Piero Vassallo
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Una delle scritte contro Monsignor Bagnasco trovate a Genova nel quartiere di Sampierdarena (Ansa)
Rigurgito massonico colorato di rosso, è il titolo che compete all’attacco che i progressisti hanno sferrato (firmando con la stella a cinque punte delle BR) contro il segretario della CEI, l’arcivescovo di Genova Angelo Bagnasco.
Agli occhi degli epigoni della rivoluzione, monsignor Bagnasco era colpevole di aver dimostrato fedeltà alla logica classica, sviluppando coerentemente l’ineccepibile assioma con cui il cardinale Siri, il suo maestro, dimostrava il fatale indirizzo all’assurdità della confusione - corrente nei circoli della sinistra - tra diritto ed esigenza.
Sosteneva monsignor Bagnasco che, ove l’esigenza dichiarata dai membri della famiglia pederastica intesi all’istituzione dei Dico, fosse fondamento di un vero diritto, non si potrebbe più negare la legittimità delle esigenze dichiarate da incestuosi e pedofili.
Il diritto ha fondamento nella natura, l’esigenza nell’astratta volontà.
Al rigore logico di monsignor Bagnasco l’effervescenza degli anarco-comunisti non poteva replicare con seri argomenti di ragione.
Di qui il ricorso al classico repertorio di minacce roventi e di insulti triviali.
L’orizzonte mentale degli insulti e delle minacce rivolte a monsignor Bagnasco è rappresentato dall’antico grido di battaglia dell’alta massoneria. «
Morte alla ragione!».
Morte alla filosofia perenne, morte alla Chiesa che ne custodisce la tradizione.
Prima di essere ordinato vescovo, monsignor Bagnasco, ha insegnato la filosofia di san Tommaso nella facoltà teologica del Nord Italia: non è escluso che sia la sua attività accademica la causa prima dell’odio maturato contro di lui nell’area della sinistra irrazionalista.
In un libro del gesuita Florido Giantulli è, infatti, dimostrato che l’essenza della massoneria - e il suo più «alto» mistero - è il naturalismo, vale a dire la dottrina squisitamente rivoluzionaria che promuove la retrocessione dell’umanità alla vita animale.
Va da sé che il primo e decisivo passo verso la degradazione massonica (rivoluzionaria) della natura umana è la liberazione degli istinti perversi.
Verso quali paradisi in terra, o reami d’amore, sono indirizzati i cortei dei fanatici che oltrepassano il socialismo scientifico, celebrando la rivoluzione sessuale?
All’autore della domanda sulla natura delle delizie, che attraggono le marcianti colonne della sinistra postmoderna, suggeriamo di respingere la tentazione offerta dalla risposta triviale e di approfondire, invece, l’allarmante dottrina esposta nei testi massonici di riferimento.
Ad esempio le «Memorie di un malato di nervi», pubblicate, a cura dell’attempato sessantottino Roberto Calasso, dall’aristocratica e sontuosa casa editrice Adelphi, benemerita nel campo della diffusione di pensieri eccentrici.
Scritte nella belle époque da un famoso paranoico germanico, il dottor Daniel Paul Schreber, le «Memorie», infatti, condensano, in una leggiadra esclamazione la sublime dottrina ultimamente rivelata dagli oracoli della rivoluzione: «Per un uomo è bellissimo diventare una donna che soggiace alla copula».
Non è chi non veda che il programma massonico si realizza finalmente mediante il gesto pederastico per eccellenza.
L’avanzata del movimento massonico ha fatto cadere la maschera scientista, proletaria e giustizialista della rivoluzione moderna.
Come recitava una beffarda canzone degli anni Venti la bandiera della rivoluzione anticristiana trionfa negli squallidi vespasiani frequentati dagli «iniziati».
se ne intende:
Francesco Cossiga.
Dice che la massoneria ha «ripreso respiro»,
in Italia.
«Non nei quadri altissimi, piuttosto ai livelli intermedi
dello Stato».
Dice che la fase della grande epurazione che seguì
lo scandalo della P2 è finita da tempo.
«Persino Licio Gelli, mi risulta, è stato riammesso
mesi fa alla massoneria».
È vero: Gelli è stato riammesso a una delle
logge, ed ha così ripreso anche ufficialmente la
sua attività. Un rifiorire, insomma. Una nuova "cattedrale
invisibile" che i liberi muratori riedificano sulle
macerie della vecchia.
Nella biblioteca dell'appartamento privato di Francesco
Cossiga una parete intera è dedicata a testi esoterici:
la sezione "massoneria" viene dopo quella "Templari".
Ne conosce i capitoli e ne cita brani a memoria. Ha sempre
avuto una passione per i misteri, in parecchi casi anche
un ruolo.
Per le 'intelligence', «che - sillaba - non fabbricano
segreti ma forniscono gli strumenti per conoscerli e difenderli».
Per le reti invisibili, per i dossier e per le spie.
«A me piacciono le
spie come ad altri piacciono i fiori», si legge nel
sua ultimo libro, "Per carità di patria".
Qui parla dei suoi rapporti coi massoni, con Licio Gelli
('"l'ho incontrato quattro volte, la prima a palazzo
Chigi"), coi piduisti di allora e di oggi. Parla di
Moro, perché è a proposito di Moro che Gelli
lo ha chiamato in causa nella sua conversazione con Repubblica.
Di Berlusconi e di alcuni suoi ministri e collaboratori.
Infine della sua presunta pazzia, «una leggenda nata
proprio da un dossier che il Sid confezionò su di
me su commissione».
Nel corso di questo incontro squilla tre volte il telefono.
Tre persone diverse, ogni volta l'ex presidente risponde:
"Buonasera, generale".
Senatore Cossiga, lei è massone?
«Au contraire, madame. Una volta me lo chiese anche
un pm, voleva impugnare la mia deposizione perché
riteneva che ci fosse comunanza di interessi fra me e l'imputato,
massone. Io non posso essere massone perché sono
cattolico, e credo fermamente che le due condizioni siano
incompatibili».
Non è mai stato tentato, nessuno glielo ha mai proposto?
«Mai. Tutti sanno che sono un fedele suddito di Santa
Romana Chiesa.Tra i non massoni, è tuttavia uno dei
massimi esperti del ramo.
«Massimo non so. Ho tre buoni motivi per occuparmi
di massoneria. Il primo è familiare: la mia famiglia
materna, borghesia commerciale sassarese, ha antiche tradizioni
massoniche. Mio nonno Antonio Zanfarini, medico e politico
repubblicano, è stato Venerabile della loggia di
Sassari. D'estate quando ero ragazzo dormivo in casa sua,
una volta scoprii in una libreria chiusa tutta la collezione
della rivista della massoneria italiana, quella con la copertina
azzurra. Purtroppo poi mia, zia la distrusse».
Seconda e terza ragione.
«Seconda: la curiosità. Terza: la cocciutaggine.
Io sono un liberal, molto rispettoso delle idee altrui.
La massoneria è stata oggetto di grandi pregiudizi.
Intendiamoci: ci sono anche associazioni sportive di ladroni,
come ci sono logge pulite e logge sporche. La massoneria
tradizionale, quando gli altri la attaccavano io la difendevo».
Ci sarà stata poi quella sua passione per i segreti,
per le "cattedrali invisibili".
«Sì, guardi comunque che le reti di spionaggio
e la massoneria sono cose diverse. La massoneria non è
un mondo segreto, è un mondo esoterico, non un'associazione
segreta ma un'associazione di segreti iniziatici. Quanto
alle intelligence, è vero: la Dc che era un grande
partito formava degli specialisti. I due che formò
in questo ramo fummo io e Peppino Zamberletti. Amo i romanzi
di Le Carrè, che è lo pseudonimo di un alto
agente dell'intelligence inglese. Sono gli unici verosimili.
James Bond è uno che verrebbe arrestato da un vigile
urbano».
I due mondi - reti spionistiche e massoneria deviata - si
sono però spesso sovrapposti. Di Gelli si è
detto che lavorasse peri servizi americani, e che facesse
il doppio gioco coi sovietici.
«Gelli non aveva legami con la Cia. Con gli americani
sì: con ambienti iperatlantici, in chiave anticomunista.
Fare il doppio gioco è stata sempre una delle sue
caratteristiche. È un uomo complesso, Gelli. Aveva
rapporti con tutti, a destra e a sinistra. Tra gli esponenti
della P2 c'erano uomini vicini a Moro, a Pecchioli, a Pertini.
L'ammiraglio Torrisi era grande amico di Pertini, e d'altra
parte fu Teardo, altro piduista, il grande elettore del
presidente socialista».
Lei quando ha conosciuto Gelli?
«Lo convocai a Palazzo Chigi da presidente del Consiglio.
Il Corriere della Sera aveva iniziato una campagna violenta
contro di me: erano pressioni per avere la famosa legge
sulla stampa. Mi dissero sottovoce: dipende da Gelli. Venne
da me, si presentava come ingegner Luciani: Gli chiesi:
che succede, mi dicono che lei controlli il Corriere. Mi
rispose sorridendo: ho alcuni amici».
Da allora vi siete frequentati?
«L'ho visto quattro volte. La seconda fu lui a cercarmi,
tramite un alto esponente dc. Voleva mettermi in contatto
con l'ammiraglio Massera, uno dei comandanti militari argentini
che era uscito dal triumvirato militare, e voleva rifarsi
una verginità creando nel suo paese un partito socialdemocratico.
Era massone ma non piduista. Chiesi a Massera di aiutarci
ad avere le liste dei desaparecidos detenuti nelle loro
carceri. Volevamo aiutare gli italiani. Un lavoro in cui
mi fece da mediatore Lelio Basso. Un giorno mi portò
i referenti della guerriglia argentina che vivevano a Parigi».
Non otteneste grandi risultati, coi desaparecidos. Torniamo
a Gelli. Dice che gli elenchi sequestrati ad Arezzo erano
parziali.
«È vero, lo ha confermato anche a me. Intanto
c'è quella pagina mancante, quella che conteneva
i nomi del generale Dalla Chiesa e di suo fratello. Fu strappata
perché se si fosse saputo che nella P2 c'era Dalla
Chiesa la vicenda avrebbe avuto tutto un altro spessore».
Non che non l'abbia avuto comunque.
«Guardi, le racconto un episodio. Io non conoscevo
il contenuto degli elenchi della P2. Convocai il capo di
stato maggiore dell'Arma dei Carabinieri generale Ferrara;
gli chiesi cosa ne sapesse lui. Mi rispose: niente. Poi
il responsabile della sicurezza del Viminale; un socialista,
mi disse che con un'auto borghese il comandante generale
dell'Arma si recava regolarmente ad Arezzo. Mi chiese se
volessi saperne di più. Gli dissi di no: se avessero
scoperto che pedinavamo il comandante dell'Arma, s'immagina...».
Senatore, all'epoca del Sequestro Moro c'erano piduisti
al vertice dei Servizi e nel comitato di emergenza che lei
riuniva al Viminale. Santovito, Grassini, Pelosi. Non ne
sapeva niente?
«All'epoca non si sapeva della P2. Grassini era un
vero galantuomo, amico di Pecchioli. Sa come si lavorava
col Pci?».
Dica.
«lo chiamavo Pecchioli, gli dicevo vorrei nominare
Dalla Chiesa capo del Servizio. Lui andava al partito, tornava
e diceva: no. Però senta anche questo. Quando ero
presidente della Repubblica si doveva nominare il capo di
stato maggiore della Marina, uno dei candidati, Cervetti,
aveva fatto parte della P2. Venne da me, e andò da
Martinazzoli, un alto esponente del Pci.
Disse: se non lo nominate non dite poi che siamo stati noi
ad impedirvelo. È una partita fra voi e la Anselmi».
Sta dicendo che il Pci,aveva rapporti con uomini della P2?
« È stato Gelli che ha fatto arrivare al Pci
attraverso il Banco Ambrosiano il prestito per Paese sera,
o no? Una volta ho chiesto a Gelli: ma come mai nessuno
ha mai detto dei suoi rapporti con Moro? Lo sa che Gelli
si adoperò, coi rumeni, per farlo liberare?».
Veramente Gelli ha detto a Repubblica che per liberare Moro
non avrebbe fatto niente. Ha raccontato dell'antipatia reciproca.
Ha invece manifestato grande stima per lei, senatore.
«Io non credo che Moro abbia contestato al diplomatico
Gelli di essere il rappresentante di un governo autoritario:
era troppo fine per una tale grossolanità. D'altra
parte non è nemmeno vero che la politica di Moro
dispiacesse agli Usa, almeno non più dal momento
in cui nasce il governo Andreotti».
La versione di Moro benvoluto dagli americani e di Gelli
che si adopera per liberarlo è perlomeno stravagante.
«La verità è sempre più complessa
di quel che sembra e quella che lei chiama stravaganza è
un aspetto della storia. Sono convinto che la P2 nel sequestro
Moro non abbia avuto un ruolo. L'intelligence americana
era in contrasto con noi perché non volevamo trattare.
Credo che il sequestro sia stato opera delle Br. l brigatisti
non volevano soldi, né scambio di prigionieri. Volevano
il riconoscimento politico. Sono gente di intelligenza e
cultura superiore alla media. Li ho avuti qui, in questo
salotto».
Torniamo alla massoneria. Lei dice che oggi vive una nuova
primavera.
«Sì, dopo l'epurazione operata da Armando Corona.
Fiorisce, come da tradizione: fra le forze armate, soprattutto
Marina, nella magistratura, al ministero dei lavori pubblici.
E molto altro, ovviamente».
Non le sfuggirà che, nonostante l'epurazione, le
persone fisiche sono spesso le stesse di allora.
«Non è così. Ci sono moltissimi nuovi
massoni. Inoltre fra i piduisti non erano molti i massoni
autentici. C'era gente che aveva aderito per opportunità».
Berlusconi?
«Si è iscritto per convenienza, e difatti gli
è convenuto. E' completamente a-massone. Un uomo
pratico. Si figuri cosa gliene importa del rito di Osiride.
E anche la scelta che fa adesso dei suoi collaboratori non
credo sia da ricondurre all'appartenenza massonica: di Cicchetto
si fida perché è un ex socialista come lui,
e perché conosce il mondo dei servizi segreti. Diverso
il caso di Martino».
Il ministro Martino?
«Massone di piazza del Gesù, loggia elegante,
liberale, piemontese. Massone autentico, difatti uomo diversissimo
da Berlusconi. Ma, scusi: non le ho raccontato di quando
mandarono Pazienza ad Hong Kong per sputtanarmi».
No in effetti.
«Pazienza, che non era uomo della P2 ma dei servizi,
dicevano lavorasse per i servizi francesi, era molto amico
del nipote di Santovito. Un giorno lo contattarono i servizi
segreti italiani perché andasse ad Hong
Kong in missione coperta. Quando arrivò nell'albergo
dove doveva attendere il contatto seppe che in quello stesso
hotel stavo arrivando io, che ero presidente del Senato
in predicato per il Quirinale. Capì che il suo compito
era di farsi fotografare accanto a me, e se ne andò.
Di sicuro anche questa storia è nel dossier».
Quale dossier?
«Quello del Servizio segreto su di me. Quello in cui
si dice che andavo a fare l'elettrochoc in Romania».
Ma ci andava in Romania?
«Sì, ma non a fare l'elettrochoc. E nemmeno
ero in cura da quel famoso psichiatra di Pisa, che ho sentito
al telefono una sola volta per un amico. E neppure faccio
uso di litio. Di farmaci antidepressivi sì, ho avuto
periodi di depressione. Ma fra essere depresso ed essere
pazzo c'è differenza. Questa faccenda della mia pazzia
l'hanno messa in giro i miei colleghi di partito, e mi diverte
molto. Quando ero presidente della Repubblica si facevano
riunioni per decidere se sottopormi a perizia psichiatríca.
Ma io parlavo così perché non avendo dietro
nessuno del mio partito o usavo quel linguaggio o nessuno
sarebbe stato a sentire».
Le picconate erano un'astuzia, insomma.
«Un espediente per dire sempre a voce alta la verità.
Io non parlo mai a sproposito, mi creda. Ho buona memoria
e una certa esperienza di vita. Se dico che la massoneria
in Italia sta riacquistando vigore ho gli elementi per farlo.
Inoltre, vengo dalla politica e so cosa sia. Non siamo rimasti
in tanti con questo curriculum, non sembra anche a lei,
madame?».
Dagospia.com 10 Ottobre 2003