Mai stanchi di vecchie menzogne


Maurizio Blondet
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E Bush ha ammesso finalmente, a mezza bocca, che le informazioni dell'intelligence erano «in parte errate».
Ma questa resipiscenza non piace ad Israele.

Ed ecco il generale israeliano Moshe Yaalon, insistere: «Saddam ha trasferito le armi in Siria in gran fretta, sei settimane prima dell'inizio della guerra», ha assicurato (1). «E nessun è andato in Siria a cercarle».
Armi chimiche, ha precisato.
Ecco una nuova scusa per aggredire la Siria, secondo gli ardenti desideri di Israele.
Il generale Yaalon è stato capo di Stato Maggiore fino al giugno 2005, ed ora è in pensione.
E non fa oggi che riecheggiare ciò che Sharon dichiarò il 23 dicembre 2002 ad una televisione israeliana: «le armi chimiche e biologiche che Saddam è riuscito a nascondere sono state trasferite in Siria».
USA e Israele non si stancano mai di ripetere le vecchie screditate menzogne per aggredire, tanto c'è sempre una rete mediatica servile che ci crede, o finge di crederci.


L'atteggiamento aggressivo verso Damasco s'è infatti intensificato.
Bush, nel discorso stesso in cui ha confessato le sue menzogne (accusandone ovviamente altri, i suoi servizi) ha intimato: «la Siria deve piegarsi alle risoluzioni 1559, 1595 e 1636 e porre fine ad ogni interferenza in Libano».
Il sabato prima, la Casa Bianca aveva emanato un'ulteriore ingiunzione: «la Siria deve smettere di perseguitare i siriani che cercano pacificamente di portare la democrazia nel loro Paese», con riferimento a detenuti politici in Siria.
Poco dopo il portavoce del Dipartimento di Stato Sean Mc Cormack ha definito il siriano «un regime oppressivo» che «ha mancato di cooperare pienamente all'inchiesta per l'assassinio di Hariri», inchiesta che si è sgretolata sotto le mani di Detlev Mehlis, il procuratore dell'ONU.
Secondo l'investigatore Wayne Madsen, a capeggiare questa nuova bordata di attacchi è John Bolton, famoso neocon, ebreo e ambasciatore USA all'ONU.
Bolton ha lavorato a stretto contatto con Mehlis per assicurare che il rapporto semifinale del procuratore additasse la Siria come colpevole dell'assassinio di Hariri.
Madsen cita invece «fonti dell'intelligence europea» convinte che l'omicidio di Hariri non fosse nell'interesse della Siria.
E convinte che l'assassinio sia stato messo a segno da una cellula di operazioni speciali del Pentagono appoggiata da agenti siriani ostili ad Assad (il dittatore di Damasco), da milizie cristiano-libanesi di estrema destra, collegate ad organizzazioni libanesi che in USA sono vicine ai neocon, nonché dalla rete del Mossad attiva in Libano.

Lo scopo dell'attentato «false flag» era quello di obbligare la Siria, sotto la pressione internazionale, a ritirarsi dal Libano, com'è infatti avvenuto.
Spiace aggiungere che Bolton sta agendo per portare al potere in Libano il vecchio generale Michel Aoun: già eroe della guerra contro l'invasione siriana, ora Aoun è (e ce lo confermano altre fonti indipendenti) una marionetta nelle mani dei neocon israelo-americani, che vede ingenuamente come suoi fidi alleati.
E' indicativo che il discutibile Mehlis abbia dichiarato che gli occorreranno altri due anni per completare la sua inchiesta contro la Siria.
E' una tattica concordata con Bolton: per tenere la Siria sotto pressione il più a lungo possibile, mantenerla al rango di paria della scena internazionale, e minacciarla quotidianamente di invasione. Fino ad invaderla, quando parrà possibile (data la miserevole situazione delle forze USA in Iraq) e opportuno.
A questo proposito, pare che un certo ritardo nei programmi d'aggressione siano determinati da esitazioni degli ambienti politico-militari israeliani.
Per alcuni generali ebraici, Assad è «il diavolo che conosciamo», debolissimo e manovrabile; mentre un'invasione può portare a un «cambio di regime» in senso non gradito ad Israele.
Altri sciiti legati all'Iran, dopo quelli che stanno per salire al potere in Iraq.

Per intanto, Bolton ha trasformato l'ambasciata USA presso l'ONU a New York in una camarilla di neocon miliziani libanesi e siriani «dissidenti»: una riedizione dell'Office of Special Plan del Pentagono, dove «consulenti volontari» come Richard Perle (protetto da Wolfowitz) prepararono la guerra all'Iraq, fornendo le note false informazioni e promuovendo a iracheno democratico il bancarottiere Chalabi.
Il 13 dicembre scorso Bolton ha dichiarato: «stiamo cercando tutti i modi per assicurarci che la pressione internazionale sulla Siria sia continua».
Due giorni prima, l'11 dicembre, Bolton accoglieva commosso la scrosciante ovazione della Zionist Organization of America (ZOA).
Di questa organizzazione (uno dei tanti bracci della lobby ebraica) è anima Douglas Feith, terzo viceministro del Pentagono dall'11 settembre fino alla compiuta invasione dell'Iraq, ebreo (si dice con doppia cittadinanza) e prominente neocon della cosiddetta «camarilla Wolvowitz».
Suo padre, Dalck Feith, è uno dei maggiorenti dello ZOA e in passato del Betar, l'organizzazione giovanile israeliana con simpatie mussoliniane , fondata da Zeev Jabotinsky.
Jabotinski fu un ammiratore sfrenato del fascismo e di Mussolini, da cui andò in ginocchio a chiedere che una «Legione ebraica» fosse addestrata dalle Camicie Nere.
Dalla formazione politica di Jabotinski, che si chiamava Partito Revisionista, è nato l'attuale Likud.

Ma negli ambienti ebraici americani si leva qualche voce critica sul modo maldestro con cui Bush sta conducendo le guerre per Israele.
Queste voci si sono levate durante la conferenza dell'American Jewish Committee pubblicata il 15 dicembre dalla rivista ebraica Commentary.
Titolo dell'incontro, nella «lingua di legno» neocon: «difendere e promuovere la libertà».
Qui Paul Berman, saggista liberal ma (in quanto israelita) favorevole all'aggressione dell'Iraq, ha lamentato che la Casa Bianca abbia «ridotto la lotta contro i movimenti fascisti e totalitari ad una semplice questione di egemonia americana».
William Buckley, fondatore della National Review (estrema destra) ha detto che Bush «non deve smorzare una visione che promuove una grande impresa».
E Francis Fukuyama ha incalzato: l'errore dell'amministrazione sta nell'aver confuso insieme la questione terrorismo ed armi di distruzione di massa con quella dell'Iraq e degli «Stati canaglia» (che non diffondono il terrorismo né hanno super-armi).
Robert Kagan (ebreo, era stato il primo, dopo l'attentato alle Torri Gemelle, a parlare dell'abisso fra Stati Uniti ed Europa) ha gettato acqua sul fuoco: «è troppo presto per dare giudizi finali su politiche che sono ancora in fase di realizzazione. Nel 1984 nessuno sapeva che cosa avrebbe prodotto la dottrina Reagan. Lo sviluppo della dottrina Truman non è stato affatto omogeneo e coerente. Potremmo essere ancora nelle prime fasi di questa nuova dottrina prodemocratica».
Per William Kristol (ebreo), direttore e fondatore di Weekly Standard, il settimanale americano più a favore della guerra, «la dottrina Bush è superiore a tutte le varie argomentazioni sofistiche disponibili», mentre Joshua Muravchik, ha sostenuto che c'è un deficit fra «giornalisti, studiosi, intellettuali, uomini d'affari, studenti, religiosi».
Ovvero è mancata una strategia pubblicitaria e morale di persuasione.

Martin Peretz, il direttore di New Republic, un settimanale liberal a favore della guerra irachena, ha insistito con la vecchia arroganza neocon: «chi si opponeva alla guerra è stato ugualmente disonesto nell'insistere sul fatto che una più intensa azione di negoziato multilaterale sotto la guida dell'ONU avrebbe persuaso Saddam a rinunciare alle sue terribili armi (sic). Se costoro l'avessero avuta vinta, e noi non avessimo invaso l'Iraq, Saddam Hussein sarebbe ancora al potere, a capo di uno Stato terrorista somigliante ad un autentico gulag (e non agli immaginari gulag di Guantanamo o Abu Ghraib), e la burocrazia globale di Kofi Annan, con tutto il suo seguito di amici personali (figlio compreso), si starebbe ancora riempiendo le tasche con il programma oil-for-food».
Il padrino dei neocon, Norman Podhoretz, ha parlato dell'«incapacità di chiamare il nemico e la guerra con i loro autentici nomi ha consentito all'opposizione di togliere l'Iraq fuori dal proprio contesto (ossia come soltanto un fronte di un conflitto molto più ampio) e di presentare la nostra campagna come una guerra senza alcun rapporto con l'11 settembre».
L'israeliano Nathan Sharansky ritiene che a Bush devono gratitudine «milioni di afghani e iracheni che non vivono più sotto la tirannia, i milioni di libanesi che hanno iniziato a costruire un Libano libero, e gli innumerevoli democratici che ora possono far sentire la propria voce in una regione un tempo caratterizzata soltanto dalla paura e dalla repressione. Sono loro i veri beneficiari della dottrina Bush, e non ho dubbi che l'America e il mondo sono molto più sicuri grazie ad essa». Infine l'editorialista iraniano del Wall Street Journal, Amir Taheri, che si è concentrato sulla repubblica islamica di Ahmadinejad: «oggi l'Iran gioca lo stesso ruolo che un tempo aveva l'Unione Sovietica, per quanto su una scala più modesta. Quando l'Unione Sovietica è crollata, tutta la struttura globale della sinistra totalitaristica è crollata insieme ad essa. Analogamente, se crolla la repubblica islamica dell'Iran, è probabile che crolli anche tutto l'edificio dell'islamofascismo».

Le critiche nascono dalla sensazione, che sta prendendo piede nell'area neocon israelita, di non riuscire a vincere la guerra della propaganda.
Gli USA combattono le guerre per Israele, ma la causa israeliana sta perdendo terreno nei cuori e nelle menti americane.
Così risulta da un sondaggio fra migliai di studenti universitari americani, condotto da «The Israeli Project» (un'ennesima filiale della solita lobby) e pubblicato col titolo «America 2020: How the Next Generation Views Israel».
Eccone la conclusione: «se la comunità filo-israeliana ha un compito primario nei prossimi anni, è come affrontare la crisi di comunicazione nei campus dove si prepara la classe dirigente americana. Non possiamo più ripeterci che le Ivy Leagues [le più elitarie università USA, Yale, Princeton, ecc.] sono le incubatrici di rumorosi ma minoritari estremisti [anti-israeliani] ? Fra pochi anni, le imprese USA saranno guidate da questi studenti più che da ogni altro segmento della popolazione americana. E crescerà il numero di funzionari del Dipartimento di Stato e diplomatici che hanno preso i diplomi e i pregiudizi di queste università. Gli studenti intervistati in questo sondaggio, quelli che dicono di simpatizzare con i terroristi suicidi palestinesi, non sono solo coloro che domani influiranno sull'opinione pubblica; sono coloro che domani prenderanno le decisioni. Purtroppo per noi, questo domani non è lontano: è questione di anni, non di decenni. Abbiamo dissipato il vantaggio culturale che è stata la nostra forza per cinquant'anni. Ora dobbiamo ripresentare la difesa di Israele su nuove basi, basi che i leader di domani possano capire e siano in accordo con i loro valori. E' in questione niente meno che l'alleanza dell'America con Israele».

Insomma: la lobby si è accorta che, identificando troppo la «causa d'Israele» con i circoli cristianisti e le masse super-conservatrici americane - in genere rurali, ignoranti e arretrate - hanno alienato la elite studentesca, molto meglio informata.
Che hanno controllato i media tradizionali, ma gli è sfuggita di mano internet, prima fonte informativa dei giovani colti.
Illuminante ammissione: coi giovani che si preparano a prendere il comando degli USA, le vecchie menzogne non funzionano più.
Sarà interessante ora osservare le conseguenze di questa presa di coscienza.
A quale metamorfosi la lobby si sottoporrà per scuotersi di dosso la screditata etichetta neocon e «crociata», e riciclarsi come una «sinistra» colta, raffinata, pensosa dei «valori sociali» - ma sempre a favore di Israele.
In questa prospettiva, è probabile si decida che la stella dei neocon più fanatici debba tramontare.
E forse che lo stesso Bush, ormai usurato e inutile - e soprattutto colpevole di aver perseguito «l'egemonia USA» più di quella israeliana - diventi «spendibile».
L'appoggio della lobby può abbandonare i repubblicani per i democratici.
Ci sono già in coda molti esponenti democratici di fiducia, «amici di Israele», pronti ad accollarsi questo compito.
Del resto già si parla di rimpiazzare l'inconcludente Rumsfeld, che ha trasformato la facile vittoria in Iraq in un disastro morale, propagandistico e militare, con Joe Liberman: l'ex candidato democratico alla vice-presidenza con Al Gore.
In quanto ebreo, Liberman garantisce di continuare la solita politica con mezzi migliori.
Del resto la fondatrice di The Israeli Project è Jennifer Laszlo Mizrahi, un'esponente democratica per Sion, di qualche fama.

Maurizio Blondet

 

 

Note
1) Ira Stoll, «Saddam's WMD moved to Syria, an Israeli says», New York Sun, 15 dicembre 2005.