Ora anche per i medici abortisti americani la
Ru486 è una "kill pill"
Sul New York Times, dopo la morte di altre due donne
Roma. Negli Stati Uniti è sempre più forte
’allarme attorno alla pillola abortiva Ru486. Per
la prima volta, un articolo del New York Times, uscito lo
scorso sabato, raccoglie le voci di medici che esprimono
senza mezzi termini la loro preoccupazione. Non si tratta
di militanti pro-life, ma di medici che lavorano in cliniche
in cui si effettuano aborti, anche con la Ru486, e che in
alcuni casi (come in quello del dottor Mitchell Creinin,
per esempio) sono da annoverarsi tra gli sperimentatori
della prima ora dell’aborto farmacologico.
Il 17 marzo la Food and drug administration,
l’ente statunitesnse che si occupa di autorizzazione
e sorveglianza sui farmaci, aveva dato la notizia che altre
due giovani americane erano state uccise dalla Ru486. (Cfr.
anche articolo su The New York Times, After 2 More Deaths,
Planned Parenthood Alters Method for Abortion Pill, reperibile
al link http://www.stranocristiano.it/news/news_0603/morti_RU486.htm)
Quei due decessi si aggiungono ad almeno altri sei, accertati
nel giro di poco più di un anno e sempre riguardanti
giovani donne senza particolari problemi di salute. Sono
ancora in corso le indagini per capire il meccanismo delle
ultime due morti, mentre per tutte le sei che le hanno precedute
la causa riconosciuta è uno choc settico indotto
da un raro batterio, il Clostridium sordellii. Il New York
Times scrive che le morti da addebitare alla Ru486 potrebbero
essere più numerose, e che il rischio oggi valutato
in un caso di morte ogni centomila aborti farmacologici
potrebbe essere ancora più alto. Ma già con
i numeri attuali (lo scriveva qualche mese fa un editoriale
del New England Journal of Medicine), l’aborto con
la pillola Ru486 ammazza dieci volte più donne rispetto
all’aborto con aspirazione o mediante raschiamento.
Dovrebbero saperlo anche i fan italiani della kill pill,
invece di spacciarla per il sistema più amichevole,
con meno dolore e più privacy, di interrompere una
gravidanza.
“Quelle donne non dovevano morire: è scioccante”,
ha dichiarato al NYT il dottor Peter Bours, un medico abortista
di Portland, in Oregon, che sta considerando di non usare
più la pillola Ru486, almeno fino a quando le cose
non saranno più chiare. E un suo collega di Denver,
Warren Hern, dice che gli ultimi rapporti domostrano come
l’aborto con la Ru486 (che negli Stati Uniti si chiama
Mifeprex) sono di gran lunga più rischiosi rispetto
a quelli chirurgici. La pillola Ru486, secondo lui, “è
un modo davvero schifoso di abortire”. Lo è
sempre, anche quando l’esito non è la morte
della donna, perché l’aborto farmacologico
ci mette, per concludersi, circa due settimane. Lo troviamo
scritto nero su bianco sul New York Times, a conferma di
quanto abbiamo più volte detto sul Foglio (soprattutto
con gli articoli di Assuntina Morresi ed Eugenia Roccella,
che sulla Ru486 stanno per pubblicare un libro per Franco
Angeli editore).
Questa circostanza basterebbe da sola a smentire la presunta
“amichevolezza” del sistema farmacologico. Non
è ancora tutto. Sul NYT troviamo pure conferma al
fatto che il tasso di fallimento dell’aborto con Ru486
è tra il cinque e il dieci per cento dei casi. Casi
nei quali diventa comunque necessario, dopo una penosa trafila
(che prevede nausee, dolori, contrazioni spesso giudicate
insopportabili dalle donne che le hanno provate) ricorrere
comunque a un raschiamento. Non basta. Nello stesso articolo
si dice che secondo alcuni medici l’aborto farmacologico
comporta un aumento delle complicazioni rispetto agli aborti
chirurgici. L’obiezione fino a oggi sembrava soltanto
appannaggio di antiabortisti in cerca di pretesti per mettere
i bastoni tra le ruote a quello che in tanti, anche in America,
considerano un diritto. Ora il New York Times fa parlare
il dottor Damon Stutes, di Reno, la cui clinica degli aborti
è stata più volte presa di mira dai pro-life.
E il dottor Stutes dice che gli è difficile trovare
il minimo motivo di accordo con chi si oppone all’aborto,
ma per quanto riguarda la Ru486 “la verità
è la verità”: e lui nella sua clinica
ha deciso di non usarla. Né lui né altri medici
intervistati chiedono l’eliminazione dal mercato della
pillola abortiva. Ma, come sostiene Phillip G. Stubblefield,
professore di ostetricia e ginecologia all’Università
di Boston, nel momento in cui si offre alla donna che vuole
abortire la procedura farmacologica, è doveroso avvertirla
che potrebbe rischiare la morte.