13-14 febbraio 1945
Nel febbraio del 1945 la Germania era sconfitta,
ma gli angloameriCani decisero ugualmente IL BOMBARDAMENTO
DI DRESDA: 300.000 CORPI INCENERITI
Macabro record di disumanità, non
eguagliato neppure dai bombardamenti atomici sul Giappone.
Dresda non era mai stata toccata seriamente dalla guerra,
sia per la posizione geografica sia perché non aveva
né industrie né impianti militari rilevanti.
Ma l’importante era “terrorizzare” Ci
riuscirono!
Amburgo, ore 00:55 del 28 luglio 1943. “…Fu
l’inizio di un nuovo attacco aereo. Il fosforo dilagò
sull’asfalto. Bombe a benzina alzavano nell’aria
fontane di fuoco alte venti metri. Fosforo già incendiato
si riversò sulle rovine come un violento acquazzone.
Sibilava e turbinava come un ciclone. Bombe più grosse
e potenti sollevarono letteralmente in aria intere case….
Le persone uscivano urlanti dalle rovine. Torce viventi
vacillavano e cadevano, si rialzavano e correvano sempre
più in fretta… Alcuni bruciavano con fiamme
biancastre, altri avvolti da fiamme di un rosso acceso.
Alcuni si consumavano lentamente in una incandescenza giallo
– blu, gli altri morivano in modo rapido e pietoso.
Ma altri ancora correvano in circolo, o si agitavano a gambe
all’aria, sbattendo la testa avanti e indietro e contorcendosi
come serpi prima di ridursi a piccoli fantocci carbonizzati.
Si muovevano, quindi erano ancora vivi… Il sergente,
sempre così calmo, perse per la prima volta il controllo
da quando lo conoscevamo. Proruppe in un acuto grido: “Fateli
fuori, per Dio, accoppateli”… Sembra brutale.
Era brutale. Ma meglio una morte rapida, data con un colpo
di pistola, che una lenta, mostruosa agonia. Nessuno di
loro aveva la minima possibilità di salvezza”
Per parlarvi di Dresda e del suo martirio
abbiamo preferito parlarvi prima di Amburgo, perché
fu in questa città che, come vedremo, per la prima
volta si sviluppò una tecnica distruttiva che prese
il nome di Feuersturm, tempesta di fuoco. Ad Amburgo successe
per caso, un caso che fu studiato e analizzato, per essere
poi applicato scientificamente sulla città di Dresda.
E abbiamo voluto aprire il nostro studio
con le parole di Sven Hassel, soldato di un reggimento corazzato
di disciplina, che combatté su quasi tutti i fronti
in cui fu impegnata al Germania e lasciò, coi suoi
libri, una testimonianza impressionante. I libri di Sven
Hassel furono definiti, anni fa, da un critico, libri di
“bassa macelleria”. E’ verissimo, ma altro
non potevano essere, dati gli argomenti. Sono gli stessi
argomenti che tratteremo in questo lavoro. E’ una
specie di discesa nell’orrore che non si vorrebbe
mai percorrere, ma che non si può evitare, se si
vuole fare della Storia e non dell’iconografia, in
cui quelli che vincono sono i buoni.
Dresda era, in assoluto, la più bella
e romantica città della Germania, e una delle più
belle e romantiche d’Europa. Aveva scorci di grande
suggestione, palazzi barocchi e rococò, piccole case
di legno e mattoni fulvi che risalivano al medioevo gotico,
vicoli punteggiati di taverne e birrerie senza tempo. Priva
di industrie primarie, Dresda viveva una vita culturale
intensa e cosmopolita. Apparteneva al mondo, non solo alla
Germania, e tanto meno alla Germania nazista.
La distruzione arrivò su questa città nel
febbraio del 1945, quando le sorti della guerra erano ormai
segnate. Un uomo che senza dubbio la sapeva lunga, l’architetto
Albert Speer, ministro tedesco degli armamenti e della produzione
bellica, eccezionale organizzatore, grande amico di Adolf
Hitler, non ebbe timori ad inviare a quest’ultimo,
alla fine di gennaio del 45, un memorandum in cui prevedeva
per la Germania la possibilità di resistere ancora
per otto settimane. Sbagliava solo di un mese.
Dobbiamo perciò cercare di capire perché una
città che era considerata un vero gioiello, che non
aveva impianti industriali essenziali per la produzione
bellica, che non rivestiva alcuna importanza sotto l’aspetto
strategico, conobbe il più crudele attacco aereo
di tutta la Seconda Guerra Mondiale, effettuato oltretutto
quando la sua popolazione, di circa 630.000 abitanti, era
raddoppiata per la grande affluenza di profughi che provenivano
dalla Slesia, dalla Pomerania Orientale e dalla Prussica,
incalzati dall’Armata Rossa.
Ma prima di fare ciò, cerchiamo di chiarire in cosa
consista il fenomeno fisico, di spaventosi effetti distruttivi,
che passò alla Storia con il nome di “tempesta
di fuoco”. Dobbiamo tornare ad Amburgo, la città
che ebbe l’indesiderabile onore di sperimentare per
prima questo fenomeno. Amburgo era un obiettivo militare
primario; su questo non vi era discussione. La presenza
dei cantieri che producevano quasi la metà dei sommergibili
tedeschi basterebbe questa qualifica; ma Amburgo possedeva
anche molte industrie pesanti, in massima parte collegate
agli armamenti di terra, ed inoltre era anche un nodo vitale
di comunicazioni. Il suo porto era il più attivo
di tutta l’Europa continentale.
Il maresciallo dell’aria Sir Arthur Harris, comandante
del bomber Command della RAF (l’aeronautica brittanica)
non voleva correre rischi e pianificò una di quelle
operazioni di massa che erano tipiche delle sue teorie militari,
peraltro avvalorate dai risultati di terribili distruzioni
già effettuate sulla Ruhr e su Aquisgrana. In quattro
successive incursioni effettuate tra la notte del 24 e quella
del 27 luglio 1943, 2.350 bombardieri inglesi e ameriCani
scaricarono complessivamente su Amburgo più di 9.000
tonnellate di bombe, di cui circa la metà incendiarie.
I morti furono oltre 50.000.
La grande quantità di bombe incendiarie
sganciate su un’area relativamente limitata e ricca
di fabbricati addensati e infiammabili e la mancanza di
vento naturale sulla zona, portarono alla formazione di
una corrente ascensionale di aria calda di inaudita potenza
e temperatura. L’aria surriscaldata, a temperature
dai 600 fino a 1.000 gradi, saliva verso il cielo e l’aria
fredda circostante si precipitava a colmare il vuoto lasciato
a livello del suolo, surriscaldandosi a sua volta. Il fenomeno
si esaurì in tre ore, durante le quali si generarono
venti diretti verso il centro dell’immane fornace
a velocità fino a 300 km/ora. Chi veniva ghermito
da questo vento non poteva oppure alcuna resistenza, ed
era scaraventato al centro della zona incendiata, a temperature
che volatilizzavano tutto.
“La decina di migliaia di incendi si
fusero in una sola gigantesca fiammata; dalla periferia
un vento artificiale, sempre più violento, puntò
verso il centro, infuocandosi e raggiungendo una velocità
di 300 chilometri all’ora; chi si trovava all’aperto,
sparì trascinato nel cielo; a terra, intanto, tutto
bruciava con tale violenza che venne meno l’ossigeno
necessario alla respirazione”.
Dove il soffio rovente era solo di 300-400
gradi furono ritrovati poi cadaveri carbonizzati ridotti
a circa un metro di lunghezza. Via via che si allontanava
dall’inferno la temperatura scendeva sui cento gradi
e il vento non era più in grado di trascinare. Ma
il colore eccessivo bruciava le vie respiratorie , uccidendo
per soffocamento che non era già morto nei rifugi
per la mancanza di ossigeno causata dagli incendi. Infine,
ci furono coloro che furono colpiti direttamente dagli schizzi
del fosforo delle bombe incendiarie: pattuglie di soldati
non poterono far altro che abbattere questi infelici per
limitarne le sofferenze, come leggevamo in apertura, nell’impressionante
testimonianza di Sven Hassel.
Lo spostamento d’aria causato dalla corrente ascensionale
fu di tale potenza da far oscillare i bombardieri pesanti
Lancaster ed Halifax che incrociavano a 5.000 metri di quota.
Circa il 70% delle vittime di Amburgo furono causate dalla
tempesta di fuoco. Un orrore che sembrava giustificare il
nome dato in codice al bombardamento di Amburgo: operazione
Gomorra.
Le bombe incendiarie potevano essere caricate
a benzina, oppure a termite, un composto di ossido di ferro
e alluminio granulare, in grado di sviluppare un calore
che fonde il ferro, o infine di fosforo o di fosgene.
Lo sviluppo della tempesta di fuoco colse di sorpresa americani
e brittanici, ma quando ne fu chiara la meccanica Sir Harris,
il già citato comandante del Bomber Command non si
pose eccessivi problemi. Da tempo sosteneva la necessità
di portare la maggior distruzione possibile sul suolo tedesco,
per fiaccare la resistenza del popolo tedesco, oltre che
per distruggere fabbriche ed impianti militari, e quindi
il risultato della tempesta di fuoco fu per lui solo positivo.
Il capolavoro di ipocrisia di questo alto ufficiale fu una
dichiarazione secondo la quale egli riconosceva e rispettava
l’unica convenzione internazionale in tema di guerra
aerea, ossia quella stipulata dopo la Grande Guerra, che
vietava il lancio di ordigni a gas da aerei e dirigibili.
In effetti su Amburgo non fu lanciato alcun gas tossico:
che bisogno ce ne sarebbe stato, lanciando già migliaia
di tonnellate di esplosivi e di spezzoni incendiari?
Torniamo ora nel 1945; era il settimo anno
in cui l’Europa era in guerra. Il mostro nazista era
ormai vacillante, e leggevamo sopra la profezia del ministro
tedesco Speer, che escludeva qualsiasi possibilità
di vittoria e si limitava a calcolare il tempo che restava
alla Germania prima di soccombere. Nel giugno dell’anno
precedente la più grande operazione militare della
Storia aveva visto gli alleati prender terra in Normandia
e da lì iniziare a smantellare le resistenze della
fortezza Europa. Da Est intanto le armate sovietiche andavano
guadagnando terreno ed erano a soli 160 chilometri dal centro
della Germania. Questo soprattutto terrorizzava le popolazioni
tedesche, consce dei sentimenti dei russi che avevano sperimentato
i comportamenti delle SS in territorio sovietico ed ora
avanzavano in territorio tedesco con una sinistra scritta
in cirillico sui carri armati: Vendetta!
In questo quadro di sfacelo generale la Germania
mostrava però ancora doti di resistenza incredibile.
Nel gennaio 1945 Goering riuscì ancora ad organizzare
l’operazione Grande Colpo, che distrusse 196 aerei
anglo-americani e ne danneggiò circa 400 bombardando
campi di aviazione ormai stabilmente occupati dalla RAF
e dall’USAAF in Francia, Belgio e Olanda. All’operazione
parteciparono 800 aerei tedeschi, caccia Messerschmitt 109
e Focke Wulf 190, oltre a qualche caccia a reazione. Erano
canti del cigno, come un canto del cigno fu anche la controffensiva
terrestre condotta dal generale Von Rundstedt. Ma erano
comunque fatti d’armi che davano la sensazione agli
alleati di una guerra senza fine, dal finale scontato, ma
che rischiava di essere ancora troppo lontano.
In questo clima Dresda viveva in una specie
di limbo. Non era mai stata toccata seriamente dalla guerra,
sia per la posizione geografica sia perché non aveva
né industrie né impianti militari rilevanti.
Un solo bombardamento, nell’ottobre dell’anno
precedente, aveva causato poco più di 400 morti,
una cifra quasi irrisoria nella tragica contabilità
bellica.
Nonostante l’affollamento di profughi di cui dicevamo,
Dresda riusciva ad avere quantità di cibo abbastanza
soddisfacenti. E molti profughi si dirigevano verso quella
città proprio perché era ormai convinzione
generale che fosse il posto più tranquillo in cui
attendere la fine della guerra, nella speranza di veder
arrivare gli americani, o gli inglesi, o gli australiani,
o chiunque fosse, prima dei temutissimi soldati sovietici.
Circolava addirittura la voce, del tutto priva di fondamento
ma tanto bella da poterla credere vera, di un accordo segreto
tra la RAF e la Luftwaffe: gli inglesi si impegnavano a
non bombardare Dresda, e i tedeschi si impegnavano allo
stesso modo per Oxford.
Del resto l’aviazione alleata continuava a martellare
la Germania, nella quale ormai 45 delle principali città
erano praticamente distrutte, ma lo faceva con una certa
logica militare.
Dopo la prima fase delle incursioni vengono
organizzate altre operazioni per colpire le fabbriche di
carburanti sintetici e le reti di trasporti. Gli obiettivi
principali del gennaio 1945 furono le raffinerie di Dortmund,
il centro ferroviario di Vohwinkel, le industrie di Norimberga
e Hannover.
A Dresda si poteva stare tranquilli, anche perché
gli americani, più sensibili degli inglesi a considerazioni
umanitarie non avrebbero mai accettato la distruzione di
una città d’arte amata in tutto il mondo. Come
l’accordo segreto tra RAF e Luftwaffe, anche questa
era una voce tanto infondata quanto bella da credere…
A Dresda si poteva quindi anche festeggiare il carnevale.
Il 13 febbraio 1945 era martedì grasso, e la sera
il Circo Sarassini aveva dato uno spettacolo speciale, al
quale erano intervenuti anche tantissimi bambini, nei loro
costumi carnevaleschi.
Purtroppo gli abitanti di Dresda non potevano sapere che
il tempo delle considerazioni umanitarie, ma anche di quelle
logiche, era passato. Diversi fattori concomitanti portarono
al bombardamento della città capitale della Sassonia.
La resistenza della Germania, che aveva dell’incredibile,
unita alla lunghissima durata della guerra, aveva di certo
ormai portato ad una nausea psicologica anche i militari
e i politici più ligi alle regole minime da rispettare
anche in guerra. Ogni atto poteva essere buono per abbreviare
la guerra, anche di un solo giorno. Crediamo sia legittimo
affermare che lunghi anni a contatto continuo con morte
e distruzione possano offuscare anche le menti più
lucide. E infatti fin dall’estate dell’anno
precedente RAF e USAAF avevano elaborato il piano Thunderclap
(colpo di tuono), il cui scopo dichiarato era quello di
portare il massimo caos in Germania, con bombardamenti indiscriminati
sulle città, in particolare approfittando dei problemi
che già avevano le autorità tedesche per controllare
le fiumane di profughi da Est, creando nuovi e irresolubili
problemi di approvvigionamento e di ordine pubblico.
A questa visione distruttiva, sulla quale
senza dubbio giocava il desiderio ormai incontrollabile
di farla finita, si aggiungeva un’esigenza di cinica
politica di potenza tra alleati. Inglesi e americani erano
uniti in una innaturale alleanza con i sovietici, e la diffidenza
reciproca si palesava sempre di più, ora che l’Armata
Rossa avanzava sul territorio del Reich. I russi dovevano
vedere, bene e senza equivoci, quale fosse la potenza militare
occidentale: quello che oggi poteva toccare a Berlino o
a Dresda, domani poteva toccare a Mosca. Del resto i sovietici
avevano già manifestato la loro contrarietà
agli attacchi aerei su quelle zone della Germania che consideravano
un loro territorio di caccia, e che sarebbero infatti, dopo
la guerra, divenute la Repubblica Democratica Tedesca.
In questo dialogo insensato tra nemici che
erano alleati perché c’era un nemico comune
da distruggere, i cittadini di Dresda avrebbero presto pagato
un conto che non era di loro competenza, vittime di cinismo
e di quella malattia, lo ribadiamo, che aveva preso ormai
gli alleati, anch’essi contagiati, al pari dei tedeschi,
da una troppo lunga consuetudine con la morte e la distruzione.
E l’avallo alla politica del massacro fu data dallo
stesso primo ministro inglese Winston Churchill, in una
nota scritta al ministro dell’Aviazione, Sir Archibald
Sinclair. Gli americani furono presto contagiati da questo
clima, e l’Ottava Armata Aerea bombardò a tappeto
Berlino il 3 febbraio: 937 fortezze volanti, scortate da
613 caccia, causarono 25.000 morti in una città dove
c’era da stupirsi che ci fossero ancora vivi da uccidere.
Alle ore 22:08 di martedì grasso (13
febbraio 1945) le sirene di allarme vennero a interrompere
i clown che si stavano esibendo nel carosello finale allo
spettacolo carnevalesco del Circo Sarassini. Gli spettatori
si allontanarono in ordine e quasi svogliatamente: era così
ferma la convinzione che Dresda fosse esente da pericoli,
che tutti credevano ad un eccesso di zelo dei funzionari
del partito incaricati della protezione della città.
Del resto, non c’era praticamente contraerea a Dresda;
gli ultimi cannoni da 88, il miglior pezzo di artiglieria
tedesco, erano stati trasferiti da diverse settimane a Est,
per essere usati in funzione controcarro contro l’armata
sovietica.
Ma non era un eccesso di zelo. Due soli minuti
dopo il cielo incominciava ad affollarsi: i primi quadrimotori
Lancaster dell’83 squadriglia inglese lasciavano cadere
grappoli di bengala che illuminavano a giorno la città,
poi seguirono pochi Mosquitos, agili cacciabombardieri il
cui compito era quello di individuare con bombe segnaletiche
rosse l’epicentro del bombardamento, lo stadio sportivo.
I Mosquitos fecero egregiamente il loro compito: nel centro
esatto dello stadio si levava ora una luminosa colonna rossa.
I bombardieri avevano il loro bersaglio.
Dalle 22:13 alle 22:30 i Lancaster scaricarono
sulla città le terribili bombe dirompenti da 1.800
a 3.600 libbre. Poi si allontanarono in direzione di Strasburgo,
volando bassi per sfuggire ai radar tedeschi.
I soccorsi iniziarono ad affluire dalle città vicine,
mentre gli abitanti escono lentamente dei rifugi. Erano
quello che attendevano gli alleati: far uscire la gente,
far arrivare i soccorsi, e tornare a colpire.
La “Tecnica del massacro”.
Ore 01:28 del 14 febbraio. La seconda ondata
arriva, indisturbata come la prima. Altri 529 Lancaster
portano nelle stive 650.000 bombe: per lo più sono
tutti ordigni incendiari. È l’inizio dell’inferno.
Bombardamento a destra e a sinistra delle zone già
colpite dal primo attacco gli inglesi riescono a provocare
la tempesta di fuoco. Dalle case già sventrate dalle
bombe dirompenti viene aspirato ogni oggetto e ogni persona
che si trovi nel primo chilometro dell’immane incendio.
Si ripete Amburgo, ma questa volta scientificamente e con
effetti enormemente superiori. Il vento a 300 Km/ora trascina
nella fornace ogni cosa, persona, animale. Persino vagoni
ferroviari, distanti più di tre chilometri, vengono
rovesciati. Il pilota di un Lancaster rimasto indietro racconterà:
“C’era un mare di fuoco che secondo i miei calcoli
copriva almeno un centinaio di chilometri quadrati. Il calore
era tale che si sentiva fin nella carlinga; eravamo come
soggiogati di fronte al terrificante incendio, pensando
all’orrore che c’era là sotto…”
Chi non ha il coraggio di uscire dai rifugi
dopo il primo attacco, non per questo si salva. Molti faranno
la fine dei topi, soffocati nei rifugi, privi di ossigeno,
divorati dall’immane rogo.
Nell’anno precedente nei rifugi antiaerei di Dresda
era stata presa la precauzione di rendere abbattibile le
pareti tra rifugio e rifugio, in modo da poter facilmente
creare una sorta di galleria sotterranea, che permettesse
una via di fuga se lo stabile sopra il rifugio in cui ci
si trovava era crollato. Questa precauzione sarebbe stata
efficace con un bombardamento ordinario, ma all’inferno
di fuoco scatenato su Dresda non era opponibile nulla, se
non il trovarsi a una distanza sufficiente per non essere
trascinato dal vento e divorato dalle fiamme, o per morire
asfissiato per mancanza di ossigeno.
Il bagliore della colonna di fuoco di Dresda
era visibile a oltre trecento chilometri. All’alba
del 14 febbraio finalmente la tempesta di fuoco andava acquietandosi,
mentre una colonna di fumo alta oltre cinque chilometri
sovrastava la città. I sopravvissuti iniziavano ad
aggirarsi inebetiti, ma il martirio non era ancora finito.
Gli americani non potevano essere da meno degli inglesi:
alle 12 di quel giorno 311 Fortezze Volanti B17 si presentarono
nel cielo di Dresda, sganciando 771 tonnellate di bombe.
Il nodo ferroviario era l’obiettivo ufficiale, ma
di fatto il bombardamento fu eseguito a casaccio e causò
pochi danni, perché ormai era rimasto poco da distruggere.
In totale su Dresda erano state sganciate
2.702 tonnellate di bombe. Un quantitativo non enorme, se
confrontato con quello lanciato su altre città tedesche.
Ma la preferenza data alle bombe incendiarie, che rappresentarono
circa il 70% degli ordigni lanciati, causò la più
spaventosa tragedia della guerra: i morti accertati furono
135.000, ma il conto più accreditato fa salire a
circa 300.000 il numero delle vittime. Bisogna tener conto
del fatto che non era possibile alcuna opera di identificazione
per le vittime di molti rifugi antiaerei che, per ragioni
igieniche, vennero spianati con le ruspe e ricoperti di
calce e cemento, così come non fu possibile accertare
il numero preciso delle vittime aspirate dalla tempesta
di fuoco nella zona centrale dell’incendio, perché
di loro non restò assolutamente nulla. Nella zona
intermedia, dove la temperatura aveva raggiunto i livelli
di forno (200-300 gradi) molti corpi si erano fusi con l’asfalto
della strade. Dresda era anche sovrappopolata per il grande
afflusso di profughi, moltissimi dei quali non ancora censiti.
Gli incendi proseguirono per altri cinque giorni, poi si
spensero da soli. Non esisteva la possibilità di
fare alcuna opera di spegnimento, essendo distrutte le reti
idriche e quelle elettriche.
Per tre giorni le autorità chiusero il centro di
Dresda e bruciarono i cadaveri che ancora non erano stati
sepolti o interrati con calce e cemento. Il rischio di epidemie
era troppo grande per dare spazio alla pietà per
i defunti.
Questo fu Dresda: un orribile massacro, che non trovò
alcuna giustificazione dal punto di vista militare. Fu il
macabro record di disumanità, non eguagliato neanche
dai bombardamenti atomici sul Giappone, che causarono “solo”
150.000 morti.
Con la follia nazista il mondo conobbe senza
dubbio le mostruosità più atroci, e tutt’oggi
ci interroghiamo per capire, se mai lo capiremo, fino a
quali abissi può arrivare l’uomo.
Ma se l’abisso della crudeltà
ci spaventa, non meno quello dell’ipocrisia ci lascia
sgomenti.
Quando nell’ottobre del 1946
la Corte Internazionale di Norimberga giudicò i caporioni
nazisti colpevoli di crimini contro l’umanità,
su quei giudici aleggiavano dei fantasmi: Erano le centinaia
di migliaia di morti innocenti, che chiedevano una Giustizia
che, evidentemente, non è di questo mondo.