lo seguì a Mentana, dove rimase ferita. Nel 1873 si stabilì a New York, dove appunto diede inizio nel 1875 alla Società Teosofica, che alla sua morte nel 1891 contava in tutto il mondo 100.000 seguaci.
Della Blavatsky esiste tra l’altro una curiosa biografia nel “Dizionario dell’Olmo Selvatico” di Paponi e Giuliotti pubblicato nel 1923: “Famigerata Papessa dei teosofi. Russa d’origine tedesca: a sedici anni sposò un generale, ma lo lasciò quasi subito e girò il mondo con un certo Paulos Metamon, avventuriero copto e sedicente mago. A Londra conobbe Mazzini e s’affiliò alla Giovane Europa. Dette più tardi ad intendere d’essere stata nel Tibet per iniziarsi ai misteri supremi sotto la guida di un Mahatma: in realtà andò in India soltanto nel 1878 (la voce Blavatsky, nell’Enciclopedia Britannica dà invece per certo il viaggio nel Tibet). Nel 1866 si trovava in Italia con Garibaldi e con lui combattè a Mentana dove fu ferita. Si rifugiò a Parigi dove cadde nelle mani di un certo Michal, massone e magnetista; poi fece il medium al Cairo e fu convinto spesso di frode. Nel 1873 andò in America e là conobbe il famoso colonnello Olcott e insieme a lui fondò la Società Teosofica (1875), della quale parleremo a suo luogo. Rinunziamo a seguirla più oltre, perché i suoi ulteriori garbugli sono mescolati alla scuola della Teosofia.
Lasciò tra le altre sue opere, “L’Iside svelata” che i teosofi considerano come la loro Bibbia e come quintessenziata rivelazione della più occulta sapienza, ma che in realtà, anche per gli spiriti puramente scientifici, non è che un guazzabuglio plagiario e cerretanesco delle più disparate metafisiche e mitologiche orientali, sovrapposte fino al punto di renderle inintellegibili e falsate fino al punto di renderle assurde”.
(Da: Roberto di Nolli, Mentana, Bardi Editore, Roma 1965, pagg. 113-114).
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