Marco Massignan
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30/12/2006
Il 17 luglio del 1794 le carmelitane di Compiègne salivano sulla ghigliottina cantando il Veni Creator.
Mano a mano che le loro voci si spegnevano, si affermava la testimonianza della loro fede.
Del resto, «chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna» (Giovanni 12, 25).
Sono salite sul patibolo cantando, sono morte cantando.
Hanno lavorato per Dio cantando.
La parola e le azioni, quindi: affermando la loro fede con fierezza e fermezza hanno reso la testimonianza più regale che essa comporta: la partecipazione al sacrificio di Gesù, in quella sacra comunione di desiderio propria dei viventi nel Corpo mistico di Cristo - il sangue dei martiri e il sangue divino versato dal Figlio.
In questo olocausto di oblazione totale della vittima a Dio sono presenti il perdono preventivo ed incondizionato dei nemici, la disponibilità aprioristica a porgere mitemente l’altra guancia e la remissione a Dio di ogni «vendetta» verso i carnefici.
La meravigliosa connessione tra il «dire» e il «fare» delle carmelitane di Compiègne è un paradigma tutto cristiano: l’amore che si vuole testimoniare, si mostra nelle opere.
«Pretiosa est in conspectu Domini mors sanctorum eius»: «E’ davvero preziosa agli occhi del Signore la morte dei suoi santi» (e la testimonianza dei suoi fedeli).
«Sanguis martyrum, semen christianorum» («il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani»): quanto sono vere - ancora oggi, soprattutto oggi! - queste parole di Tertulliano.
Nel mondo sono quotidiani gli assassinii di persone testimoni della loro fede cristiana.
Ed è proprio sul sangue dei martiri che i credenti debbono confidare: la Chiesa, mai come in questi ultimi decenni, ha posto sull’altare del suo Sposo divino il sangue non di migliaia, ma di milioni di martiri - altare di olocausti bagnato da una quantità di sangue innocente e prezioso offerto nel più assoluto silenzio, nella più tremenda ignavia.
Chi ha accettato Cristo, si aspetta anche la croce: sono tanti quelli che hanno rifiutato di piegarsi al culto degli idoli del ventesimo secolo, rigettando una logica estranea al Vangelo.
Le vittime (vescovi, sacerdoti, semplici laici), uccise in odio alla fede - dalla Rivoluzione messicana alla Guerra Civile spagnola, al comunismo ateo - sono l’emblema di quella gelosa fedeltà ai diritti di Dio e della propria coscienza - «bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini» (At 5, 29) - contro le usurpazioni di ogni Cesare terreno.
Solo nel Novecento (dati dell’Oxford University Press) i martiri cristiani di cui nessuno fa memoria ammonterebbero a 45 milioni di anime, che non entreranno mai nella storia, oltre ai perseguitati, agli oppressi, ai deportati.
Anche all’alba del Terzo Millennio - come ci ricorda Antonio Socci nell’impressionante saggio
«I nuovi perseguitati. Indagine sulla intolleranza anticristiana nel nuovo secolo del martirio» (Piemme, 2002) - i cristiani subiscono ancora persecuzioni cruente, costanti e diffuse: 160.000 vittime all’anno in Asia, America Latina, Nord Africa, Paesi Arabi.
S’impone una riflessione: non c’è pace senza giustizia, si dice.
C’è tutto un passato che sta lì a chiedere giustizia: in primo luogo la difesa della memoria, la difesa della dignità dei morti.
Tanti cattolici masochisti, che oggi sputano sul passato cristiano, dovrebbero solamente inchinarsi di fronte alla tragedia dei martiri cristiani.
Dal coraggio e dalla fermezza con cui i credenti sapranno testimoniare pubblicamente la propria fede - e qui ritorniamo all’intimo legame tra parola ed azione cui già accennavamo - germoglierà l’inevitabile rinascita religiosa e culturale del secolo XXI.
I martiri sono dei vincitori perché hanno disprezzato la vita fino a morire, dimostrandoci che il mondo non è tutto, ma che esso si apre su qualcosa che lo trascende.
La «saggezza» del martirio sta proprio qui: essa ci rende liberi di fronte al mondo - lo demitizza e, spogliandolo di qualsiasi preteso valore divino, ci vaccina dal rischio di inchinarci agli idoli di turno.
Mirabili in tal senso le parole di san Paolo: «Nessuno ponga la sua gloria negli uomini, perché tutto è vostro: Paolo, Apollonio, Cefa, il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro: tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio» (1 Cor. 3, 21-23).
Marco Massignan
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