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IL RITORNO DI DIONISO di Michael E. Jones è un pensatore cattolico di Filadelfia (Pennsylvania), nato nel 1948 da una famiglia di origini tedesche ed irlandesi. Come biografo del cardinale John Krol (1910-1996) ebbe accesso ad un grande giacimento di documenti conservati negli archivi arcivescovili, documenti che gli svelarono aspetti sconosciuti ed allarmanti della storia culturale americana.

Quell’esperienza di studio lo convinse che gli Stati Uniti erano da tempo teatro di una politica statale anticattolica, appoggiata sia dalla destra cosiddetta conservatrice che dalla sinistra liberal. Osservò le analogie con eventi passati, accaduti nelle nazioni europee, come per esempio il «Kulturkampf» tedesco.

A partire dai primi anni Novanta dedicò pertanto le sue energie allo studio delle guerre culturali («culture wars» e «culture revolution» sono termini chiave nell’opera di Jones) scatenate contro il cattolicesimo, la sua visione del mondo e contro tutto ciò che gli intellettuali della destra di un tempo definivano «tradizionale».

L’opera di Jones, sviluppatasi con gli strumenti del pensiero cristiano classico, di straordinario spessore culturale, lucida, profonda ed originale nella critica alla società secolarizzata, esce a quel punto dai confini nazionali statunitensi per comprendere ogni parte del mondo «occidentale» e l’intera «civiltà dello spettacolo».

Jones mette a punto un suo metodo caratteristico [che è insieme moderno e antico, ma poco usato oggi dopo che s’è imposta la convinzione che la vita sia staccata dal pensiero, che il pensiero di un intellettuale non abbia alcuna relazione con la sua vita morale, che la vita di un pensatore sia irrilevante per spiegarne le idee]: studiare cioè la biografia di intellettuali influenti rapportando la loro opera, le loro teorie, le loro idee, con le passioni che dominarono le loro vite. Già Agostino nella «Città di Dio» scrive che tutti dobbiamo scegliere: subordinare i desideri alla verità o viceversa. Gli intellettuali devono fare questa scelta come tutti. Nel primo caso, lo studio della loro biografia risulta irrilevante. Nel secondo caso è fondamentale.

Jones sostiene che le idee rivoluzionarie spesso sono la razionalizzazione di conflitti personali, di conflitti di carattere morale, e che l’idea rivoluzionaria sia il modo di affrontare e di superare quei conflitti rompendo con i precedenti sistemi di valori. I personaggi sui quali Jones ha applicato questo metodo di analisi sono soprattutto quelli appartenenti alle generazioni che vanno dalla seconda metà dell’Ottocento agli anni Quaranta del Novecento e che hanno ridefinito i canoni del gusto occidentale. Ciò che li accomuna tutti è il desiderio di sottomettere i valori, soprattutto quelli religiosi, ai loro desideri.

Così lo studio delle loro scelte, dei loro modi di vivere, è diventato il modo migliore per spiegare le loro teorie. Che, in molti casi, sono la razionalizzazione, quasi la giustificazione a posteriori, dei loro comportamenti. E se la cultura si stacca dal modello della «Città di Dio», deve ovviamente adottare quello della «Città dell’Uomo». La legge dell’amore e del servizio è sostituita da quella del dominio sugli altri.
 

LA FABBRICA DEI DIVORZI - Il diritto contro la famiglia

Famiglia: politiche familiari La copertina del volumeDalla prefazione di Claudio Risè:

"Dopo quasi quarant'anni dall'introduzione della legge Fortuna-Baslini, fino a che punto il divorzio ha trasformato la società italiana? Che ne è rimasto del matrimonio tradizionale, e quali sono le prospettive future della famiglia? E' anche per rispondere a queste domande che questo libro descrive la realtà delle separazioni coniugali e dell'affidamento dei figli, in Italia, nel primo decennio del XXI secolo.

Si tratta di elementi utili per un bilancio ormai non rinviabile. A giudicare, infatti, dal numero enorme dei fatti di sangue connessi alla disgregazione dei nuclei familiari, e dai malesseri gravi di cui soffrono le persone coinvolte, a cominciare dai minori, il prezzo pagato anno dopo anno per la conquista "civile" del divorzio è davvero molto alto.
Nel frattempo, in tutto il mondo occidentale, la prima generazione che ha conosciuto il divorzio di massa dei propri genitori è diventata adulta. Chi ne fa parte tende a replicare la tendenza all'instabilità familiare che ha conosciuto fin da bambino, o a evitare ogni forma di unione riconosciuta, per non ripetere quell'esperienza traumatica.
Il fenomeno occidentale dello "sciopero matrimoniale", o marriage strike, nasce proprio da questo stato d'animo. Le conseguenze di tutto ciò sia sulla natalità sia sulle angosce dei figli circa la "tenuta" della coppia genitoriale sono molto profonde, ed ancora difficili da valutare pienamente.
Così come difficile da valutare è lo stesso futuro di quella che appare, oggi, come una vera e propria società post-matrimoniale.
Nel frattempo, è necessario osservare il fenomeno in modo nuovo, senza più i pregiudizi ideologici degli anni settanta del secolo scorso, che invece sovrabbondano ancora. E' in quest'ottica (secondo lo stesso autore
"politicamente scorretta"), che il libro intende verificare la fondatezza dei luoghi comuni della società divorzista, partendo dal consiglio evangelico secondo il quale è dalla bontà dei suoi frutti che si riconosce la verità di una profezia.
Dal crollo demografico all'aumento dell'instabilità economica, dall'impoverimento dei giovani fino al dilagare dei cosiddetti "oceani di sofferenza", nelle pagine seguenti si cerca di squarciare il velo sulle vere cause di questi fattori di crisi. Finendo col suggerire l'idea che l'istituto del divorzio debba essere ripensato dalle fondamenta, prima che la società occidentale ne venga travolta.
Il libro parte dunque dall'esame di ciò che avviene ogni giorno nei Tribunali e negli studi degli avvocati, dove la "fabbrica dei divorzi" si muove secondo una logica ferrea ed univoca, da catena di montaggio. Dai fatti raccontati risulta con chiarezza quanto sia opportuno che tutti gli operatori di questo settore - avvocati, magistrati e consulenti - rivedano i loro modi di pensare e di agire.
In seguito, il discorso viene esteso all'intera cultura occidentale, alla ricerca di come e dove tutto sia iniziato. Ne risulta, soprattutto, che è il ritorno della figura del padre - segno di autorità, di stabilità, di ordine (ma anche di autentico sguardo verso il futuro) - ciò di cui la nostra società ha più profondamente bisogno.
Su un piano più strettamente giuridico, si tenta poi di rompere il tabù dell'intangibilità della legge sul divorzio, indicando modelli come il cosiddetto covenant marriage, sempre più diffuso negli Stati Uniti, per riscoprire in essi il significato più profondo del matrimonio. Da tutto ciò prende infine forma una sorta di decalogo ideale per gli operatori del diritto, utile a tutti coloro che vogliono capire meglio le conflittualità coniugali, con il quale affrontare il quotidiano in modo diverso, mediante un'opzione più consapevole in favore della funzione della famiglia.
L'autore del libro è un avvocato civilista. Pur conoscendo tutti gli aspetti del fenomeno, egli tiene a rifiutare per se stesso l'etichetta di "matrimonialista" o di "familiarista", proprio in quanto pensa che la mentalità ristretta degli specialisti che si occupano del problema dovrebbe essere profondamente rivista.
Il libro, tuttavia, non è destinata unicamente agli specialisti del diritto ed agli operatori dei servizi sociali, né ai soli esperti di psicologia della famiglia. Tutti coloro che nella loro vita sono entrati in contatto con la "fabbrica dei divorzi", per esperienze personali o di lavoro, potranno qui trovare un modo diverso di guardare ad un fenomeno che, nonostante la sua imponenza e drammaticità, per molti versi è ancora inesplorato.
Dai racconti e dalle argomentazioni del libro, appare chiaro che la realtà del divorzio ancora oggi è coperta dalla nebbia dei pregiudizi ideologici e dei luoghi comuni. Esattamente come l'iceberg al quale si avvicinavano i passeggeri che ballavano sul ponte del Titanic".

Da "La Fabbrica dei Divorzi", pagg. 275-276:

" ... le situazioni di conflitto tra coniugi esistono da quando esiste la famiglia. Cioè, dalla notte dei tempi, in ogni civiltà che sia mai sorta su questa terra, senza alcuna eccezione. Nella nostra società occidentale, così evoluta ed emancipata, oggi sarebbe possibile affrontare questi conflitti con un grado di tutela per il coniuge più debole che ancora cinquant'anni fa - quando ancora si discuteva dell'esistenza di un "diritto di correzione" del marito nei confronti della moglie - sarebbe stato inconcepibile. E invece, piuttosto che cercare un modello di società che sappia garantire in modo più avanzato l'alleanza naturale tra uomo e donna, l'Occidente divorzista ha costruito un sistema che mette i due sessi l'uno contro l'altro, esaltando le ragioni egoistiche di ciascuno.
In fondo, per chi sa osservare la realtà senza pregiudizi, basterebbe un minimo di esperienza per capire che in definitiva la gente oggi divorzia così facilmente soltanto perché può farlo. Sono ormai in pochissimi quelli che riescono a farsi aiutare, in quanto abbiano trovato qualcuno che abbia saputo indicare loro una diversa soluzione. Peraltro, ai nostri giorni sono ancora meno - in una società dove ormai da due generazioni un giovane su tre, e anche più, cresce assieme alla sola madre - quelli che hanno ricevuto fin da piccoli un'educazione di base sufficiente per saper fare famiglia, per quando nella vita dovrebbe venire il proprio turno.
Così, i luoghi comuni... si sono trasformati - non solo per gli interessati ma anche per i loro avvocati, e per tutti gli altri operatori del sistema - nei criteri di fondo che tuttora rendono assai prospera e apparentemente invincibile la fabbrica dei divorzi.
In sintesi, possiamo dire con certezza che la teoria del divorzio come male minore, nella maggior parte dei casi, rappresenta solo un falso pregiudizio per offrire un alibi alla coscienza di chi quel divorzio lo vuole, così come delle altre persone che vengono coinvolte. Però è proprio quel pregiudizio che attira milioni di persone e i loro figli nel tritacarne divorzista. Il più delle volte, senza che alcuno di essi riesca mai a incontrare, dall'inizio della crisi fino ai suoi esiti più rovinosi, qualcuno che sia in grado di offrire in modo credibile un'alternativa.
O almeno - come si diceva in precedenza - che sia in grado di dirgli qualche "no", che poi è il principio di ogni percorso educativo.
Perché, alla fin fine, si tratta solo di un problema di educazione".

Da "La Fabbrica dei Divorzi", pag. 25:

"... Da pietosa esigenza per legalizzare situazioni eccezionali, nate da matrimoni tragicamente sbagliati, il divorzio si è dunque trasformato in un diritto insindacabile della persona. Un diritto che l'autorità pubblica si sente tenuta a riconoscere e garantire - e persino favorire - nel modo più ampio possibile. Nel nuovo sistema giudiziario, "la famiglia, in definitiva, tende a porsi in funzione della persona", ha riconosciuto Cesare Massimo Bianca, autore di un trattato di diritto civile che risale agli anni '80 ed è considerato tuttora tra i più autorevoli.
In quest'ottica, la "liberazione" dell'individuo dai legami familiari è stata assecondata come un processo positivo. La visione di fondo è diventata quella del primato dell'individuo, da liberare dalla potenzialità oppressiva della famiglia tradizionale, vista come espressione di un passato autoritario.
Se quasi cinquant'anni fa il giurista Arturo Carlo Jemolo, con espressione che fece epoca, sosteneva che la famiglia è un'isola che il mare del diritto dovrebbe solo lambire, oggi invece si può ipotizzare che la prassi giuridica in tema di separazione coniugale, divorzio e affidamento dei figli minori abbia invece contribuito non poco a sommergerla".

Massimiliano Fiorin, LA FABBRICA DEI DIVORZI - Il diritto contro la famiglia, Edizioni San Paolo, settembre 2008, ISBN 978-88-215-6313-3, pag. 304, euro 18,00

 

Centro studi Giuseppe Federici - Per una nuova insorgenza
www.centrostudifederici.org

Segnalazioni librarie - il crimine dell’aborto

Mario Palmaro, ABORTO & 194. Fenomenologia di una legge ingiusta, Sugarco 2008, pp. 270, euro 18,00
L'aborto è l'uccisione di un essere umano innocente. Questa verità può esser detta in molti modi e con molte intenzioni diverse: per il gusto un po' feroce di ferire e umiliare la donna che ha abortito; o per il desiderio sincero e amorevole di salvare un innocente da una fine terribile, e una madre da un rimorso oscuro quanto palpabile. Ma poi, alla fine, contano i fatti. E il fatto rimane sempre quello: con l'aborto si uccide. Questo vuole essere un libro onesto, al punto da trarre con rigore tutte le conseguenze logiche che la ragione ci impone: se l'aborto uccide, e uccide un innocente, non può essere giusto che la legge - in Italia la 194 del 1978 - consenta alla donna di praticarlo. Lo scandalo non è che una donna possa essere tentata di abortire. Perché ogni giorno, ogni ora, ogni minuto, un uomo è tentato di uccidere, rubare, tradire, violentare, sfruttare, mentire, uccidersi. Lo scandalo è che una società e uno Stato possano dire a quella donna: "Ecco, accomodati, ti ho preparato un luogo pulito e sicuro dove tu possa farlo gratuitamente".

Francesco Angoli (con C. Baccaglini e A. Pertosa), Storia dell’aborto, Fede e Cultura 2008, pag. 96, euro 9,50
Fin dal concepimento vi è una vita che corre verso l'avvenire: a 18 giorni iniziano i primi battiti cardiaci; ad un mese e mezzo i ditini si precisano, con le loro impronte digitali, già inconfondibili ed uniche; a due mesi vi è una creatura perfettamente simile ad un grande ("Eccomi qua"), che misura tre centimetri, ma ha una precisione assoluta. A tre mesi il bimbo è alto circa 8 centimetri, vive una vita sua, in stretto collegamento con quella della mamma: si sveglia se si sveglia lei, la ascolta parlare o cantare, fa le capriole, scalcia, sembra addirittura che distingua il dolce dall'amaro, che si lasci cullare dal battito del cuore della madre e che sogni…Una vita così possiamo sopprimerla? Chi e come, nella storia, ha ritenuto giusto farlo? A questa e a molte altre domande, questo libro cerca di dare una risposta.

 

Il nuovo libro di Alberto Rosselli: "Essere Cristiani in Cina"

Breve storia di una comunità spirituale sempre in bilico tra annientamento e speranza.

Sebbene la Repubblica Popolare Cinese continui a dichiararsi un Paese ateo, in realtà esso conta al suo interno una popolazione religiosa costituita da ben 540 milioni di individui (su un totale di 1 miliardo e 300 milioni di abitanti) dei quali, tuttavia, soltanto 300 milioni dichiarerebbero apertamente la propria fede per non incorrere in discriminazioni da parte dello Stato. Nonostante l’articolo n. 36 della Costituzione consenta a tutti i cittadini di esercitare “libertà di credo”, in questo vasto Paese l’essere professanti costituisce ancora un handicap di non poco conto, un effettivo status di ‘diversità’ che può precludere il beneficio dei più elementari diritti umani. Una situazione dolorosa e paradossale se si considera che a partire dagli anni Novanta in Cina nessuno crede più al mito del comunismo.
E mentre il patrimonio culturale del socialismo maoista si sgretola di fronte all’epocale mutazione capitalista di questo immenso Paese, i vertici di Pechino si trovano a dovere fronteggiare – spesso con la violenza - una temuta realtà, fino ad appena un decennio fa totalmente inimmaginabile, cioè la spontanea rinascita tra le masse - disgustate dalla crescente corruzione delle istituzioni e deluse dal tradimento degli impossibili ideali di giustizia sociale predicati per decenni dallo stato materialista - del sentimento religioso. Quello che oggi reclamano milioni di giovani cinesi, soprattutto giovani, assetati non soltanto di facile e aleatorio benessere materiale, ma anche di dignità e autentica giustizia.

 

Plagiata

Giovane, bella, finita nelle grinfie di un "santone": Claudia V racconta il suo incubo in un libro.
Aveva 21 anni. Era bella, timida, amichevole, docile e molto, troppo ingenua. Al punto da scambiare un abile manipolatore per un santo, annullando la propria vita per diventare sua schiava. Oggi è una donna scontrosa deformata dalle medicine contro l’Hiv, con una forte nostalgia per il corpo di un tempo e la sicurezza di non fare più l’amore con nessuno.
Ecco le conseguenze dei dieci anni di orge e donazioni obbligate (fino a un ammontare di 100 milioni di lire) subite da Claudia V., autrice di “Plagiata”, diario fresco di stampa per la casa editrice Mondadori. “Diversi squarci di vita realmente vissuta”, raccontati per liberarsi attraverso la scrittura dal dolore patito e “per offrire una presa di coscienza alle vittime e ai loro cari perché prendano il coraggio per denunciare”.
Presentata da un amico appassionato di esoterismo al mago Demos, che durante il primo incontro finge di essere posseduto da Dio (“il Padre”), Claudia, debole psicologicamente per i problemi di salute della madre, cade immediatamente in una trappola dalla quale uscirà solo dieci anni dopo.
“Demos sembrava in preda a una vera e propria possessione spiritica. Una sorta di sdoppiamento della sua identità”, scrive in merito al primo incontro con il manipolatore. “La sua voce era cavernosa, lo sguardo assente e al contempo acuto. Il suo linguaggio era solenne, a tratti arcaico, sembrava proferire parabole lette dai Vangeli. Da quel momento in poi, nei momenti di possessione spiritica, Demos doveva essere chiamato il corpo, io ero la pecorella smarrita e il corpo mi avrebbe aiutato a salvarmi mentre lui, il Padre, l’entità che mi stava parlando, sarebbe intervenuto nei momenti di bisogno”.

Demos diventa così in breve tempo il suo unico confidente e tronca ogni suo slancio e ogni sua nuova amicizia. “A 21 anni avevo una cotta per Leo e ne avevo parlato a Demos. Ma non poteva accettare che io rimanessi affezionata a quel ragazzo, così pensò bene di convincermi che Leo mi stava colpendo con una fattura. Mi spiegava dei concetti in modo caotico appositamente per crearmi confusione. E funzionava”. Con la scusa di compiere strani rituali, chiamati da Demos "le opere", il mago inizia ad abusare sessualmente di Claudia, a costringerla ad acquistare biancheria intima “preferibilmente in raso, tessuto lucido e scivoloso al tatto”, a prestarsi a posare per film e foto pornografiche (utilizzate dal manipolatore per organizzare gli incontri con altre coppie all’insaputa dell’ignara vittima) e a lasciare somme di denaro di entità variabile per acquistare i materiali per fare i iriti. “La cifra più alta da pagare in un’unica soluzione è stata di 9 milioni di lire per un viaggio in Brasile allo scopo di acquistare una radice rarissima”, racconta Claudia. Che in tutto ciò prima rimane incinta e abortisce, poi si infetta di Hiv.
Infine, grazie all'aiuto delle persone più vicine, riesce a svegliarsi dal suo incubo e a denunciare il suo oppressore.
Ora, a quattro anni dalla sua denuncia, il processo è iniziato. Demos è stato in regime di carcerazione preventiva per sei mesi durante lo svolgimento delle indagini e ora è libero, in attesa della sentenza. “E la giustizia presto o tardi lo raggiungerà”. Almeno, Claudia ci crede “fermamente”.
Claudia V.

"Plagiata"

Casa editrice Mondadori
Pagine 275
Prezzo di copertina 16,50 euro

 

Il libro nero della Rivoluzione. La Bastiglia aprì la via al Gulag

 di Giovanni Sallusti

Fa discutere il volume sulla Francia giacobina. Culla della moderna democrazia o feroce strage? Gli autori: la politica della ghigliottina è l’antenata del comunismo.

«Il governo rivoluzionario è debitore, nei confronti dei buoni cittadini, di tutto l’appoggio della nazione, mentre ai nemici del popolo deve nient’altro che la morte». Così Robespierre difese il Terrore il 25 dicembre 1793, davanti alla Convenzione nazionale. Cosa fu il Terrore: necessaria difesa della Repubblica o macchina di morte manovrata da una élite sanguinaria? Deviazione dai princìpi del 1789 che ispirarono la "Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e del cittadino" o loro figlio legittimo? Un libro appena uscito in Francia riapre la discussione. "Le livre noir de la Révolution francaise" (Editions du Cerf, pp. 882, euro 44) richiama ovviamente quel "Libro nero del comunismo" che una decina d’anni fa fu accolto con fastidio dall’intellighenzia progressista europea. Non a caso uno dei 47 studiosi che ha dato vita a questa monumentale opera collettiva è Stéphan Courtois, curatore di quell’atto d’accusa al totalitarismo "rosso". Questa volta si tratta di rimettere in prospettiva il fenomeno storico, pressati da una domanda: perché una Rivoluzione che si pretendeva figlia dei Lumi e di Voltaire (quello che diceva «non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu lo possa dire») finì per celebrare le virtù della ghigliottina?

La «dissuasione dei Vandeani»

Per rispondere all’interrogativo, i contributi dei vari autori smontano pezzo per pezzo il puzzle costruito dalla mitologia "républicaine". I massacri della Vandea, anzitutto. I contadini di questa regione insorsero, nel marzo 1793, contro la decisione della Convenzione di arruolare a forza 300 mila uomini da gettare nella guerra contro Austria e Prussia. Un rapporto della Convenzione diceva a chiare lettere che «non c’è alcun mezzo di riportare la calma in quella regione che facendone uscire quelli che non sono colpevoli, sterminandone il resto, e rimpiazzandolo con dei repubblicani che difenderanno il loro Paese». Perfino Bertrand Barère, il membro "ondeggiante" del Comitato di Salute pubblica, perde il suo proverbiale sangue freddo e intima: «Distruggete la Vandea!». Il generale in capo dell’Armata dell’Est, Turreau, conferma gelido: «La Vandea deve diventare un cimitero nazionale». Il giacobino Jean-Baptiste Carrier esplode quasi esasperato: «Che non ci si venga più a parlare di umanità verso questi feroci vandeani: devono essere tutti sterminati!». E sterminio fu.

Si portano in giro le teste mozzate

Jean Tulard, docente alla Sorbona e all’Istituto di Studi politici di Parigi, fra gli autori del "Livre noir", ha spiegato in un’intervista alla rivista AF2000: «Il Terrore è irriducibile agli "eccessi". Dal 14 luglio, quando la folla porta a spasso la testa di Launay (governatore della Bastiglia, ndr), ha il solo scopo di azzerare le resistenze. Quando si conducono i condannati dentro una carretta per chilometri prima di arrivare al patibolo, noi abbiamo già a che fare con un sistema terrorista». Anche gli annegamenti degli oppositori a Nantes (circa 3 mila persone), pianificati dallo stesso Carrier che inneggiava al macello in Vandea, furono "dissuasivi": «Quando i pescatori seduti sulle rive della Loira hanno visto passare i cadaveri a pelo d’acqua hanno dovuto temperare i loro sentimenti contro-rivoluzionari». C’è naturalmente la persecuzione contro la Chiesa. Migliaia di teste cadute all’interno del clero "refrattario", quello cioè che non aveva prestato il giuramento di fedeltà al documento di "Costituzione civile del clero" approvato dall’Assemblea Costituente nel 1790.

Le ceneri di Montesquieu

In parallelo, la furia rivoluzionaria si accanì anche contro il patrimonio artistico francese, colpevole di rinviare troppo all’Ancien Régime. A Parigi ne fecero le spese la chiesa des Bernardins, la biblioteca di Saint-Germaindes-Prés, le statue dei re sulla facciata di Notre Dame. Le ceneri di molti grandi uomini furono gettate nella Senna o nelle fogne. Anche quelle di Montesquieu, non a caso teorico dello Stato liberale basato sull’"equilibrio" dei poteri. Altro tasto su cui battono gli autori del "Livre noir": le analogie con i totalitarismi del Novecento, il nazismo ma soprattutto il comunismo di stampo sovietico. Sistematizzazione della politica del Terrore, omicidi delle famiglie regnanti, attacchi contro i religiosi, utilizzo della guerra per militarizzare e purgare la società, sacralizzazione della violenza. Tutte arti in cui i bolscevichi andranno oltre, ma fu Lenin a richiamare il precedente come esempio da superare: «La ghigliottina non era che uno spauracchio che spezzava la resistenza attiva. Questo non basta. Noi non dobbiamo solo spaventare i capitalisti, cioè far loro dimenticare l’idea di una resistenza attiva contro di esso. Noi dobbiamo spezzare anche la loro resistenza passiva». Dalla ghigliottina al Gulag. Ovvio che tesi del genere abbiano scatenato un polverone Oltralpe. Dove la retorica repubblicana è bipartisan. Anche Le Figaro, giornale della destra francese, ha stroncato le "Livre noir", chiedendosi: «Lo spirito totalitario non è morto. Bisogna prendersi il rischio di risvegliarne il cadavere rianimando un dibattito che era stato vinto (una volta tanto) dal campo liberale e chiarito?».

La risposta alle polemiche

Il radical-chic Le Nouvel Observateur ha invece attaccato frontalmente il libro, con lo sferzante titolo "Non, Danton n’est pas Hitler!" (No, Danton non è Hitler), pur ammettendo che c’è un fondo di verità. Alle critiche ha risposto tra gli altri lo storico Jean Sévillia, autore di uno dei contributi al testo: «L’iconografia ufficiale, quella dei manuali scolastici, quella della televisione, mostra gli avvenimenti del 1789 e degli anni seguenti come il momento fondatore della nostra società, cancellandone tutto ciò che vogliono occultare: il Terrore, la persecuzione religiosa, la dittatura di una minoranza, il vandalismo artistico». Da cui l’idea-base del "Livre noir": «Mostrare l’altra faccia della realtà e ricordare che c’è sempre stata un’opposizione alla Rivoluzione francese, ma senza tradire la Storia». La Storia, per inciso, dice che dal caos rivoluzionario scaturì il primo dittatore moderno, Napoleone Bonaparte.

E Lenin prese a modello la dittatura di Robespierre e Saint-Just
di Francesco Perfetti

Un grande storico francese, Hyppolite Taine, lo aveva già detto in un’opera monumentale, ma di grande fascino anche letterario, scritta in più volumi nell’ultimo scorcio dell’Ottocento: «Le origini della Francia contemporanea». Aveva posto la «grande rivoluzione» sul banco degli accusati e fatto notare come l’anarchia rivoluzionaria avesse, nel sangue, eliminato le élites naturali del Paese sostituendole con la «feccia» e la «canaglia antisociale». Sottoposta, così, al «governo rivoluzionario», la Francia era diventata simile a una «creatura umana costretta a camminare sulla testa e a pensare con i piedi». Un altro storico, questa volta del Novecento, anch’egli dallo stile elegante e vigoroso, Pierre Gaxotte, Accademico di Francia, in una fortunatissima ricostruzione critica degli eventi della Rivoluzione francese non è stato più tenero. Ha fatto vedere come, dopo il crollo dell’austero e glorioso edificio dell’«Ancien Régime», la Francia rivoluzionaria, preda di furori ideologici e immersa nell’irreligiosità, fosse finita nelle mani di un gruppo di fanatici, nella migliore delle ipotesi (il caso di Danton) politicanti scaltri; nella peggiore (il caso di Marat) criminali puri. Ma soprattutto ha illustrato il fenomeno del progressivo scivolamento del moto rivoluzionario, frutto dell’ideologismo astratto covato nei circoli illuministici e nelle «società di pensiero», verso il «comunismo dittatoriale» e verso una società fondata sul «terrore comunista» imposto dai giacobini e destinato a lasciare dietro di sé soltanto rovine. Taine e Gaxotte sono soltanto due degli storici che hanno combattuto contro la mitizzazione della Rivoluzione francese, ad opera di una storiografia ufficiale e agiografica. Tuttavia, molti altri studiosi e intellettuali, di estrazione politica e di formazione storiografica diverse, potrebbero essere evocati, dall’Ottocento a oggi, e inseriti in una ideale linea di revisione critica del giudizio storico sul fenomeno rivoluzionario francese: una linea che, partendo dalle "Riflessioni sulla Rivoluzione francese" di Edmund Burke e passando attraverso gli studi Alfred Cobban e François Furet, giunge fino a comprendere i quarantasette autori di "Le livre noir de la Révolution française". L’approccio di questi ultimi è tuttavia particolare: essi non propongono una ricostruzione critica complessiva della Rivoluzione, ma ne approfondiscono alcuni aspetti, quelli più luciferini: il vero e proprio genocidio vandeano, il tentativo intriso di sangue di sistematica distruzione del cristianesimo e della sostituzione a esso di una religione laica, la creazione di una società comunista e totalitaria, l’istituzionalizzazione del terrore come pratica di governo. Che esista una continuità fra la Rivoluzione francese e la Rivoluzione russa non si può più porre in dubbio. Le analogie sono state evidenziate dalla storiografia. Ma, al di là delle ricerche, sarebbe stato sufficiente, per giungere alla conclusione, fare un parallelismo fra la stagione del Terrore rivoluzionario del 1793-1794 e il Terrore sovietico degli anni Venti e fare, ancora, un parallelismo fra le persecuzioni antireligiose. Del resto, non c’è da meravigliarsi. Lenin è stato sempre un dichiarato ammiratore della Rivoluzione francese al punto da evocare, con bramosia, la «violenza rivoluzionaria», il Terrore e «molte Vandee» e ha eletto come modello ideale la dittatura di Rebespierre e Saint-Just. Ma dire Lenin significa anche dire Stalin perché esiste una linea di continuità all’interno del comunismo, una linea che non può essere smentita dagli artifici dialettici di una storiografia progressista dalla cattiva coscienza. Anche il Terrore di Stalin, degli anni Trenta, si inserisce bene nella analogia e nella continuità. Dimostra che la Rivoluzione è pronta a divorare i suoi stessi figli. Come accadde anche in Francia. Un romanzo bellissimo di Anatole France lo afferma già nel titolo: «Gli dei hanno sete». E sono le divinità della Rivoluzione. «Le livre noir de la Révolution», insomma, ci fa capire o ci ricorda, che dietro il secolo dei totalitarismi e degli orrori c’è il secolo della Rivoluzione francese.

 

Palestina, una terra troppo promessa

Vogliamo segnalare la pubblicazione di un libro, che è uno studio sull'attualissimo e nello stesso tempo antico conflitto in Palestina, dal titolo "Palestina, una terra troppo promessa", è edito con la casa editrice Controcorrente.
Il costo è di 10 euro, più le le spese di spedizione. L'autrice è la Dott.ssa Antonella Ricciardi, giornalista pubblicista.
www.antonellaricciardi.it

Rifacendosi soprattutto a fonti israelo-sioniste, ma anche delle più varie provenienze, italiane ed internazionali, senza distinzioni di colore politico, l'opera mette in luce quanto uno degli aspetti più sconcertanti del modo con cui i poteri forti trattino del conflitto in Palestina sia la continua rimozione del passato: ciò, naturalmente, perchè una profonda disamina degli avvenimenti, prossimi e meno recenti, metterebbe inevitabilmente in luce l'illegittimità storica della presenza sionista in Palestina. Un argomento spesso usato per tale (voluta) rimozione è dato dalla considerazione che furono gli arabi a rifiutare la spartizione della Palestina, sancita dall'O.N.U. nel 1947 e realizzatasi nel 1948, con la creazione dello Stato d'Israele. Si affermava spesso, inoltre, che i palestinesi fossero sempre stati una parte indistinta del mondo arabo, senza sentire l'esigenza di un proprio Stato, salvo poi avvertirla per puro spirito di contrapposizione ai coloni ebrei sionisti. Queste obiezioni tuttavia ignorano che la Palestina avesse già una sua identità geopolitica al tempo dell'Impero Ottomano, mentre altre identità erano ancora in formazione: ad esempio il Libano era diviso in varie regioni a sè stanti, tra cui il Monte Libano, la zona a maggioranza drusa dello Chouf, ecc.... Inoltre, seguendo una filosofia affermativa, non rinunciataria, questo libro evidenzia la giustezza del sostegno al principio dell'autodeterminazione dei popoli, in modo tale che ogni popolazione possa liberamente scegliere, senza subire imposizioni colonialistiche, se considerarsi parte integrante di una comunità nazionale più vasta e composita, o se decidere di essere una nazionalità indipendente, a sè stante. Particolare attenzione viene anche riservata alla rimozione concernente il fatto che gli ebrei originari della Palestina fossero solo il 10% della popolazione in epoca ottomana, saliti poi al 30% per l'immigrazione sionista, spesso illegale, all'epoca della spartizione della Palestina, che risulta chiaro, a questo punto, essere stata un crimine, ottenuta inoltre con scandalose pressioni americane, favorite da interessi economici e dall'aberrazione "cristiano-sionista" (secondo molti, in realtà di tipo anticristiano). Di fondamentale importanza, per comprendere nel profondo la questione, sono anche i passaggi relativi alla circostanza che i dirigenti sionisti fondino la propria identità nazionale solo sulla religione, non accordando la possibilità di emigrare in Israele a persone di origine ebraica ma di religione diversa da quella israelitica... quegli stessi dirigenti israeliani che avrebbero voluto includere nel loro Stato, oltre all'intera Palestina storica, anche porzioni di Libano, Giordania (allora denominata Transgiordania), Iraq, Siria, ed Egitto, per aumentare le proprie disponibilità idriche: intenzione evidente anche nelle bande della bandiera israeliana, che indicano i confini "relitti" che sarebbero dovuti essere d'Israele: dal Nilo all'Eufrate... Palese appare, inoltre, che le classi dirigenti di Tel Aviv, senza distinzioni di destra e di sinistra, abbiano cercato di ottenere il maggior numero di terre possibile col minor numero di arabi possibile: per questo avevano colonizzato e non annesso Cisgiordania e Striscia di Gaza, per questo avevano annesso Gerusalemme Est ed il Golan, nonostante annessioni e colonizzazioni siano illegali. Per questo, appare ancora evidente, sarà il ritorno dei profughi palestinesi (da tanti opinionisti conformisti, non a caso, avversato), a portare ad unico Stato di Palestina, nel quale ogni sua etnia possa vivere in una terra libera, laica, e veramente indipendente.

Antonella Ricciardi

 

LA PERSECUZIONE DEI CATTOLICI NELLA SPAGNA REPUBBLICANA

(1931 – 1939) - Autore: Alberto Rosselli - Edizioni Solfanelli, 2008

Prefazione di Mario Bozzi Sentieri

«Mai nella storia d’Europa e forse in quella del mondo, si vide un odio così accanito per la religione e i suoi uomini.» Così scrisse uno dei più noti studiosi della guerra civile spagnola, il laburista inglese Hugh Thomas, a proposito della persecuzione anti-cattolica e anti-cristiana perpetrata dal governo repubblicano spagnolo tra il 1931 e il 1939. Con questo breve saggio Alberto Rosselli, senza nulla concedere al sensazionalismo, ma citando contesti, documenti e memorie, fa luce su quella stagione dell’orrore, indicando motivazioni pregresse, pretesti, incomprensioni, mandanti e responsabili materiali e morali di quella che si rivelò una vera e propria strage premeditata. Il libro di Rosselli non ha tuttavia la pretesa di riscrivere o reinterpretare una drammatica pagina di storia. L’obiettivo ultimo che si pone l’autore è infatti quello di contribuire a mantenere viva la memoria storica e di indurre una riflessione sul significato autentico dei termini, oggi abusati, di libertà e tolleranza. Quello di Rosselli è un pacato invito a ragionare e a non dimenticare in nome della verità, dell’obiettività e della giustizia affinché si possa acquisire una salda e coraggiosa coscienza capace di discernere il bene dal male indipendentemente dalle proprie convinzioni ideologiche.

ALBERTO ROSSELLI, giornalista e saggista storico, collabora da tempo con diversi quotidiani e periodici nazionali ed esteri e con svariati siti internet tematici. Come studioso di storia moderna, contemporanea e militare ha al suo attivo diversi saggi tra cui Québec 1759, Il Conflitto anglo-francese in Nord America 1756-1763 (tradotto anche in inglese), Il Tramonto della Mezzaluna. L’Impero Ottomano nella Prima Guerra Mondiale, La resistenza antisovietica in Europa Orientale 1944-1956, L’Ultima Colonia. La guerra coloniale in Africa Orientale Tedesca 1914-1918, Il Ventennio in Celluloide (in collaborazione con Bruno Pampaloni ), Sulla Turchia e l’Europa, L’olocausto armeno, Storie Segrete, Il Movimento Panturanico e la Grande Turchia.

 

IL VITELLO D'ORO

7 Ottobre 2007, nel 436° anniversario della vittoria di Lepanto, a Maria Sempre Vergine e al Suo castissimo Sposo Giuseppe «Un libro che, certamente, vale la pena di possedere nella propria biblioteca.
Il volume che affonda le sue radici nel Cristianesimo, ne segue l'evoluzione sia in rapporto alle altre religioni che in rapporto ad ideologie rivoluzionarie e di massa con particolari riferimenti a sette segrete. Si tratta di un'analisi molto accurata, addirittura minuziosa, suddivisa in tre parti. [...] L'ultima parte [...] risalta come la più avvincente per la sua drammaticità.»
(ACP) «L'intera trattazione del libro pone in risalto la triste realtà in cui versa la Chiesa e la Cristianità, vessate dal progetto sinarchico ebraico che utilizza ai suoi scopi le armi più intelligenti e più sataniche di cui dispone: la democrazia, la corruzione morale, il sistema bancario moderno, la stampa, i mass-media, il comunismo, il socialismo.» (L'Editore)

TITOLO: IL VITELLO D'ORO
AUTORE: Orio Nardi
EDITORE: Salpan
PAGINE: 368
ANNO: 2007, 07 Ottobre,
Festa dell Madonna del Rosario
PREZZO: NON COMMERCIABILE: a titolo di semplice rimborso e per creare un fondo che consenta di stampare libri similari (o comunque per opere cristiane), viene richiesta un' offerta, che sia, possibilmente, non inferiore a € 16,00
Info e ordini: [1]www.salpan.org

 

“La zona grigia, professionisti al servizio della mafia” di Nino Amadore

Gli imprenditori siciliani hanno integrato il codice etico con indicazioni precise di non collaborazione con le cosche, di obbligo di denuncia per le richieste del racket. Una strada che dovrebbe essere seguita anche dagli Ordini professionali vista la mole di soggetti coinvolti in inchieste di mafia e spesso condannati. Commercialisti, avvocati, ragionieri, architetti, ingegneri, medici e così via coinvolti in inchieste di mafia, condannati e spesso rimasti al loro posto a presiedere i loro ben avviati studi professionali. Sono loro i rappresentanti della Società civile cui si è rivolto anche il presidente della Repubblica recentemente, con un appello alla solidarietà antimafia, che però non hanno fiatato. I rapporti dei liberi professionisti con la mafia, quell’intreccio diabolico che ormai va sotto il nome di “zona grigia”. Insomma le collusioni, penalmente rilevanti o meno, sono l’oggetto di indagine del libro “La zona grigia, professionisti al servizio della mafia” scritto dal giornalista del Sole 24Ore Nino Amadore ed edito dalla casa editrice palermitana La Zisa (www.lazisa.it). Il tentativo dell’autore è quello di cogliere i contorni delle collusioni, di capire quali e quanti professionisti sono stati censurati dai rispettivi Ordini professionali per conclamati rapporti con Cosa nostra. E si scopre che i medici, nel solco di una tradizione che porta al capomafia corleonese Michele Navarra, hanno più di tutti fornito i quadri dirigenti a Cosa nostra: basti pensare al boss Giuseppe Guttadauro, medico divenuto capo del mandamento mafioso di Brancaccio, quello dei fratelli Graviano mandanti dell’omicidio di don Pino Puglisi. Ma non mancano poi le storie di avvocati, commercialisti, ingegneri, architetti. Insomma quel mondo che ha dato e spesso dà sostegno alle varie mafie nel nostro Paese. Quel mondo che, attraverso il supporto tecnico, assicura ai boss spesso ignoranti solide vie per riciclare il denaro proveniente da estorsioni, traffico di droga e altre attività criminali. Temi ancora di recente sollevati nel corso dell’inaugurazione dell’anno giudiziario e ribaditi più volte dal capo della Direzione nazionale antimafia Pietro Grasso. Ma i numeri, per capire la qualità delle collusioni, non ci sono. Non li ha la Direzione nazionale antimafia , non li ha la commissione parlamentare Antimafia. Li ha forniti e li fornisce lo stesso Amadore: in Sicilia in dieci anni sono stati almeno 400 i professionisti finiti nei guai per aver avuto contatti con la mafia.“Il mio – spiega l’autore – è un tentativo: quello di disegnare i confini di questa zona grigia, di quantificare il fenomeno, di individuare le responsabilità”. Responsabilità che, in tema di lotta alla mafia, ci sono e sono evidenti: sono quelle degli Ordini professionali i quali finora, a differenza di quanto fatto dagli imprenditori, si sono interrogati poco sulla necessità di prendere una posizione netta contro il crimine organizzato. “Gli Ordini – continua Amadore – hanno un ruolo importante nella nostra società. Ecco perché io credo che una condanna chiara senza equivoci della mafia, che abbia magari un riscontro nei codici deontologici , potrebbe avere un effetto rivoluzionario. E impedire, per esempio, che un commercialista sospettato di aver riciclato il denaro di una cosca possa dire: mica posso chiedere la fedina penale ai miei clienti”.

 
Studenti nel paese dei balocchi

Parlare male della scuola, e dei suoi insegnanti da un parte è estremamente facile, basta attingere alla cronaca, dall’altra altrettanto difficile, perché si rischia di fare di tutta l’erba un fascio...
Parlare male della scuola, e dei suoi insegnanti da un parte è estremamente facile, basta attingere alla cronaca, dall’altra altrettanto difficile, perché si rischia di fare di tutta l’erba un fascio e di offendere il lavoro e la dignità, di quegli insegnanti, che ancora guardano negli occhi i loro studenti.
Eppure bisogna che si cominci anche a guardare a quello che non va, che si cominci a fare il punto dello sfascio.

Viviamo in una società di “orfani”.
Orfani di padre, madre, maestri, si è creduto che la libertà fosse non avere nessuno a cui guardare, nessuno con cui confrontarsi essere LIBERI da ogni legame.
I risultati sono tragici.
Intere generazioni sono cresciute senza nulla e nessuno con cui paragonarsi, molti di coloro che sono cresciuti in questo modo insegnano, e si illudono ancora che la libertà, sia lasciare liberi quelli che stanno seduti davanti a loro (e non sempre stanno seduti) di scegliere.
Scegliere se ascoltarti o snobbarti, se studiare o oziare, molti adulti purtroppo non ritengono faccia parte dell’educare, pretendere impegno e rispetto.

Altri cresciuti con i miti degli anni 70, fanno i politici, e sembrano affetti da schizofrenia, un giorno decidono che gli esami sono un trauma da evitare, il giorno dopo che non si possono abolire gli esami a settembre, un giorno dicono che uno spinello non ha mai fatto male a nessuno, e dopo che lo spinello fa male a chi guida gli aerei, gli autobus e i treni, come se facesse bene al macellaio, al chirurgo, a quello che lavora sulla pressa…
Poche idee ma confuse, non hanno mai fatto del bene a nessuno.

E così che si è arrivati a questa società, con questa scuola, dove si punta tutto sulle materie alternative, sperando di invogliare gli studenti con offerte sperimentali e finendo per dimenticare il fascino della letteratura, della geografia, della matematica… fino a quando qualche sondaggio Europeo non ci bolla come “popolo di ignoranti”.

Se facessimo un’indagine seria nelle scuole Italiane, scopriremmo situazioni raccapriccianti.
Ci sono insegnanti di istituti tecnici, che sono ottimi professionisti, infatti sono spesso assenti ingiustificati perché devono seguire i cantieri, ne conosco uno che sfogliava davanti alla classe i contanti ricevuti quale compenso per il suo lavoro, disprezzando l’insegnamento che non permette una vita dignitosa…
Oppure, insegnanti di matematica che non si sono mai aggiornati, che non hanno mai colmato le loro lacune e che è risaputo che assegnarli ad una classe vuol dire “sospendere per quell’anno l’insegnamento della loro materia” e allora, il preside d’Istituto non potendo licenziarli, li assegna ogni anno ad una sezione differente, ma siccome mal comune non è mezzo gaudio, si finisce per avere interi corsi con grandi lacune in matematica.
E potremmo andare avanti.
Sento già la replica di quegli insegnanti che si sentono offesi, o perché fanno bene il loro lavoro e non si riconoscono in questi colleghi – Grazie A DIO - o perché difendono la CASTA e in fondo riconoscendosi in questi colleghi – li e si giustificano – come se lo stipendio basso, ed è davvero basso, la montagna di burocrazia da scavalcare, ed è davvero un’alta montagna, potessero essere portate a giustificazione…

Ecco allora perché vi invito a leggere:
“Studenti nel paese dei balocchi. Lettera di un insegnante a un genitore”
Aracne Editrice
Pagine: 80 Prezzo: Euro 7,00

Scritto da Paolo Mazzocchini insegnante di latino e greco nei licei, studioso di letterature classiche, autore di testi scolastici e scrittore.

E’ un libro coraggioso, scritto da un insegnante che non solo ha il coraggio della denuncia di tutte quelle forme di non educazione, alle quali insegnanti e famiglie sembrano rassegnati, è il libro di una persona che ha compreso che per porre rimedio ad anni di maleducazione, di decreti e riforme fatte senza lungimiranza, bisogna che per primi gli insegnanti accettino di ripensare al loro ruolo, di guardare alle cose che non vanno, di tornare ad essere educatori e non fornitori di servizi.

Coraggio, è una sfida.

 
Falce e carrello

Bernardo Caprotti, imprenditore, 81 anni, si definisce figlio e cittadino della Brianza, con il suo libro-denuncia, racconta ciò che ha dovuto subire per mano delle coop, qualcuno la chiama concorrenza.
Scrive Il Corriere: “Bernardo Caprotti ha scritto un libro-j'accuse contro gli ostacoli posti al suo gruppo nelle regioni rosse. Seguirà esposto in procura”.
Replicano su l’Unità del 26 settembre 2007: “Esselunga ci ha spiato e danneggiato. Chiesti 300 milioni di danni alla centrale Esd di cui Caprotti è il maggior associato …la centrale acquisti Esd, di cui Esselunga è la principale associata, ha fatto «spionaggio industriale», riuscendo ad ottenere un allineamento dei prezzi da parte di alcuni importanti fornitori.”

Ho comperato e letto “Falce e carrello – le mani sulla spesa degli Italiani” scritto da Bernardo Caprotti, quello che viene definito Mister Esselunga.

Vi è raccontata un pezzo della storia d’Italia.
L’autore racconta cosa c’è dietro a quella che potrebbe sembrare concorrenza, ma che diventa “concorrenza sleale” se uno dei concorrenti beneficia di privilegi in partenza.
Nel libro sono pubblicati i documenti a riprova di quanto detto, e gli originali sono disponibili presso la sede centrale della Esselunga.

Ma non è solo un libro sullo strapotere delle coop rosse, è il racconto di un meccanismo “malato”, che dietro alla celebre frase “la coop sei tu”, nasconde un preciso disegno.

Ci piacerebbe si facesse luce almeno su un paio di cose, diciamo tre.
1) la sostanziale continuità di interessi fra amministratori di sinistra e supermercati del movimento cooperativo
2) le agevolazioni fiscali di cui godono le coop, in quanto cooperative,
3) la possibilità di usufruire, anche senza avere la natura di banca, dei finanziamenti che derivano dai “prestiti sociali”.
I tre fattori sommati spiegano come hanno fatto le coop a conquistare in pochi anni, ad esempio, il primato nella grande distribuzione italiana un quarto della quale è ormai a marchio coop.

In un paese serio, delle accuse precise e documentate andrebbero verificate da chi di competenza.

 
Trema la finanza/ La verità su Parmalat, Telecom, i furbetti... In edicola "Capitalismo di rapina"

Le manovre intorno a Telecom Italia, l'ascesa dei 'furbetti del quartierino', la tentata scalata ad Antonveneta fino alle dimissioni del Governatore Fazio, i crack di Parmalat e Cirio. Tutti i misfatti della finanza italiana in un libro destinato a fare rumore e a tormentare i sonni di molti.. "Capitalismo di rapina", in libreria da oggi, è infatti  una denuncia articolata e documentata di un certo modo italiano di fare finanza che ricostruisce e ipotizza complicità ad altissimo livello nelle grandi banche, nelle istituzioni, nel mondo politico, nelle autorità di controllo.
I tre autori, Paolo Biondani e Mario Gerevini del Corriere della Sera, e Vittorio Malagutti, dell'Espresso, raccontano i retroscena della nuova razza predona. E con una serie di documenti inediti (nuove intercettazioni telefoniche, le agende segrete di alcuni dei protagonisti, conti bancari all’estero) fanno luce sulle complicità nel mondo politico e tra le autorità di controllo. Perché nessuno ha fermato Ricucci, Coppola, Fiorani? Perché nessuno ha controllato le manovre di Gnutti, Colaninno, Consorte? Bastava guardare i conti. Ma nessuno lo ha fatto.
Un saggio-inchiesta destinato a far tremare un'altra casta. Quella del capitalismo italiano.
 
Rimini, 13.10.2007: presentazione libro sul mandato d’arresto europeo

Sabato 13 ottobre 2007 alle ore 17 a Rimini, presso la Sala delle Celle in via XXIII Settembre 124 (Circoscrizione 5, dietro alla Coop) il Centro studi Giuseppe Federici organizza lapresentazione del libro: Il mandato d’arresto europeo di Alberto Costanzo, con la partecipazione dell’Autore. Ingresso libero.
Dalla quarta di copertina:
In tutti i paesi dell’Unione Europea il mandato d’arresto europeo è pienamente operante. In tal modo garanzie elaborate nel corso di secoli di civiltà giuridica vengono spazzate via da un’eurocrazia anonima, lontana, priva di legittimazione popolare, che opera secondo procedure sconosciute alla stragrande maggioranza degli europei. Non solo lo Stato rinuncia ad una delle sue prerogative inalienabili — la tutela dei propri cittadini all’estero — ma persino la difesa tecnica (l’avvocato difensore) viene vanificata. “Ci sarà pure un giudice a Berlino!”, aveva esclamato il mugnaio di fronte alla prepotenza del re di Prussia. E l’aveva trovato, il giudice. Oggi non c’è più. Queste pagine aiutano ad orientarsi in una materia di scottante attualità su cui l’opinione pubblica è tenuta totalmente all’oscuro.
Per informazioni:
info@centrostudifederici.org   
www.centrostudifederici.org
 
 
Il «piccolo ateo» è soltanto «piccolo»

Autore:
Cavallari, Fabio
Fonte: CulturaCattolica.it

Nel rapporto madre-figlio, quando la madre si allontana, il figlio viene tranquillizzato con la parola “ritorno”. Con essa si promette che l’angoscia per l’assenza verrà risolta. Con essa si colma un’assenza con la determinazione di una presenza. Questo processo è fede. Il primo atto di fede è la fiducia nella persona che parla. Ogni essere umano deve dare un senso a ciò che vede accadere attorno a sé. Questo significato non è altro che una interpretazione. Quando si ascolta un maestro (cioè il soggetto a cui si riconosce autorevolezza) e si vuole seguire un ragionamento da lui proposto è necessario riporre nelle sue mani la propria fiducia. Questa è una spiegazione razionale del concetto di fede. Una spiegazione che può essere accolta da credenti e non credenti. In pratica una esegesi laica. Se io oggi volessi cercare una spiegazione scientifica e razionale dell’esistenza di Dio, ovviamente non riuscirei a trovare elementi che mi soddisferebbero completamente. Se volessi cercare elementi probatori, rimarrei deluso. Troverei molti indizi, ma anche i famosi RIS mi lascerebbero insoddisfatto. Razionalmente io potrei spiegare il concetto di trascendenza, rifacendomi al pensiero filosofico che individua il carattere di una realtà concepita come superiore. Una realtà “al di là” di un’altra. Spiegare però la scelta di una persona che sposa in toto questa realtà altra, non è scientificamente possibile. Sappiamo ormai, che l’uomo non è solo biologia e chimica, sappiamo che il materialismo ha svelato i suoi limiti e ragionevolmente dovremmo almeno porci qualche “perché”. Oggi, come potrei io privo della fede in Dio stringere una comunanza con un uomo che ha deciso di dedicare la propria vita al Signore? Come potrei considerare mio amico, compagno di battaglie una persona come Don Gabriele Mangiarotti che proprio sull’esistenza di Dio ha fondato la sua vita? Posso farlo solamente riconoscendo nella sua essenza di uomo, la ragionevolezza e la validità della sua impresa su questa terra, per la verità, la vita, e l’ascolto. E come potrei condividere il pane, un percorso di partecipazione e una battaglia comune con una donna come Maria Gloria Riva, che addirittura ha scelto la clausura e l’adorazione perpetua come scelta di vita? Posso farlo solamente riconoscendo nel suo cammino l’amore per la bellezza universale, il suo desiderio d’incontro e la sensibilità del suo sguardo. Ma in definitiva cos’è questa fiducia che io ripongo in loro? A che dimensione appartengono verità, vita, ascolto, bellezza, incontro e sensibilità? Al Cristianesimo. Al Cristianesimo come specificità culturale che appartiene a credenti e non credenti e dalla quale il nostro essere trae origine antropologica e identitaria. Il Cristianesimo è parte integrante della nostra storia, della nostra tradizione e della nostra cultura. Rinunciarvi equivale a produrre un’evirazione della nostra specificità di uomini. Alla luce di tutto questo come potremmo non considerare stupida, involutiva e bigotta la tentazione di taluni anticlericali di affondare il proprio pensiero nella negazione del Cristianesimo? Una discussione sull’esistenza di Dio può anche divenire viatico proficuo per la crescita individuale, alla condizione però che non sia affrontata alla stregua di una rappresentazione cabarettistica o peggio ancora giocata sul paradosso dell’irrazionalità. “Il piccolo ateo”, volumetto per bambini che sta girando in alcune scuole è proprio l’esempio di questa banalizzazione. Produce analfabetizzazione non coscienza. Essere atei è un fatto, la sua interpretazione ideologica è l’ateismo. In questa accezione s’inserisce “l’anti catechismo” per giovani, scritto da un appartenente all’UAAR. “Anti” in questo contesto significa “contro” e sottende una elaborazione che si pone in negazione. L’intento dell’estensore è chiaramente ideologico, non pedagogico e neppure critico. La critica, infatti, è un esame attento e ragionato con cui si analizzano fatti, circostanze, notizie e dottrine, per farsi un’idea personale del loro significato, della loro validità o verità. Un processo educativo serio pretende un’analisi seria della realtà. Ai bambini, destinatari del sopracitato testo invece si chiede di sposare una critica, avulsa dall’esperienza, amputata della tradizione e delle proprie origini. L’autore chiede “fiducia” nel suo “insegnamento” ma diversamente dal Cristianesimo, la sua pedagogia procede attraverso un pensiero “contro”, “anti”, in “contrapposizione”. “Il piccolo ateo” è un testo dal respiro davvero corto, concettualmente povero e sinceramente ininfluente. Va salvata, ad onor del vero, la verve cabarettistica. La pedagogia, la critica e l’educazione però sono altra cosa.
 

Agnoli, Francesco e Perosa, Alessandro - Contro Darwin e i suoi seguaci

Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
E-mail: francesco.agnoli@fedecultura.com
Fede & Cultura

Questo agile libretto si propone di spiegare in modo semplice e sintetico il pensiero di Charles Darwin, e dei suoi seguaci. Lo scopo principale è diradare le nebbie del mito che circondano il darwinismo, per capire veramente cosa esso sia, quali siano i suoi fondamenti e i suoi intendimenti.
Per fare questo si fa ricorso alle fonti, cioè ai testi originali di Darwin e dei suoi seguaci, spesso epurati e addomesticati dalla vulgata più comune.
E’ vero che Darwin ragionava da scienziato, oppure le sue idee sull’evoluzione gli provenivano da visioni filosofiche precedenti al suo famoso viaggio alle Galapagos?
Darwin era ateo o credente?
Che rapporti c’erano tra Darwin e Marx?
E perché Darwin è diventato così famoso, e Wallace, che diceva le stesse cose, negli stessi anni, ma traendo conclusioni teologiche ben diverse, è sconosciuto ai più?
Ancora: è una mentalità scientifica quella di credere che tutto sia materia, che la vita derivi dal caso, che il cranio dell’uomo cresca di dimensione a seconda di quanto viene “utilizzato”? Infine: quali sono le conseguenze del darwinismo nei nuovi campi della manipolazione genetica e della fecondazione artificiale?
Ci sono legami tra alcune convinzioni nazionalsocialiste e Darwin?

Zapatero e Umberto Veronesi, oggi, sono discepoli fedeli del pensiero darwinista?

 
“GOMORRA” di Roberto Saviano-Ed. Mondadori

Gomorra, di Roberto Saviano e' un libro interessantissimo. E' una specie di studio personale della camorra. E' studio perché molto attento e documentato (Saviano e' un ricercatore dell'Osservatorio della Camorra del Corriere del Mezzogiorno). E' personale perché l'autore ha seguito da vicino la guerra di Secondigliano, andando ai funerali dei morti ammazzati, visitando i luoghi in cui la guerra ha imperversato e parlando a varie persone connesse (non tanto coi boss o con presunti-boss, ma con i bambini nelle piazze, la manovalanza). A un certo punto l'autore si era addirittura procurato una radio con cui entrare nelle frequenze della polizia per essere informato in tempo reale degli avvenimenti e poter accorrere.
Gomorra ha avuto grande successo.Purtroppo, il successo e' stato tale che l'autore e' stato messo sotto la protezione del Ministero degli Interni (cioè, non si sa dove viva, non appare in pubblico, ...).
L'immagine della camorra che il libro presenta e' vivida, chiara, sconvolgente e sorprendente (almeno per un lettore che ha solo conoscenze da giornale). Bellissimi, intensi ed anche divertenti, i quadretti dei vari boss, da quello che va in Russia a conoscere Kalashnikov a quello che si fa costruire una villa identica a quella di Toni Montana (Al Pacino) in Scarface, a quello che colonizza la Costa del Sol.
Il libro e' ben scritto ed e', tutto sommato, di piacevole lettura, dettagli truci a parte. Una immagine truce per tutte: la pratica delle ambulanze che, se arrivano a soccorrere qualcuno ancora vivo dopo un agguato camorristico, aspettano - solo se la polizia arriva prima del "secondo tentativo" lo portano in ospedale.
Ciç che ho però è di interesse davvero eccezionale e' la descrizione della strategia manageriale della camorra moderna. Nessuna struttura centralizzata di famiglie che controlla il territorio: le famiglie ci sono e il territorio lo controllano, ma delegano gli affari ad una struttura tipo franchising. Le famiglie fanno gli affari grossi, ad esempio l'importazione della coca dall'America Latina, e curano la struttura militare, ma poi la distribuzione viene lasciata alla "piccola imprenditoria," creando un enorme "indotto." Riferendosi al clan Di Lauro a Secondigliano,
la vendita di partite medie e' stata scelta per far diffondere una piccola imprendtoria dello spaccio capace di creare nuovi clienti. Una piccola imprenditoria libera, autonoma, in grado di far ciò che vuole con la merce, metterci il prezzo che vuole, diffonderla come e dove vuole [...] vengono attirati a Secondigliano tutti coloro che vogliono mettere su un piccolo smercio tra amici, che vogliono comprare a quindici e vendere a cento e così pagarsi una vacanza, un master, aiutare il pagamento di un mutuo. La liberalizzazione assoluta del mercato della droga ha portato a un inabissamento dei prezzi.
Le famiglie controllano anche gli appalti, gli appalti pubblici come l'alta velocita' Napoli-Roma, ma anche e soprattutto gli appalti privati, dal contrabbando con la Cina alle commesse delle industrie tessili del nord. Anche gli appalti però vengono distribuiti in subappalto in piccole tranches, cedute all'asta a imprenditori locali. E naturalmente, le famiglie garantiscono il credito finanziario a tutta questa rete di imprenditori: certo non e' la liquidità che manca.
L'autore ha una tesi: la camorra come manifestazione estrema dell'economia di mercato liberale. La tesi ha una implicazione in forma di metafora: Secondigliano e Scampia sono quello che diventerebbe l'Italia intera qualora venisse lasciata all'economia di mercato. La tesi e la sua implicazione sono continuamente ricordate in modo sottile (come nella citazione sopra, nell'uso del termine liberalizzazione, nel riferimento a consumi borghesi come la vacanza e il master, e all'inabissamento dei prezzi). Da leggere!

 
 
Anticristianesimo: ecco i nuovi guru

J'ACCUSE. Nel suo ultimo pamphlet, che esce ora in Italia, il grande storico francese René Rémond, da poco scomparso, replica alla nuova ondata contro la fede


«Il filosofo Michel Onfray invoca la "liberazione dalle catene imposte dalla fede", ma esprime solo vuoto e oscurantismo neopagano.

Mi sorprende molto che in un momento in cui la scienza raggiunge livelli estremi di complessità e tanti ricercatori si interrogano su spaventose questioni etiche, alcuni siano ancora tentati da uno scientismo tanto primordiale da poter suscitare l'interesse dei positivisti del XIX secolo. Quanto alla riflessione di Michel Onfray, autore del Trattato di ateologia, io la definirei volentieri neopagana, per il rimpianto verso l'antichità pagana che sembra ispirarla. A un mondo antico idealizzato, considerato felice e gaio, ricco di saggezza e gioia di vivere, la fede cristiana avrebbe sostituito un universo di pessimismo, incupendo l'orizzonte del senso con la sua insistenza sull'uomo peccatore, e rendendo profondamente infelice quell'umanità che un tempo godeva di felicità e spensieratezza.

Questo rimprovero appare già durante l'Illuminismo, ad esempio nella figura di Diderot, per il quale il cristianesimo aveva frenato lo slancio della natura e la pulsione dei sensi, parte integrante dell'individuo: lo testimonia la forma che assume il suo anticlericalismo ne La Religiosa. Lo stesso tipo di critica viene espressa nel XIX secolo da scrittori come Anatole France, e da coloro che tessono le lodi di una figura storica come quella di Giuliano l'Apostata, il nipote dell'imperatore Costantino, che rinnegò il cristianesimo per ristabilire i culti pagani nell'Impero. Tesi molto simili sono state elaborate dalla «nuova destra», una scuola di pensiero di stampo più politico che morale, che oggi non è più sotto le luci della ribalta, ma ha fatto parlare di sé alla fine degli anni '70. Attraverso autori come Alain de Benoist e la rivista Éléments, questa scuola denunciava - e denuncia tuttora - il cristianesimo in quanto responsabile dei mali che affliggono l'umanità al giorno d'oggi, imputandogli in particolare la responsabilità del totalitarismo, che sarebbe contenuto in germe in ogni forma di monoteismo, al quale va contrapposto il po liteismo dell'antichità o quello delle mitologie germaniche e scandinave. Secondo i sostenitori di questa ideologia, il politeismo sarebbe per sua natura pluralista e più rispettoso della libertà e della tolleranza rispetto al monoteismo, il quale sostenendo la fede in un Dio unico, esclude qualsiasi forma di pluralismo.

Ma questa visione improntata di nostalgia e idealizzazione non è che una chimera. Il vero mondo dell'antichità non corrisponde affatto a questo quadro idilliaco: sappiamo bene che quello che, nell'universo greco, gli antichi definivano regime democratico ha poco a che vedere con i nostri sistemi politici attuali e con le libertà che essi concedono. Città come Sparta e Atene non erano esattamente note per la mitezza dei loro costumi.

In generale, tutta questa tradizione di pensiero invoca la liberazione dalle catene imposte dalla fede cristiana, e, in fin dei conti, le importa poco discutere sulla base della Rivelazione. Secondo questo modo di pensare, il cristianesimo ha rubato all'individuo il suo diritto alla felicità e lo ha reso infelice vietandogli di fare esperienze diverse, imponendogli la monogamia e la fedeltà coniugale. Ritroviamo lo stesso tipo di critiche in André Gide, quando attacca i principali precetti religiosi, oppure quando esalta il valore del godimento attraverso una riscrittura dello stile profetico ed evangelico. Provi a rileggere, ad esempio, I nutrimenti terrestri, che hanno tanto segnato le giovani generazioni agli inizi del XX secolo: per poter godere di tutti i piaceri e delle esperienze della vita, occorreva liberarsi della vecchia morale giudeo-cristiana...

Tutto sommato, Michel Onfray si colloca perfettamente nelle tendenze del momento, una sorta di era del vuoto in cui ci si concentra piuttosto sull'idea che l'uomo sia libero di agire secondo la sua natura che sul concetto di regola in sé. Come abbiamo già detto, non vi è dubbio che il piacere ricopra un ruolo positivo e che contribuisca allo sviluppo della personalità, ma la natura umana è proprio così univoca? È davvero tutta protesa al bene? Come non vedere le zone d'ombra e le forze oscure che si annidano nel cuore di ogni uomo?

Personalmente mi rifiuto di vedere nel cristianesimo una qualunque forma di invito alla rassegnazione, anzi lo considero un appello straordinario alla volontà e alla libertà dell'uomo. Scorrendo le pagine dei Vangeli, si vede quanto spazio abbia lasciato il Cristo alla libera scelta di ognuno, dall'invito a seguirlo rivolto al giovane ricco all'atteggiamento verso i suoi discepoli. Del resto, se le società cristiane si sono evolute di più delle altre nel corso della storia, non è forse a causa di questa scintilla? Secondo il cristianesimo, la storia degli uomini, pur avendo un suo senso, non è già stata scritta. Al contrario, questa religione rifiuta qualunque idea di fatalità o destino, a vantaggio dell'esercizio della libertà e della responsabilità dell'uomo, aiutato dallo Spirito. Da questo punto di vista, siamo ben lontani sia dalle società primitive, in cui il tempo appare ciclico e sottomesso all'onnipresenza del divino, sia dalle religioni orientali, che continuano a mettere in stretta relazione le azioni di quaggiù e la ricompensa dell'aldilà. Eppure, a volte, i nostri contemporanei sembrano attratti più dal buddhismo che dai Vangeli. Un'altra forma di anticristianesimo è espressa nel ropmanzo di Dan Brown Il Codice da Vinci. Di sicuro, i milioni di lettori non vi si sono accostati per un approccio storico erudito al cristianesimo, e ancor meno alla ricerca di un trattato teologico. Ciò non toglie che esso affascini parecchie persone, pur facendo passare per informazioni precise molti pseudo-fatti o concetti discutibili, come ad esempio l'interpretazione dei quadri di Leonardo da Vinci. Ed è impressionante il numero di lettori, dai livelli di cultura o di educazione più disparati, che si lascia ingannare.

Volendo andare più a fondo in questa faccenda, va detto che Il Codice da Vinci rispolvera la famosa teoria del complotto, del grande segreto che alla fine verrà finalmente svelato. La Chiesa da secoli ci nasconderebbe delle cose, fatti storici sulfurei, in particolare che Gesù sarebbe stato sposo di Maria Maddalena e avrebbe avuto con lei una discendenza, presente ancora oggi. Non è un caso che Dan Brown faccia, l'occhiolino a figure e temi della letteratura esoterica, come ad esempio quello del tesoro dei Templari o del mistero di Rennes-le-Chàteau, del Graal, degli enigmi e di altre società segrete... Fatto ancora più inquietante, una parte del suo libro allude a un gruppuscolo che ha frequentato gli ambienti dell'estrema destra (il famoso Priorato di Sion). Pieno di riferimenti estremamente ostili alla Chiesa e al cristianesimo, questo libro è anche pericoloso per la democrazia, perché dà credito all'idea che le élite ci nascondono delle informazioni e che dei poteri occulti guidano il mondo da secoli a nostra insaputa, mescolando politica e religione. A tal proposito, è bene ricordarci dei Protocolli dei Savi Anziani di Sion e di tutto ciò che si diceva a quell'epoca in merito al potere occulto di una «lobby ebraica» che governava il mondo...
Certamente non è la prima volta che un brutto libro ha successo; ciò che sorprende è la credulità e la mancanza di cultura del pubblico, che sembra incapace di prendere le dovute distanze e di discernere tra realtà e inganno.

l'autore
Accademico di Francia, è morto dieci giorni fa

L'inizio del nuovo millennio non è stato facile per il cristianesimo. Se certe forme di anticlericalismo del passato sono ormai definitivamente tramontate, una nuova leva di detrattori e di critici è apparsa all'orizzonte, fomentando una violenta polemica anticristiana, che riscuote un certo consenso presso il grande pubblico. Nel libro-intervista «Il nuovo anticristianesimo» (pagine 128, euro 13), che l'editrice Lindau manda in libreria da giovedì 3 maggio, René Rémond riflette, insieme a Marc Leboucher, sulle motivazioni di una tale ostilità e risponde alle obiezioni di questi odierni accusatori. Qui proponiamo un brano. Rémond, scomparso il 21 aprile scorso, è stato uno dei più grandi storici francesi. Nato nel 1918, accademico di Francia, è stato autore di diverse opere di analisi politica, storia contemporanea e religiosa. Tra i libri pubblicati in Italia ricordiamo: «La secolarizzazione. Religione e società nell'Europa contemporanea» e «La destra in Francia; Introduzione alla storia contemporanea».

 

Il canto di satana
Salin Walter; Fede & Cultura
Euro 9,00


Questo ottimo strumento orientativo per genitori ed educatori scandaglia i meandri della musica rock e delle sue implicazioni e dimostra l’esistenza di una forma di condizionamento mentale che provoca danni rilevabili su di un piano medico e psicologico. Si resta stupefatti scoprendo l’esistenza di numerosi messaggi celati nelle pieghe di certa musica. Una serie cospicua di dati svela le conseguenze di una esposizione quotidiana all’influenza di musica rock, satanica, ecc. Le testimonianze dirette di molti idoli della musica moderna danno un fondamento dimostrativo al volume

 

M. Blondet
“STARE CON PUTIN?”

Edizioni EFFEDIEFFE

Contenuto

L’eurocrazia di Bruxelles, la stessa che vuole la Turchia ed Israele in Europa, vuole tenerne la Russia fuori. È una prova in più della sudditanza della burocrazia oligarchica europea ai poteri forti “americani”.
È infatti Zbigniew Brzezinsky, ossia il Council on Foreign Relations, ad aver elaborato il progetto di separare fisicamente la Russia dall’Europa, circondandola di “democrazie colorate” (Ucraina, Georgia, etc.) filo-americane appositamente create e finanziate.
La colpa di Putin è di aver ridato alla Russia le materie prime che i poteri finanziari occidentali avevano comprato a un centesimo del loro valore durante le cosiddette “privatizzazioni” di Eltsin.
Il caso Yukos è esemplare: un mafioso di nome Khodorkovsky comprò di fatto l’intero patrimonio energetico ex-sovietico (valore di Borsa, 19 miliardi di dollari) con 250 milioni anticipatigli dai Rothshild di Londra.
Da quando Putin ha messo in galera Khodorkovsy e costretto alla latitanza altri “oligarchi” suoi pari, il capo del Cremlino ha smesso di piacere: non è democratico, disprezza i diritti umani, massacra i ceceni, fa uccidere la Politkovskaya, fa avvelenare Litvinenko e così via. E va tenuto lontano dall’Europa.
La nostra tesi è ovviamente il contrario.
Se c’è un destino manifesto per l’Europa dopo il crollo sovietico e dopo l’11 settembre, è che deve integrare la Russia. E precisamente la Russia di Putin, il solo leader, apparso dopo tanti anni, che difenda l’interesse nazionale invece di quello delle lobby globali.




Maurizio Blondet, già inviato speciale de Il Giornale e di Avvenire, ha pubblicato per Effedieffe “I nuovi Barbari”, “11 settembre colpo di Stato in USA”, “Cronache dell’Anticristo”, “L ’ uccellosauro ed altri animali la catastrofe del darwinismo”, “Chi comanda in America”, “Osama bin Mossad”, “La strage dei genetisti”, “Schiavi delle banche”, “Israele, USA, il terrorismo islamico”, “Selvaggi con telefonino”.
Dirige il giornale on-line del sito internet: www.effedieffe.com

 

STARE CON PUTIN DI MAURIZIO BLONDET
EDIZIONI EFFEDIEFFE
WWW.EFFEDIEFFE.COM

Contenuto

L’eurocrazia di Bruxelles, la stessa che vuole la Turchia ed Israele in Europa, vuole tenerne la Russia fuori. È una prova in più della sudditanza della burocrazia oligarchica europea ai poteri forti “americani”.
È infatti Zbigniew Brzezinsky, ossia il Council on Foreign Relations, ad aver elaborato il progetto di separare fisicamente la Russia dall’Europa, circondandola di “democrazie colorate” (Ucraina, Georgia, etc.) filo-americane appositamente create e finanziate.
La colpa di Putin è di aver ridato alla Russia le materie prime che i poteri finanziari occidentali avevano comprato a un centesimo del loro valore durante le cosiddette “privatizzazioni” di Eltsin.
Il caso Yukos è esemplare: un mafioso di nome Khodorkovsky comprò di fatto l’intero patrimonio energetico ex-sovietico (valore di Borsa, 19 miliardi di dollari) con 250 milioni anticipatigli dai Rothshild di Londra.
Da quando Putin ha messo in galera Khodorkovsy e costretto alla latitanza altri “oligarchi” suoi pari, il capo del Cremlino ha smesso di piacere: non è democratico, disprezza i diritti umani, massacra i ceceni, fa uccidere la Politkovskaya, fa avvelenare Litvinenko e così via. E va tenuto lontano dall’Europa.
La nostra tesi è ovviamente il contrario.
Se c’è un destino manifesto per l’Europa dopo il crollo sovietico e dopo l’11 settembre, è che deve integrare la Russia. E precisamente la Russia di Putin, il solo leader, apparso dopo tanti anni, che difenda l’interesse nazionale invece di quello delle lobby globali.

Maurizio Blondet, già inviato speciale de Il Giornale e di Avvenire, ha pubblicato per Effedieffe “I nuovi Barbari”, “11 settembre colpo di Stato in USA”, “Cronache dell’Anticristo”, “L ’ uccellosauro ed altri animali la catastrofe del darwinismo”, “Chi comanda in America”, “Osama bin Mossad”, “La strage dei genetisti”, “Schiavi delle banche”, “Israele, USA, il terrorismo islamico”, “Selvaggi con telefonino”.
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Morresi A., Roccella E. - La favola dell’aborto facile. Mito e realtà della Ru486

Franco Angeli - 2006 - pag. 176 - euro 17,00

Una campagna ideologica ha diffuso, intorno alla RU 486, la pillola abortiva, il mito di un aborto facile, presentando il nuovo farmaco come un simbolo di libertà femminile e di progresso. La realtà è drammaticamente diversa: l’aborto chimico è più rischioso, doloroso, traumatico di quello effettuato con altri metodi. Inoltre dura molto più tempo, e riversa ogni responsabilità su chi lo subisce, sollevando i medici e le strutture sanitarie da molti problemi. Le donne che ne hanno fatto esperienza hanno segnalato spontaneamente centinaia di eventi avversi: infezioni, emorragie gravi, crampi, allergie, vomito, diarrea, complicazioni cardiache e respiratorie. Quel che è più grave, è che di RU486 si muore. Fino ad oggi sono 11 le donne morte nel mondo occidentale. La Food and Drug Administration, che aveva consentito nel 2000 l’uso del farmaco negli Usa, è stata costretta a porsi ufficialmente il problema della rara infezione che ha ucciso quattro giovani donne in California in meno di due anni; e la maggiore rivista medica internazionale ha stabilito che l’aborto chimico ha una mortalità 10 volte superiore a quello chirurgico. Di tutto questo, come delle vicende oscure e delle pressioni internazionali che hanno accompagnato fin dalla nascita la pillola abortiva, parla questo libro, basato da una vasta documentazione.

 

Baroni, P. - I prìncipi del tramonto, satanismo, esoterismo e messaggi subliminali nella musica rock

P. Baroni
I prìncipi del tramonto, satanismo, esoterismo e messaggi subliminali nella musica rock - Collana Il Cerchio

"Ascoltate brani storici come Stairway to Heaven dei Led Zeppelin o Hotel California degli Eagles. Vi lancio una suggestione: queste magnifiche e struggenti melodie sono state composte ed "ispirate" da un essere che è vissuto nell'anticamera del Paradiso dal quale è stato scacciato, e che soprattutto sa di non poter più ritornare in quel luogo di beatitudine."

Questo libro va preso a piccole dosi, e non tutti i giorni. Può far male. E' in qualche modo ossessionante, perché ci parla continuamente del demonio e della sua presenza nella cultura contemporanea, soprattutto in quella musicale. Quindi è facile trovarvi espressioni blasfeme, formule di consacrazione a Satana, deliri occultistici. Impietosamente Paolo Baroni (che si sente e si capisce che è uno che ha masticato molto rock) affonda il coltello nella piaga e ci fa i nomi dei vari "sacerdoti" dell'occultismo, delle pop star che hanno coltivato e diffuso il satanismo; ci porta dentro i riti delle sette sataniche, con i loro "papi" e guru. C'è anche, ahimè, un capitoletto dedicato ai cedimenti della Chiesa cattolica e di alcuni suoi "esperti" (che evidentemente non credono più all'esistenza dell'inferno) nei confronti di questa nuova moda culturale. La documentazione iconografica è molto eloquente, mentre alla fine del libro si trova un utilissimo dizionario dei simboli dell'occulto. In più viene fornita col libro un'eccezionale audiocassetta che fa sentire i messaggi subliminali contenuti nelle canzoni. Se avete ancora dei dubbi sull'argomento, stavolta ve li togliete tutti.

Film sul genocidio armeno

Il 23 marzo 2007 uscirà nelle sale cinematografiche italiane il film La Masseria delle Allodole sul genocidio armeno:
http://www.comunitaarmena.it/akhtamar/akhtamar%20speciale%20film%20taviani.pdf
 
Taviani, lo strazio armeno
Esce venerdì 23 marzo nelle sale italiane La masseria delle allodole, il film dei due fratelli cineasti, elogiato dalla critica a Berlino: la persecuzione iniziata nel 1894, con la prima guerra mondiale divenne uno sterminio organizzato: 1.900.000 morti, pochi sopravvissuti dispersi nell’esilio, di Vincenzo Savignano.
Il film più controverso della 57esima Berlinale; una pellicola destinata a fare epoca; un capolavoro sconvolgente. Così la stampa tedesca ha definito La masseria delle allodole, l'ultimo film dei fratelli Vittorio e Paolo Taviani, presentato fuori concorso all'ultimo Festival di Berlino nella sezione Berlinale Special, che esce venerdì 23 marzo in Italia. Descritto come il film più forte, sanguinoso e straziante dei due registi. È possibile trovare delle analogie con La notte di San Lorenzo, considerato da sempre il capolavoro dei Taviani. Come nel film del 1982 sulla fine della seconda guerra mondiale, vissuta da alcune famiglie di un paese della Toscana, nella Masseria delle allodole viene raccontato, attraverso il dolore e la paura dei protagonisti, il terrore sconvolgente della guerra. Nel 1915, in una piccola città della Turchia la guerra sembra lontana, lontane le persecuzioni contro la minoranza armena. E armena è la famiglia Avakian, che apre la sua bella casa per il funerale del suo patriarca. Anche il colonnello Arkan, rappresentante dell'autorità turca, viene a rendere omaggio. «Grazie di questo gesto di pace», gli mormora Aram, a nome della famiglia. Dopo molti anni deve tornare dall'Italia il fratello maggiore Assadour, che esercita a Padova la professione di medico: a lui il padre ha lasciato la vecchia "masseria delle allodole", restaurata dal fratello Aram. Un getto di sangue scarlatto su una porta bianca è la premonizione del patriarca poco prima di morire. Poco dopo il funerale inizia l'incubo per la famiglia Avakian e per tutta la comunità armena. La persecuzione degli armeni da parte dell'esercito turco, iniziata nel 1894, con la prima guerra mondiale divenne uno sterminio organizzato: 1.900.000 morti, pochi sopravvissuti dispersi nell'esilio. Nel 1915, al sospetto di amicizia con i russi confinanti si aggiunse un altro movente politico-militare: il partito dei Giovani Turchi scelse l'eliminazione degli armeni per acquisire popolarità e conquistare il potere della Grande Turchia. I maschi armeni, uomini, bambini e neonati vennero uccisi tutti. Le femmine, donne e bambine, vennero deportate nel deserto, e lì lasciate morire. I beni, le case, i patrimoni vennero sequestrati. Paolo e Vittorio Taviani, attraverso immagini atroci e toccanti, trasformano una storia vera, raccontata anche nell'omonimo romanzo di Antonia Arslan, in qualcosa di vivo e coinvolgente. Nel film si vede la testa di Aran, mozzata con un colpo di sciabola, cadere nel grembo della moglie. Un bambino nascosto sotto un tavolo tirato fuori per un piede, e infilzato. Un amore impossibile tra un ufficiale turco e una ragazza armena. Poi il momento più sconvolgente del film: nel corso della deportazione, durante la quale le donne si offrono ai soldati turchi per fame, una mamma partorisce un maschio, le concedono di essere lei a ucciderlo; dopo averlo messo sulle spalle in un sacchetto, chiama un'amica, le due donne si stringono dorso a dorso, premono sino a soffocarlo. La masseria delle allodole ha provocato delle critiche da parte della stampa turca che ha sollevato delle obiezioni di tipo storico poiché, secondo i giornalisti turchi, nel film si parla solo di Turchia quando nel 1915, in realtà, esisteva l'Impero Ottomano in disfacimento. Si temeva anche che il film dei Taviani potesse provocare delle proteste da parte della numerosa comunità turca di Berlino, ma i timori della vigilia fortunatamente si sono rivelati infondati. «Ricordiamo che un film è sempre un impasto di storia e di contesto, di documentazione e di fantasia - hanno spiegato i fratelli Taviani - Al centro della nostra storia c'è un destino di un gruppo di persone liberamente ispirato a un libro, dolorosamente raccontato in prima persona. Con il nostro film non vogliamo offendere i turchi, anzi ci auguriamo che un giorno possa essere proiettato nelle scuole turche».
(Da Avvenire del 15 marzo 2007)
 
La Masseria delle Allodole:  un olocausto dimenticato
Roma, 19 mar. (Apcom) - "E' un film che finisce con la parola amore, perché parla di amore e odio, il mistero che ogni uomo porta nella propria vita", così Vittorio Taviani definisce il nuovo lavoro realizzato con il fratello Paolo, "La Masseria delle Allodole", che tratta lo spinoso, quanto sconosciuto, tema del genocidio degli armeni all'inizio della Prima Guerra Mondiale ad opera dell'esercito turco. Ma i maestri Taviani precisano subito: "non è un film contro i turchi, il soldato che denuncia lo sterminio (Youssuf), si autoaccusa per primo del delitto, denunciando se stesso per primo 'per l'uccisione della donna che ha amato'". Parte da "una tragedia collettiva e poi segue i destini dei personaggi, le loro storie e la loro tragedia", la solidarietà con alcuni esponenti del mondo turco e l'odio di altri. Da venerdì in 60 sale italiane il film parla del massacro di 1,5 milioni di armeni sterminati con una deportazione sistematica e mai tornati alle loro case. Un'enclave armena che vive in una piccola città della Turchia. Questo il punto di partenza del film. Una famiglia ricca, momenti di pace, un funerale, un ricevimento, l'amore tra un ufficiale turco (Egon) e una giovane armena di ricca famiglia (Nunik). Un crescendo di emozioni e di musiche della tradizione armena, che portano al momento tragico in cui il partito dei Giovani turchi decide il sistematico sterminio degli armeni e la spertizione delle ricchezze in nome della Grande Turchia. "Questo nostro film nasce da un senso di colpa. Tre anni fa abbiamo scoperto, quasi per caso, la tragedia armena, sapevamo, credevamo di sapere. Un eccidio di uomini, donne, bambini nel 1915 in nome della Grande Turchia", spiega Paolo Taviani, aggiungendo che esiste "un'ignoranza diffusa sul fatto storico, sia in Europa che a livello internazionale. Ne abbiamo parlato per poter raccontare insieme altre storiesimili, come in Ruanda, in Kosovo o in Africa". L'occasione per narrare la storia della famiglia Avakian fu "la lettura del bel libro di Antonia Arlsan, qualcosa come un'indiretta biografia (la scrittrice è italiana di origine armena) che nel libro ha raccontato l'olocausto della sua famiglia". I Taviani ammettono che la pretesa del film non è disegnare un quadro storico, "ma seguire alcune creature e proiettarle in un evento collettivo che si rivela nel suo orrore oggi, ma che affonda le sue radici nel passato".
(Apcom del 19 marzo 2007)
 
Una pagina di cinema contro l’oblio
Una guerra mondiale per coprire un orribile genocidio. Ma è la Prima, non la Seconda. E il popolo sterminato è quello armeno. Di una delle più grandi tragedie e vergogne del XX secolo - la cancellazione di un popolo da parte di un altro, i turchi dell’Impero Ottomano - si sente parlare, ancora, assai poco. Eppure anch’esso, al pari dell’Olocausto ebraico, ha dato luogo a una diaspora, a una cultura da ricostruire, a un’identità da ricercare. Non a una forma di scusa o compensazione però. Perché dopo i primi, timidi e incerti processi la Turchia mise tutto a tacere e ancora oggi non accetta di chiamare il genocidio con il suo nome. L’Europa, a lungo, è rimasta sorda all’orrore e inerte. E se è vero che esiste uno Stato “Armenia” è altrettanto vero che gli armeni stessi, fino a 15 anni fa, furono costretti ancora sotto un altro giogo, quello sovietico. A dimostrazione della scarsa memoria storica su una simile catastrofe anche la pochezza di opere cinematografiche dedicate all’argomento. Recentemente ci si era cimentato Atom Egoyan, autore armeno canadese, con una pellicola sulla memoria, tra passato e presente, Ararat. Sono i fratelli Taviani però, e siamo nel 2007, a tentare, con una produzione internazionale, di ricostruire i giorni dell’orrore, con un film - in uscita venerdì in 60 sale e presentato al Festival di Berlino tra le polemiche e con una critica spaccata - tratto dal libro di Antonia Arslan La masseria delle allodole (Rizzoli). «Ci siamo armati dell’ignoranza. E siamo sprofondati in un mondo terribile e sconosciuto», ammette Paolo Taviani, che ricorda di aver voluto «con questa storia parlare di contemporaneità, di tutte quelle guerre, dal Kosovo al Ruanda, dove fratello uccide fratello». Guerre dove una madre, per non far uccidere il proprio figlio maschio, neonato, da un soldato è costretta a soffocarlo. Dove gli uomini vengono evirati o massacrati e le donne deportate e lasciate morire, nel deserto, di fame e stenti. La tragedia vissuta dalla famiglia Avakian: i maschi di casa uccisi, le donne rapite, violate, trascinate lontano, un maschietto travestito da bambina per sperare nella sopravvivenza. La tragedia di Nunik ( la spagnola Paz Vega , ora passata al ruolo di Santa Teresa d’Avila) amata da due ufficiali turchi (Alessandro Preziosi e Moritz Bleibtreu) entrambi incapaci però di anteporre né la ragione né il sentimento agli ordini della follia. Il cast è quantomeno eterogeneo: ci sono anche il francese Tchéky Karyo nel ruolo del capo famiglia Avakian, il grande André Dussolier, colonnello turco restio a eseguire l’ordine dei superiori, Hristo Jivkov, l’amico di Youssouf-Preziosi, Arsinée Khanjian, musa e moglie di Egoyan e tra gli interpreti di Ararat (lì la videro i Taviani) e ancora Mariano Rigillo, Enrica Maria Modugno, Yvonne Sciò, Angela Molina. Le riprese, che nell’impossibilità di essere effettuate in Turchia sono state fatte in Bulgaria, godono della fotografia di Beppe Lanci. Il film, tuttavia, nonostante il coraggio (dei registi e della produttrice Grazia Volpi) non riesce a dare alle immagini la forza dirompente ed evocativa che il contenuto avrebbe meritato. Non è insomma lo Schindler’s List del genocidio armeno. E forse la lunga assenza dal grande schermo della grande coppia registica, una pausa di dieci anni intervallata da due fiction, è tra le cause della non completa riuscita dell’opera che infatti risente di un impianto televisivo e di un lavoro sugli attori basato su una carica espressiva talvolta dirompente prima del tempo: troppa “intensità” nei momenti privati (come nella travagliata storia d’amore tra Nunik e Youssouf) che finisce per sbiadire la sofferenza della seconda parte del film. Quella realmente tragica. In ogni caso è il ricordo doveroso di una pagina nera e serve a coprire, almeno in parte, un vuoto d’interesse durato praticamente un secolo. I Taviani, pur nel girare non una storia qualsiasi ma un capitolo importante della Storia, ci tengono a sottolineare che La masseria delle allodole «non è un trattato di storia, o di sociologia, ma un raccontare delle storie. Mostra la nostra voglia di seguire il destino dei personaggi» e sebbene neghino di aver voluto girare una pellicola «contro la Turchia» ammettono che non vi possa essere ingresso di Ankara in Europa «senza il riconoscimento dell’eccidio armeno».  
(Da la Padania del 21 marzo 2007)
 

La profezia di Benson: la minaccia dell'umanitarismo

Il volto umano dell'Anticristo
Il vento del pericolo modernista d'inizio Novecento soffia sulle pagine di Robert Hugh Benson che pubblicò nel 1907 un romanzo di fantascienza destinato ad avere grandissimo successo: "Lord of the World" ( "Il padrone del mondo"). Lo scrittore cattolico lancia all'albeggiare del suo secolo uno sguardo profetico, per la fede cattolica e per l'umanità. Cristo è in procinto di essere cacciato dall'Europa; in sua sostituzione sono già pronti molti falsi profeti. La nuova religione della modernità è la religione del benessere. Benson ha una lucidissima intuizione nel denunciare come l'Occidente, nel corso del Novecento, farà registrare una profonda trasformazione culturale, tesa a rimpiazzare l'antropologia e la cosmologia cristiana con l'umanitarismo. Un pericolo per nulla svanito. Anzi, oggi più forte che mai...
 Cosa poteva pensare uno scrittore cattolico inglese, all'alba del XX secolo, del futuro che sarebbe toccato alla Chiesa di Roma? Il nuovo secolo era iniziato come il vecchio era finito. L'Europa rimaneva il centro del mondo e specchiava la propria supremazia nel progresso, nelle arti, nel divertimento, nel primato economico. La modernità, inarrestabile, garantiva lussi, ricchezze, viaggi, scoperte, e una pace duratura. Per rintracciare l'ultima vera guerra sul suolo europeo bisognava tornare indietro al 1870. Altri scontri non se ne vedevano all'orizzonte. La Belle Époque, insomma, poteva prosperare tranquilla. In questo clima quanti rischi poteva correre la Chiesa? Eppure non tutti i cattolici erano sereni. Robert Hugh Benson, figlio dell'arcivescovo di Canterbury, convertitosi al cattolicesimo, pubblicò nel 1907 un romanzo di fantascienza destinato ad avere grandissimo successo: "Lord of the World" ( "Il padrone del mondo" , edito in Italia per la prima volta nel 1921, è stato ripubblicato da Jaca Book nel 1987, oggi alla sedicesima ristampa).
LA DECADENZA DELL'OCCIDENTE
Benson vedeva serie minacce addensarsi sul futuro della Chiesa. Nel suo romanzo così descrive il XX secolo. Il Partito del Lavoro, salito al potere nel 1927, aveva dato inizio ad un regime comunista, predicando un materialismo e un socialismo spinti alle estreme conseguenze. Fine ultimo della nuova ideologia era la felicità data dalla soddisfazione dei sensi. Per la Chiesa questo clima aveva schiuso una nuova stagione di persecuzioni. Indebolito al suo interno dalla diffusione del modernismo, il cattolicesimo vedeva diminuire paurosamente la sua influenza. E la psicologia aveva contribuito non poco nella lotta al cristianesimo. L'esoterismo camminava alacremente e favoriva la diffusione di un nuovo culto: l'umanitarismo. Cadute chiese e cattedrali si era imposta la religione del cuore. Non era più Dio il centro di riferimento dell'esistenza, ma l'umanità.
Benson struttura il suo romanzo in tre blocchi. Il primo gli serve per descrivere la decadenza del cristianesimo, relegato ormai ai margini e agonizzante. Nel secondo blocco prende forma l'accentuarsi dello scontro tra cristianesimo e modernità. Benson si serve di alcuni personaggi per sviluppare l'intreccio narrativo. L'influente deputato inglese Oliviero Brand, e sua moglie Mabel. I due, una mite coppia colta e tranquilla, avevano contratto matrimonio a scadenza. Oliviero vede nel cristianesimo una religione barbara e sciocca, pur se era stata la religione della vecchia madre (alla quale in fin di vita viene somministrata, come da regola, l'eutanasia). Oliviero è impegnato in primissimo piano, come politico, a fronteggiare il pericolo distruttivo che incombe su tutta l'umanità: lo scontro dell'Occidente con l'Oriente. A questo punto entra in scena un personaggio affascinante, misterioso e onnipotente: Giuliano Felsemburgh, 33 anni, capelli bianchi. Abilissimo nell'arte della diplomazia, Felsemburgh salva l'umanità, scivolata nel baratro della guerra imminente. Non ci saranno più lotte, violenze. Non scorrerà più sangue. Felsenburg, per acclamazione, viene eletto Presidente d'Europa. È il nuovo messia, agli occhi del mondo, come lo era stato venti secoli prima Gesù di Nazareth. Il Salvatore del mondo parla di una «grande fratellanza universale» che necessita dell'istituzione di un nuovo culto: lo «spirito del mondo». Per il futuro non ci sarà più bisogno di rivolgersi a un Dio che resta nascosto, ma all'uomo, poiché egli ha finalmente appreso la propria divinità. Il soprannaturale è dunque morto, ammesso che sia mai esistito. Anche in politica la distinzione tra destra sinistra e centro non ha più senso. L'umanità deve soltanto affidarsi al suo profeta.
LA BATTAGLIA E LA CADUTA FINALE
Benson, nel terzo e conclusivo blocco, contrappone a Giuliano Felsemburgh un acuto sacerdote, Percy Franklin, anche egli di 33 anni e bianco di capelli. Padre Franklin diffida dell'uomo in grado di parlare perfettamente quindici lingue. Ai suoi occhi è il chiaro segno del Maligno, e capisce che il suo avvento segnerà per la Chiesa ulteriori lutti, distruzioni e il rischio della caduta finale. La vecchia fede cattolica chiedeva di abbracciare il dolore; la nuova, imposta per legge da Felsemburgh, chiede invece di allontanarlo, di eliminarlo. Ma è una illusione. La pace universale garantita e il dolore espunto non sono per i cattolici. Contro di loro cominciano persecuzioni terribili, sino alla distruzione della città di Roma, rasa al suolo da un bombardamento. Franklin, di un cattolicesimo stremato, diverrà pastore. E da papa dovrà scontrarsi con l'antipapa. È l'Armaghedòn. Le legioni di quanto rimasto della Chiesa contro quelle del diavolo. Nella battaglia finale.
LO SCONTRO CON I TOTALITARISMI
Il vento del pericolo modernista d'inizio Novecento soffia sulle pagine di Benson. Egli lancia all'albeggiare del suo secolo uno sguardo profetico. Per la fede cattolica e per l'umanità. Cristo è in procinto di essere cacciato dall'Europa; in sua sostituzione sono già pronti molti falsi profeti. La nuova religione della modernità è la religione del benessere. Un anestetico capace di rassicurare e non di guarire. Dio ormai è ridotto ad un contenuto della coscienza umana. Vede molto lontano Benson. Mette a fuoco, uno dopo l'altro, tutti i tasselli delle fasi della secolarizzazione. Prima politica; poi, esaurito lo scontro con il totalitarismo come ideologia del male, individualista, con l'affermazione del Dio-uomo e con la dolce rivoluzione di consumismo e relativismo. Benson in "Il padrone del mondo" costruisce un'anti-utopia cattolica di grande efficacia narrativa, ricorrendo all'impianto apocalittico. Ma la sua non è da intendersi come una visione pessimistico-apocalittica. In realtà "L'Apocalisse" di Giovanni è un libro affascinante, la cui interpretazione da secoli è questione controversa. Non vi viene annunciata, come molti erroneamente ritengono, la fine del mondo. Bensì viene tratteggiato un affresco teologico teso ad indicare il fine della storia (non la fine della storia), cioè il senso trascendente della vicenda umana. Benson intendeva parlare agli uomini del suo tempo, e metterli in guardia da un pericolo grave: l'imposizione di una cultura anti-cristiana. Lo scrittore cattolico ha una lucidissima intuizione nel denunciare come l'Occidente, nel corso del Novecento, farà registrare una profonda trasformazione culturale, tesa a rimpiazzare l'antropologia e la cosmologia cristiana con l'umanitarismo. Un pericolo per nulla svanito. Anzi, oggi più forte che mai.
 PROFILO BIOGRAFICO:

Robert Hugh Benson (1871-1914) è una figura straordinaria. Cattolico convertito dall'anglicanesimo, era il quarto figlio dell'arcivescovo anglicano di Canterbury. Animato da un sincero zelo per Dio cercò nella comunione anglicana una vita religiosa che potesse appagare il suo desiderio di compiere la volontà di Dio. Entrò nella Comunità della Risurrezione e fu ordinato sacerdote anglicano nel 1901. Ma continuando nei suoi studi era insoddisfatto della posizione dottrinale della comunione anglicana e maturò la decisione di abbracciare la fede cattolica. Fu ordinato sacerdote cattolico nel 1904.
Nel 1907 scrisse lo straordinario romanzo Lord of the World (Il Padrone del Mondo). E' un libro incredibilmente attuale perchè descrive il mondo di oggi, con le sue realtà e le sue inquietanti ipotesi. Leggere oggi Il Padrone del Mondo fa venire i brividi.
Comunicazioni istantanee in tutto il mondo. Autostrade a quattro corsie. Trasporti aerei e sotterranei. Luce solare artificiale. Eutanasia legalizzata e assistita. Un Parlamento europeo. Attentati a catena, con attentatori kamikaze. Il crollo del colosso russo. La minaccia (sventata) di una guerra mondiale con scontri tra America, Russia e Cina. Un papa di nome Giovanni dopo cinque secoli. La crisi delle religioni, sotto l'avanzare di una nuova religione universale stile New Age. Preti che lasciano il ministero. Laici consacrati che agiscono nel mondo senza divise o distintivi. La minaccia di un "Grande Fratello" destinato a governare su scala mondiale. Tutto questo è descritto nel romanzo.
Il grande filosofo Augusto Del Noce all'apparire della prima edizione (oggi ha raggiunto la sedicesima) in lingua italiana della Jaca Book scrisse:
"Dire che per i cattolici la cosa che più è da temere è "la forza immensa che sa esercitare l’umanitarismo" con la sostituzione della filantropia alla carità e della soddisfazione alla speranza, e condurre l’intero libro sul fondamento di quest’idea, appariva anche in anno prossimi una sorta di paradosso di scarso volo; umanitarismo era parola che sapeva di università popolari di tipo arcaico. Eppure oggi che il marxismo è in un declino irreversibile, sino al punto che si rischia di essere ingiusti rispetto alla sua reale potenza filosofica, e che la rivoluzione sessuale e la combinazione marx-freudiana segnano il passo, la lotta contro il cattolicesimo avviene proprio sotto il segno dell’umanitarismo.
Che cosa si chiede ai cattolici, oggi, da qualsiasi parte, se non la riduzione del cristianesimo ad una morale, in se separata da ogni metafisica e da ogni teologia, capace nella sua autonomia e nella sua autosufficienza di raggiungere l’universalità e fondare una società giusta? Anzi questa morale sarebbe pure capace, come vien detto nel passo pubblicato nelle pagine che seguono, di "porre fine alla secolare divisione tra Occidente e Oriente", come infatti si sta tentando. Questa morale universale è tollerante: ammette che qualcuno, il cattolico appunto, possa aggiungere una speranza oltremondana, specificamente religiosa in senso trascendente; e se se ne sente vitalizzato nell’esplicare la sua azione pratica, umana, bene; essere cattolici per gli umanitari è questo. Ma gli viene posta una condizione, quella di riconoscere che la sua fede e la sua speranza sono appunto un’"aggiunta"; etica e politica prescindono da ogni professione religiosa; l’essere consapevoli significa lavorare per l’unione degli uomini di buona volontà; la fede, insomma, rischia di dividere, mentre l’amore, associato a una scienza valida per tutti, unisce. Tale communis opinio, ricordata come tesi massonica essenziale anche in questo libro e che fu già luogo comune dei professori di filosofia morale del tardo Ottocento, ritorna oggi. Ancora una volta viene riaffermata la celebre distinzione tra cattolici integristi e progressisti".
VEDI ANCHE:
Intervento di Del Noce sul romanzo di Benson

 

 

Conosci il nome della rosa?

Un saggio sul mito del "medioevo buio" 

Comparso in F. Cardini (a cura di), Processi alla Chiesa. Mistificazione e apologia, Piemme, Casale Monferrato 1994, p.221.

Per anticipare il clou: affermeremo che non è mai esistito il medioevo. E nonostante ciò, cominceremo col passare in rivista le consuete idee che hanno di quest'epoca non soltanto le persone dì scarsa cultura, ma anche molte persone colte; infatti fra la tarda antichità ed il rinascimento non vi è stato, ovviamente, un vuoto temporale, ma tempo autentico, vissuto. Dovremo parlare anche di come mai fu battezzato con un nome simile: medioevo, età "di mezzo"...

Quindi diamo subito la parola a quei "cronisti": nelle loro descrizioni il medioevo fu un periodo di tenebrosa barbarie, in cui tutto era dominato dalla Chiesa e dalla religione (il che può poi spiegare l'affinità fra barbarie da una parte e Chiesa e religione dall'altra nel corso dei secoli).

Il medioevo fu il risultato del crollo della grande civiltà antica, fu un ignobile intermezzo fra due epoche gloriose, l'antichità ed il rinascimento. A questo crollo concorsero proprio quelle forze - la Chiesa con la sua intolleranza, ed il mondo dei barbari con la sua selvaggia bellicosità - che più tardi amministrarono caos e desolazione, sinché il rinascimento non ridiede finalmente slancio alle forze della ragione e della civiltà.

Il medioevo fu anche l'epoca della violenza, della brutalità e dell'arbàrario dominio del più forte. La Chiesa benediceva le armi e i cavalli, vescovi ed abati andavano armati in battaglia, soprattutto nelle cerchie più elevate, ed i pochi che osavano opporsi alla loro secolarizzazione venivano bollati come eretici e condotti al rogo. Questa Chiesa violenta, arrogante e mondana era superstiziosa in modo fanatico: teneva gli uomini prigionieri nella paura della magia e perseguitava le streghe, che venivano condannate da un tribunale crudele e da tutti odiato, il tribunale dell'Inquisizione.

Erano la forza e l'arbàrio a governare il mondo medioevale. I signori feudali si arrogavano ogni diritto sui loro sudditi, pretendevano tasse odiosamente alte in denaro o in natura, e chiedevano sacrifici ancora più infami, come lo ìus primae noctis, il diritto di passare la prima notte con una giovane sposa. La vita in campagna era miserabile, i contadini vivevano come schiavi e potevano subire dure punizioni, per esempio se avevano cacciato di frodo nel territorio dei loro signori. Imperversavano tra gli uomini terribili malattie come la peste e la lebbra, le carestie rendevano ancor più penosa una vka che per giunta era accompagnata da un'ossessiva paura della morte, come dimostra il tema della danza macabra ricorrente nella letteratura e nella pittura.

Dietro tutto ciò vi era almeno una profonda vita religiosa? Per niente. Le generali convinzioni religiose erano fortemente influenzate da residui pagani, che la diffusa ignoranza alimentava ulteriormente. Ovunque, nelle città come in campagna, vi erano sporcizia e promiscuità. Nei centri urbani le classi inferiori erano tormentate dagli usurai, e da quest'odio contro l'usura nacquero le prime persecuzioni degli ebrei.

La società coltivava la diseguaglianza. In tutti i campi della vita le donne erano in una posizione inferiore agli uomini, le corporazioni impedivano ogni forma di libero commercio e di concorrenza, determinando un ristagno della vita economica. La gente viveva nella paura della fine del mondo, nel terrore dell'Apocalisse.

Sullo sfondo di queste idee molto diffuse, non è sorprendente che quel tempo (con tutte le sue ombre) venga definito soltanto "buio", e che ci si lamenti di trovare anche nel nostro tempo, nel tale o nel talaltro luogo, "condizioni medioevali".

Abbiamo cercato di riassumere i più diffusi luoghi comuni sul medioevo. In questo breve saggio non possiamo confutarli uno per uno, ma vogliamo almeno cercare di mettere a nudo alcune lacune e contraddizioni che possono relativizzare alcune concezioni, e stupire chi vi rifletta. Per prima cosa diciamo che in questo suolo oscuro sono le radici della nostra civiltà europea.

Quasi nessuna di queste formule reggerebbe ad un'analisi critica e attenta. Alla radice di tutti questi luoghi comuni sta una mistificazione del concetto di "medioevo", di cui è responsabile la storiografia: questa - proprio come le scienze polkiche e sociali, la letteratura e l'arte - non può valutare con chiarezza le cose e gli atteggiamenti che hanno a che fare con l'illuminismo o il romanticismo, senza lo sfondo di un "medioevo" arretrato. Questa è una delle principali ragioni per cui il "medioevo" non è un concetto della storia, ma un concetto della storiografia: ciò rende tutto ancora più complicato, e favorisce altre ambiguità.

In altre parole: se si vuol comprendere meglio il carattere terrorizzante e mistificatorio di molte visioni correnti del medioevo, bisogna avere il coraggio della sobrietà. Il "medioevo" ha bisogno del disincanto - sia nei confronti della versione del medioevo aureo che il romanticismo ha introdotto nel gioco, sia verso quella del nero medioevo di origine volterriana. Ma il disincanto più radicale lo abbiamo annunciato all'inizio: il medioevo non esiste - quello che esiste è il concetto.

Ma come è nato questo concetto? Lo hanno coniato alcuni eruditi del secolo XVI per poter parlar male gli uni degli altri, sull'onda dei conflitti avviati dalla Riforma. Da una parte vi furono i "centuriatori di Magdeburgo", autori della prima grande storia protestante della Chiesa, divisa per secoli (da qui il nome): è una storia che giunge fino al secolo xv ed ha un carattere fortemente anticattolico.

Dall'altra vi fu il cardinale cattolico Baronio, la cui opera principale, gli "Annales ecclesiastici", arriva sino alla fine del secolo XII. Entrambi amavano l'antichità greco-romana ed erano sicuri che i temnpi moderni, anche se con molte eccezioni, avessero ripreso la gloriosa strada dell'affermazione della dignità dell'uomo, ai loro occhi già tipica dell'antichità. Sia i centuriatori che Baronio si erano domandati come e perché la civiltà antica fosse decaduta, e che cosa avesse preso il suo posto; non era semplice definire l'epoca fra il secolo V ed il secolo XV, caratterizzata dallo svanire dello stato e del diritto, dalle invasioni dei barbari e dalla crisi della vita urbana.

I centuriatori giunsero infine alla conclusione che il declino era iniziato a causa dell'oscurantismo, del fanatismo e delle limitazioni della libertà imposte dalla Chiesa romana, e che per tutto quel tempo la Chiesa aveva lavorato corrompendo le anime, una corruzione durata sino alla nascita della cultura umanistica.

Baronio, invece, credette di aver osservato che l'irruzione dei "barbari" aveva messo in crisi le istituzioni e le strutture antiche, spianando così la via a nuove barbarie. Su una cosa tutti concordavano, comunque: che la lunga ignobile epoca che seguì alla grande civiltà romana e precedette la grande civiltà moderna non aveva nemmeno un nome. La si chiamò semplicemente "media aetas", "media tempestas", cioè "il tempo di mezzo" - un nome che in se stesso non dice nulla.

Il paradosso sta nel fatto che questa definizione che non diceva nulla - "intermezzo", medioevo - fu data ad un periodo su cui si dicevano molte, molte cose, su cui si discuteva appassionamente. E tuttavia tutti, cattolici e protestanti, era-no in fondo d'accordo nel ritenere che si fosse trattato di un'epoca oppressiva, miserabile e violenta. Si litigava soltanto su chi fosse responsabile di quella miseria: la Chiesa o i barbari?

Ancora durante il secolo XVII, che ebbe la caratteristica di distorcere e violentare il passato, si passò sotto un silenzio indifferente il medioevo; ed infine il secolo XVIII ne dipinse - si pensi soprattutto a Voltaire - un'immagine di fanatismo e di ignoranza che rischiò di affermarsi come valutazione definitiva.

L'avvento del romanticismo, al contrario, portò con sé una rinascita del medioevo, caratterizzato stavolta come un'epoca in cui la sensibilità prevaleva sulla ragione, la religione sui pensieri astratti, le idee di popolo e di nazione sulle fredde istituzioni pubbliche. Così il medioevo fu condannato ad esser considerato l'epoca dell'irrazionalità per eccellenza.

Da allora sono stati fatti molti progressi nel campo della medievalistica, la scienza della metodica ricostruzione dei secoli indicati convenzionalmente con la parola "medioevo"; ma senza grande successo, perché presso il vasto pubblico i due stereotipi contrapposti sono cambiati ben poco.

La "Leggenda aurea" del medioevo come tempo della libertà, della fantasia, del sorgere delle nazioni, del trionfo dello Spirito, è proprietà di molti cattolici e di alcuni tradizionalisti, o anche di alcuni spiriti indipendenti. La "leggenda nera" di un tempo oscuro e barbarico, pieno di violenza e di superstirione, si è invece conservata nell'area del laicismo di impronta massonica, o anche nelle cerchie influenzate dallo spirito del progressismo ad ogni costo". Ora si gettano sul mercato, al servizio dell'una o dell'altra tesi, giornali e riviste, romanzi, film e video.

Né la leggenda aurea né quella nera sono veritiere: la prima e soltanto meno diffusa. E la menzogna nata al tempo dell'illuminismo e consolidatasi sotto l'influenza ideologica di storici evoluziomsti (con evoluzionismo intendiamo qui la fede incondizionata nel "progresso" e la conseguente valutazione di tutto il passato come "retrogrado") ha più facilità ad affermarsi nella cultura di massa occidentale. Film e romanzi come Il nome della rosa lo coltivano. Certo, lo stesso Umberto Eco - un attento ed amoroso studioso degli scritti di Tommaso d'Aquino - può parlare di "luce del medioevo"; ma la sua voce è percepita solo da un ristretto uditorio. Prevale la versione volgare del medioevo oscuro e barbaro.

Un altro paradosso dell'attuale cronica incapacità di vedere con occhi cririci quel pezzo del ieri è che, in nome di una premta barbarie del passato, si assolve o si tace la reale barbarie del presente. Si stigmatizzano le atrocità o i regimi dittatoriali di oggi con l'espressione "medioevale". Ci si lamenta di una lacuna nel nostro sistema politico, sociale o amministrativo osservando che la situazione ricorda "il buio medioevo". Il medioevo è sempre buio, oscuro, barbaro, superstizioso, violento. Ci si indigna perché in quei tempi bui si bruciavano le streghe, e si trascura il fatto che le infelici venivano bruciate anche durante lo splendente rinascimento, e che oggi uomini non nati sono fatti a pezzi nel corpo materno.

È molto diffusa anche l'affermazione che l'antisemitismo di Hitler sia un'eredità spirituale del medioevo; ma tra gli episodi di antisemitismo medioevali e la politica di sistematica messa al bando e infine di sterminio degli ebrei non vi è un rapporto né qualitativo né quantitativo. Se si vuol costruire un nesso, allora l'antisemitismo nazista sarebbe semmai una conseguenza della riforma luterana e del danvinismo sociale improntato da un'ideologia della selezione.

Si potrebbero lasciar stare tanti grossolani pregiudizi sul medioevo, se non fossero così diffusi; soprattutto nella scuola queste critiche producono notevoli danni nel mondo immaginativo dei giovani. Cerchiamo dunque di fare un po' di chiarezza.

Per prima cosa: come abbiamo già spiegato, il medioevo come categoria storica non esiste affatto; è un'invenzione degli storici, e quindi bisognerebbe guardarsi dal paragonarlo a qualcosa di reale. È una finzione, una convenzione umana. La suddivisione di questi mille anni di storia in "primo", "alto" e "tardo" medioevo, ed in altri sottoperiodi, che presentano caratteristiche diverse e persino contrastanti, rende ancor più chiaro che non può esservi un medioevo organico.

Nel medioevo è facile trovare, accanto ad una data realtà o situazione, il suo contrario. Un medioevo bellicoso, governato dalle armi, nelle mani dei cavalieri? Certo. Ma anche un medioevo pacifico, un'epoca ampiamente smilitarizzata. Così, per esempio, ai guerrieri del "medioevo feudale-cavalleresco" non interessava tanto uccidersi a vicenda, quanto prendere prigionieri e liberarli poi dietro il pagamento di un riscatto. E proprio dal mondo medioevale sono usciti alcuni dei più accaniti pacifisti cristiani di tutti i tempi.

Un medioevo dominato dalla mistica, in cui l'economia e la società avevano soltanto un valore secondario? Può essere. Ma poi incontriamo il fatto che le comunità religiose - non soltanto quelle, come i cluniacensi, che si dedicavano soprattutto alla liturgia, ma anche ordini più mistici come i cistercensi - rivolgevano la massima attenzione all'economia, organizzavano dissodamenti e bonifiche, rendevano coltivabile la terra, davano da mangiare nelle loro abbazie ad innumerevoli lavoranti, fondavano manifatture, costruivano strade, proteggevano mercati. La più bella lode all'utuizzo artigianale e tecnico dell'energia idrica è stata scritta da Bernardo di Chiaravalle, uno dei più grandi mistici fra gli spiriti religiosi di quel tempo.

Un medioevo dogmatico, caratterizzato dal tenebroso potere dell'Inquisizione? Per niente, perché l'Inquisizione pontificia nacque solo alla fine del dodicesimo secolo come tribunale ecclesiastico, che non avrehbe mai potuto esercitare un potere se i governi mondani non gli avessero fornito il loro appoggio. Il suo compito era decidere su casi di eresia - e tuttavia nella stessa epoca la discussione teologica era straordinariamente libera e vivace: per esempio San Bernardo, il grande devoto di Maria, fu un avversario della dottrina dell'Immacolata Concezione di Maria. Non fu il chiuso medioevo che visse i tempi più duri del dogma e dell'Inquisizione, ma - di nuovo - lo splendente rinascimento.

Un medioevo irrazionale, guidato soltanto dalla fede e dalla superstizione, e che rimaneva chiuso alla logica, alla razionalità ed alla tecnica? Sicuramente fu anche così, ma allo stesso tempo il medioevo fu malato di razionalità e di tecnologia. I grandi scolastici hanno fornito a Cartesio, Kant e Marx lo strumentario, la metodica del pensiero e dell'argomentazione. Le cattedrali sono un fenomeno di grandiosa arte architettonica, e uomini come Ruggero Bacone e Raimondo Lullo precorsero Leonardo da Vinci con i loro progetti di complesse macchine e di sistemi memotecuici.

Un medioevo gerarchico, in cui vigeva solo l'obbedienza? E come, se la vita dei principati, dei signori feudali, delle città e delle corporazioni era basata interamente sul principio delle libertà (libertates) ricevute come privilegi, e sulle quali si vigilava gelosamente!

Un medioevo di contadini ignoranti nelle campagne? Sicuramente, ma poteva esservi anche il caso contrario: le città, le manifatture, l'economia finanziaria, nacquero tutte proprio nel medioevo.

Un medioevo chiuso, attraversato da guerre di religione? Se vi è stato un tempo in cui merci e beni culturali potevano circolare liberamente nell'area mediterranea, fu il periodo fra il XII ed il XIII secolo.

Si potrebbe quasi (in modo un po' provocatorio, certo) capovolgere il giudizio corrente su quell'epoca e parlare del medioevo come di un tempo di pace, di libertà e di benessere. E vero, anche questo medioevo aureo non è mai esistito. Proprio come il "buio medioevo". 

 

 

Il genocidio censurato. Aborto: un miliardo di vittime innocenti
Socci Antonio; Piemme
Euro 10,00
Nel corso del Novecento i morti causati dai regimi totalitari e dagli innumerevoli conflitti armati che hanno insanguinato il secolo scorso sarebbero circa 200 milioni. Eppure c’è una strage – tuttora in corso – che ha prodotto oltre un miliardo di vittime e di cui nessuno oggi vuole parlare: l’aborto. In maniera diretta, provocatoria e coinvolgente, Antonio Socci denuncia quello che è il peggior crimine commesso dall’umanità contro se stessa nel corso dell’ultimo secolo, raccontando tutta la verità sull’aborto: dalle origini del dibattito morale alle scelte politiche italiane, dalle politiche antinataliste cinesi all’attuale orientamento dell’ONU e delle istituzioni europee, dalle polemiche sull’RU486 alle coraggiose iniziative del Movimento per la Vita. Con dati, documenti e testimonianze sconvolgenti che mostrano lo scellerato delirio di onnipotenza a cui si spinge l’uomo quando abbandona il rispetto delle leggi di Dio e della natura.

 
Tolkien cristiano

S’intitola «I figli di Hurin» e uscirà ad aprile su iniziativa del figlio Christopher. Che vuole restituire l’autentica visione cristiana del grande autore fantasy, dopo la trilogia del film «Il Signore degli anelli» basata troppo sullo spettacolo e su grandi battaglie ma poco sui valori religiosi

Innanzitutto una precisazione: il nuovo "inedito di Tolkien", così come è definito dai "più", non è un inedito. In senso assoluto, s'intende.

I figli di Hurin (The Children of Hurin), che nella versione inglese uscirà il prossimo 16 aprile - per quella italiana, edita da Bompiani, bisognerà aspettare probabilmente l'inizio dell'estate -, è già stato pubblicato, seppur in parte, in alcune delle opere del più celebre scrittore inglese fantasy del '900: tra le altre, il Silmarillion, un insieme di racconti fantastici che John Ronald Reuel Tolkien (1892 - 1973) scrisse al fronte durante la Prima guerra mondiale, ma che fu pubblicato soltanto nel 1977, quattro anni dopo la sua morte.

All'interno del XXI capitolo di quest'opera, la primissima a cui l'autore si dedicò, Tolkien racconta le vicende di un eroe, tale Hurin, e dei suoi figli alle prese con il Signore del Male, l'oscuro Morgoth. In una Terra percorsa dagli orchi, Túrin, uno dei figli di Hurin, inizierà una guerra personale contro la supremazia del nemico sulla Terra di Mezzo.

La storia, incompiuta, ci porta in un'epoca antecedente a quella in cui è ambientata l'opera più nota di Tolkien, Il Signore degli anelli, quando il mondo era più giovane e gli scontri tra uomini ed elfi contro il male avevano un sapore ben più cosmico e drammatico.
Ed è facile che il sapore del dramma che si avverte leggendo i racconti di Hurin sia stato una conseguenza della tremenda esperienza che Tolkien visse personalmente in trincea durante il conflitto del 1915-18. «Nei racconti pubblicati c'è inoltre tutta un'allegoria di radice cristiana - commenta Paolo Gulisano, esperto di letteratura fantasy e autore di diversi saggi su Tolkien e colleghi, tra cui C.S.Lewis, l'autore de «Le cronache di Narnia» -.
Tutta l'opera del grande scrittore è intrisa di morale cattolica e di simbolismi religiosi: Morgoth, ad esempio, un tempo era un angelo, proprio come Lucifero. Ma per rabbia, superbia e invidia scapperà dal Paradiso e ostacolerà Dio e il suo creato (tra cui elfi e uomini, ndr).

Dove Tolkien scrive di situazioni in cui è il male a prevalere, se ne distacca, facendo trasparire la speranza cristiana che il male possa essere redento». E a conferma di una profonda ispirazione cattolica, lo stesso autore dello Hobbit scrisse in una lettera al padre gesuita Robert Murray: «Dovrei essere sommamente grato per essere stato allevato in una fede che mi ha nutrito e mi ha insegnato tutto quel poco che so».

Fa parte del simbolismo cristiano, nel libro prossimo alla pubblicazione, anche lo stesso concetto di eroe: un eroe del sacrificio, e della rinuncia del potere, ovvero del male. «E non c'è amore più grande di quello di chi sacrifica la vita per i propri amici», sottolinea Gulisano.

A Cristopher, figlio di Tolkien e principale custode della sua opera incompiuta - fu lui a portare alle stampe lo stesso Silmarillion, come anche i dodici volumi della serie la Storia della Terra di Mezzo -, ci sono voluti trent'anni per ricostruire l'opera, oltre che per le integrazioni grazie agli appunti inediti sulla leggenda di Hurin:«E' per questo che il libro non può considerarsi un'opera totalmente di Tolkien, ma frutto di un lavoro a due mani», prosegue Gulisano. «Purtroppo - continua - non ci è ancora dato sapere quanto e quali argomentazioni Cristopher abbia aggiunto ai racconti già pubblicati.

A proposito vige un clima di ferrea riservatezza». Sicuro è che il figlio di Tolkien, ormai 86enne, con quest'ultimo omaggio al padre ha ardentemente voluto replicare alla versione cinematografica del Signore degli anelli. Sue recenti dichiarazioni sottolineano come il film abbia tralasciato i contenuti più profondi e i veri valori in cui Tolkien padre credeva: «E' stato come se Cristopher avesse detto: leggete la storia di Hurin.

L'opera di mio padre non è solo spettacolarità e battaglie. E' anche la speranza cristiana», conclude Paolo Gulisano.
 

Parla Solzhenitsyn: "I ricchi di Mosca affamano la Russia"


Lo scrittore fustiga i lussi della capitale ma sostiene Putin: "Lo zar non sia debole"
Denigrato, osannato, deriso, sparito, dato per morto, Alexandr Solzhenitsyn a 88 anni vuole ancora far sentire la sua voce tonante nella politica russa. E lo fa con la grandiosità degna dello Scrittore con la maiuscola, di un premio Nobel che ha vissuto la sua battaglia col comunismo come una lotta personale, dell’unico russo vivente che può pretendere di farsi chiamare padre della patria. Il giornale governativo Rossijskaja Gazeta ha pubblicato oggi il saggio di Solzhenitsyn «Riflessioni sulla rivoluzione di Febbraio»: 500 mila copie alle quali si aggiungerà tra pochi giorni una brochure stampata in 4,5 milioni di esemplari.

Tirature che non si erano viste dai tempi delle edizioni tascabili di Lenin, durante il comunismo. O da quando, nel 1990, lo stesso Solzhenitsyn pubblicò il suo famoso «Come ricostruire la Russia», che servì poi da linee guida nella dissoluzione pilotata dell’Urss. La moglie dello scrittore Natalia ha presentato ieri a Mosca il progetto - il vate è malato, è stato di recente operato al cuore, e da qualche anno ormai non appare in pubblico - spiegando che le riflessioni sugli ultimi giorni dell’impero dei Romanov dovrebbero spingere la classe politica russa a trarre analogie, e a non ripetere gli stessi errori. «Alexandr Isaevic» - ha detto Natalia, che chiama il marito con nome e patronimico, all’antica - «segue e prende molto a cuore la situazione della Russia», e il suo dolore principale è il distacco tra i ricchi e i poveri, tra i lussi di Mosca e le miserie dell’immensa provincia. È di fatto un provinciale, e sente i dolori della provincia, che il nostro potere non avverte o percepisce in modo molto smorzato». «Se il governo non vi presterà attenzione, le conseguenze saranno molto gravi», è stato il monito dello scrittore trasmesso da sua moglie.

Una critica, quella di trascurare la Russia profonda e autentica, che Solzhenitsyn ripete da anni, seguendo la tradizione russa di scrittore portavoce del «popolo». Non erano molto diverse le prediche in tv al suo trionfale ritorno in Russia dopo 25 anni di esilio, nel 1994. Ma il Cremlino dell’epoca si stufò rapidamente, e un anno dopo la trasmissione settimanale del vate venne chiusa per «audience scarsa». Lo scrittore si isolò nella sua dacia, le nuove pubblicazioni non suscitavano clamore, e sembra quasi ironico che fosse stato premiato come miglior sceneggiatore tv nel 2006, per la fiction «Nel primo cerchio» dal suo romanzo.

Solzhenitsyn non è cambiato, semmai è cambiato qualcosa al Cremlino, visto che lo scrittore ha affidato ieri alla moglie i suoi complimenti per la politica estera di Putin, grazie al quale «la Russia ha riconquistato un certo peso nel mondo». E il direttore della Rossijskaja Gazeta Vjaceslav Fronin ha annunciato che il saggio di Solzhenitsyn («estremamente attuale») verrà inviato a tutti i governatori e ai deputati come «in vista delle elezioni parlamentari e presidenziali». Un segnale chiaro: le «Riflessioni sulla rivoluzione di Febbraio» - nonostante il testo sia stato scritto negli anni ��, già pubblicato e riguardi eventi di 90 anni fa - sono una guida per la politica del 2007. Lo dice lo stesso scrittore nella breve prefazione: «È amaro che parte di queste conclusioni sia ancora applicabile alla nostra inquieta e instabile attualità».

A leggere il testo, le ansie di Solzhenitsyn rimangono le solite: racconta come una tragedia il crollo della monarchia, rimproverando allo zar di non aver represso l’opposizione, e di essersi allontanato troppo dal popolo. Se la prende con il parlamentarismo, i liberali, i russi che «hanno dimenticato Dio», e perfino con gli assassini di Rasputin, colpevoli di aver fatto «il primo passo della rivoluzione». Con la conclusione finale: la colpa di un disastro «planetario, cosmico» che ha inaugurato un secolo di sangue, è di uno zar debole, che abdicando ha «tradito» il suo Paese. A un anno dalle presidenziali, mentre si attende con il fiato sospeso la scelta dell’«erede» di Putin, e si fanno sempre più forti voci che insistono che l’attuale leader debba rimanere al Cremlino a oltranza, nonostante la Costituzione, è un messaggio a zar Vladimir.

 

«Una casa senza libri è come una fortezza senza armi» (detto monastico)

Fabio de Fina

www.effedieffe.com
03/01/2007


Nota dell'editore

«Evviva la rinascita della cultura cattolica!»: così conclude una mail di auguri un lettore di Trieste.
Nella breve frase è stato, sinteticamente, colto il senso dell'azione che stiamo sostenendo contro i nemici della nostra civiltà occidentale [che è cattolica, con rilevanti recuperi di cultura greca e romana].
Questo è l'obiettivo della casa editrice Effedieffe, del giornale on-line diretto da Maurizio Blondet, della selezione libraria della libreria Ritorno al reale, che è un negozio on-line ed un negozio vero e proprio in viale Argonne 35 a Milano.
Questo è l'obiettivo per il quale mi impegno dalla fine degli anni sessanta [per la precisione dall'ottobre 1968] quando all'Università Cattolica di Milano giravo con una valigetta di cuoio importunando gli amici per vendere loro libri che ritenevo potessero ostacolare la sovversione montante.
Quasi trent'anni fa diffondevo in prevalenza quello che oggi definirei «pattume» e cioè testi di Evola, Guenon, testi pagani e scemenze di un inesistente neopaganesimo, testi di esoterismi vari, compresi quelli di «esoterismo cattolico» (un evidente ossimoro), testi buddisti, induisti, islamici,
di tradizioni pellerossa, e via dicendo [che Dio mi perdoni se ho, involontariamente, per ignoranza, rovinato anime e quindi esistenze].
L'incontro con persone e la riflessione personale mi riportavano, all'inizio degli anni settanta, alla vera ed unica religione, quella della mia infanzia, la religione cattolica, e da allora, pur in modo dilettantesco, non professionale, negli spazi di tempo sottratti all'attività lavorativa, ho diffuso decine di migliaia di libri che, anche se si tratta di una goccia nel mare dell'aggressione al cattolicesimo, forse hanno concorso a frenare, di qualche centimetro, la scristianizzazione e quindi la desertificazione e la disumanizzazione della società.
E' una vocazione analoga a quella di don Bosco (che diffuse milioni di libri) e di Pio Brunone Lanteri, anche se il paragone è irriverente e su scala 1 (i miei modesti tentativi) a migliaia di miliardi (don Bosco e Lanteri).

 
Guareschi e la «modernità deviata»... Una foto inedita.

Una storia non compiuta... perchè ancora tremendamente attuale.

Oltre all'introduzione del libro "Don Camillo e don Chichì" è anche possibile vedere un fotogramma preso dal film (incompiuto) «Don Camillo e i giovani d'oggi». Non quello del 1972, ma quello del 1970. Girato nel luglio e agosto di quell'anno. A riprese quasi ultimate Fernandel stette male e, a Parma, gli fu diagnosticato un tumore che lo porterà a lasciare questa terra pochi mesi dopo, il 26 febbraio 1971. Nella foto si vedono il «don Chichì post-conciliare» e don Camillo-Fernandel che, ignaro, sta già vivendo la sua «passione»...

Sono invecchiati, quei due. Don Camillo, addirittura, pare non rendersi conto di vivere nel 1966, ma si riferisce a un calendario fermo al 1666. Glielo rinfaccia un pretino saccente, spedito dalla Curia per insegnargli a fare il parroco tenendo conto dei «tempi nuovi» cui deve adeguarsi anche la Chiesa, pure abituata a viaggiare sui ritmi dell'eterno. Voce del verbo aggiornarsi.
Peppone appare decisamente appesantito dalla trippa (don Camillo si burla di lui definendolo «sacco di lardo»), impollastrato, imborghesito, perfino un po' rintronato, forse guastato irrimediabilmente dal benessere. Le sue manacce non sparano più pugni che pesano un quintale e hanno smesso di pestare martellate sapienti su una sbarra di ferro incandescente artigliata dalle lunghe tenaglie e inchiodata sull'incudine. L'officina del fabbro si è trasformata in un moderno emporio di motociclette, automobili e ammiccanti elettrodomestici.

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«I baffi di Guareschi»
GUARESCHI UOMO LIBERO

SOTTO I BAFFI DI STALIN
«Usi, costumi, ingegno e solitudine» di Giovannino Guareschi. Con tale intento il giornalista e scrittore Giorgio Torelli rievoca ora «I baffi di Guareschi» per l'editrice Àncora (pp. 176, euro 13,50), testo dal quale riprendiamo qui parte del capitolo iniziale.
Un libro-strenna, anzi un «album» assai originalmente illustrato, in cui ricordi ed aneddoti servono a tratteggiare - senza affatto santineggiarla - la figura di un assoluto goliardo emiliano che, passando attraverso il crogiolo del lager, seppe diventare un «resistente» esemplare contro tutti gli abusi a libertà e verità, pagandone il prezzo in proprio e - alla fine - senza ricavarne per sé un'accettabile serenità. Comunque un maestro: di scrittura («Mondo piccolo» docet), di carattere, di civismo.
 Uno di qua e uno di là del naso, i «barbisoni» del creatore di “Don Camillo” non sono casuali, un timido accenno a fior di labbra, ma un distintivo volitivamente guadagnato nel lager nazista e poi ostentato come bandiera. «Come un displuvio, i mustacchi indicavano un prima e un dopo nella vita dello scrittore emiliano. Invece gli spazzettoni del dittatore comunista erano falsi, perché dietro il loro bonario parapetto nascondevano un’indole spietata, celavano i gulag».

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Selvaggi col telefonino

Il testo descrive, in modo suggestivo, un’ antichissima società umana, collocabile all’inizio del tempo, molto progredita spiritualmente, socialmente e tecnologicamente; la sua repentina caduta; la lenta, faticosa, risalita fino agli elevati livelli della nostra civiltà europea di qualche decennio fa; poi nuovamente un declino, che si avvicina al crollo, e siamo nella realtà di oggi.
Il selvaggio col telefonino è l’immagine del nostro scadimento come popolo: non è che torniamo alla barbarie (magari), ma affondiamo ogni giorno di più nell’amoralità, nella volgarità, nella bassezza soddisfatta, nell’ignoranza compiaciuta, nella grettezza e mancanza di rigore - mentale prima che morale.
Questo genere di regresso è avvenuto nella storia d’Italia per l’abdicazione o la corruzione delle classi dirigenti, il contentarsi di essere quello che già siamo, il non chiedere più niente a noi stessi.
E’ la dittatura collettiva del «fellah» urbanizzato.
«Fellah» è la parola egiziana che indica il bracciante agricolo, in Italia il «cafone».
Il cafone d’oggi ha il telefonino (o la Mercedes, o la laurea alla Bocconi) ma la sua mente resta quella dello zappatore.
Il suo repertorio di curiosità e di ambizioni resta limitatissimo: il sesso, il «mangiare», il «vestire», il calcio, sono tutto ciò che esige dalla vita.
Questo tipo umano è estraneo alla cultura, all’arte, al pensiero, alle attività umane alte che costituiscono la civiltà; per lui sono inutili, e ne frena e ne soffoca la comparsa nella società.
Come lo zappatore quando va alla fiera del paese, diffida dei competenti, degli intelligenti, e in generale della complessità della vita, mentre dà cieca fiducia ai venditori di amuleti: è lui che ha arricchito le infinite Vanna Marchi della nostra vita collettiva, politica, mediatica e spettacolare. E’ lui che impone il suo «stile»: la maleducazione, la rozzezza, la vile violenza e la svaccata ineleganza che chiama «Made in Italy».
Questo libro tenta di essere un manuale di aristocratizzazione, di ri-educazione alla civiltà, che dichiara il suo debito, tra gli altri, al filosofo-educatore della modernità, Ortega y Gasset.
Non esorta a tornare solo all’etica, ma anche all’estetica: al capire che certe azioni tipicamente italiane, prima che delinquenziali e disoneste, sono «brutte», ignobili, volgari.

Maurizio Blondet, già inviato speciale de Il Giornale e di Avvenire, ha pubblicato per Effedieffe «I nuovi barbari», «11 settembre colpo di Stato in USA», «Cronache dell’Anticristo», «L uccellosauro ed altri animali la catastrofe del darwinismo», «Chi comanda in America», «Osama bin Mossad», «La strage dei genetisti», «Schiavi delle banche», «Israele, USA, il terrorismo islamico».

Dirige il giornale on-line www.effedieffe.com

 
 

LA MONETA LIBERA DA INFLAZIONE E DA INTERESSE
Autore: Margrit Kennedy
Editore: Arianna Editrice

Scheda del libro: La moneta è una delle più geniali invenzioni dell’umanità, ma anche una delle più pericolose. “La moneta libera da inflazione e da interesse” spiega in modo semplice e chiaro come le politiche finanziarie regolino i mercati globali e come l’interesse distrugga le nostre società e gli ecosistemi. In particolare, svela i difetti nascosti nel nostro sistema monetario, individuando e analizzando le conseguenze a lungo termine di quattro comuni malintesi: - Che c’è solo un tipo di crescita. - Che paghiamo un interesse solo se prendiamo in prestito dei soldi. - Che usufruiamo tutti allo stesso modo dell’attuale sistema monetario. - Che l’inflazione è parte integrante delle economie di libero mercato.
 
 

REDUCI ALLA SBARRA di Alessandro Frigerio Edizioni Mursia, pag.180, 14 euro

QUANDO I COMUNISTI QUERELARONO I REDUCI

Una delle maggiori frustrazioni per i nostri soldati di ritorno dalla Russia fu non esser creduti. Il problema era che, oltre a mettere in dubbio la contabilità ufficiale della spedizione (con l’enorme scarto tra sopravvissuti, vittime, dispersi), i loro racconti su ritirata e prigionia risultavano troppo duri da sopportare. Quasi inverosimili, appunto. Ma il peggio doveva ancora venire, per un paese ansioso di sterilizzare nell’amnesia gli orrori della guerra.
E quel peggio arrivò nel 1948, quando alcuni superstiti scrissero una storia sconvolgente. Un opuscolo in cui spiegavano la sorte dei 60mila commilitoni uccisi dopo aver consegnato le armi, crollati nelle marce forzate a 30 gradi sotto zero, stroncati dalla fame e dal tifo nei gulag, ridotti al cannibalismo, e, soprattutto, vessati e torturati da altri italiani, comunisti. Una sorta di polizia segreta del partito comunista, attiva nei gulag con ricatti, torture di ogni genere, delazioni, esecuzioni sommarie.
Una testimonianza-chock che aprì un grande problema per il PCI, perché indicava le responsabilità dei suoi militanti fuoriusciti in URSS prima del conflitto e impegnati in una spietata “rieducazione” degli internati italiani.
Tra tutti gli aguzzini spiccava Edoardo D’Onofrio, coordinatore del centinaio di commissari politici in divisa sovietica ma venuti dall’Italia. Il compagno Edo era un alto dirigente delle Botteghe Oscure (il PCI), legatissimo a Togliatti, a Stalin e a Mosca, sua patria d’elezione. Nel frattempo, tornato in Italia, era divenuto senatore nelle fila del Partito Comunista.
Un uomo influente. Il quale, per salvare l’onore suo, del PCI e dell’URSS “paladina della giustizia e delle libertà”, querelò per diffamazione i tre estensori del dossier e i due giornalisti che lo pubblicarono. Si mise così in moto un processo-celebrato nel ’49-che i giornali dell’epoca definirono “del secolo” e che è stato invece rimosso come una pratica fastidiosa. Nessuno, infatti, ne ha parlato più.
Reduci alla sbarra di Alessandro Frigerio (Mursia), rievoca questa vicenda, a margine dell’ecatombe dell’ARMIR; ma per nulla marginale. Ricostruisce le udienze in cui gli autori del dossier si trasformarono da accusati in accusatori. In aula sfilarono 120 testimoni, di una parte e dell’altra, in un clima di contrapposizione ideologica che riproduceva il confronto politico in corso nel paese. D’Onofrio si difese motivando il suo ruolo con l’alibi di una missione morale: “Elevare la coscienza democratica dei prigionieri attraverso una costante opera di persuasione e di convinzione (come i cambogiani prigionieri dei killing fields)”. Ecco, per lui, il senso degli interrogatori, mirati a scegliere gli elementi più adatti a seguire le conferenze antifasciste e i corsi di teoria bolscevica. Fu smentito da chi, nonostante i disinganni, non si lasciò redimere.
Che il processo sarebbe stato difficile, D’Onofrio lo capì subito. Tanto che, attraverso il PCI, chiese a Mosca di fornire nuove, false, testimonianze su crimini e crudeltà compiute dai soldati italiani e dai singoli reduci autori dell’opuscolo. E tanto che Paolo Robotti, a nome di Togliatti, suggerì all’ambasciatore sovietico a Roma di pianificare un modo per uccidere il sacerdote Don Enelio Franzoni, “un prete vile, bugiardo, alleato ai calunniatori”.
L’omicidio mirato saltò, i reduci furono assolti per “raggiunta prova dei fatti”, il caso venne chiuso. Fino al 1955, quando l’aguzzino D’Onofrio fu eletto vicepresidente della Camera e il suo passato rianimò le polemiche. La DC propose d’istituire una commissione parlamentare d’inchiesta sui fatti che gli erano stati addebitati durante il processo. Ma “ragioni di opportunità politica” (leggi la forte avanzata elettorale del MSI di quegli anni) convinsero i leader del partito, in primo luogo Amintore Fanfani, a lasciar cadere tutto per non aizzare “una nuova battaglia tra fascismo e antifascismo” (e tacitare ghettizzandolo il nuovo pericolo MSI!)

 
" DE MAURO; IL GIORNALISTA UCCISO DA COSA NOSTRA. E NON SOLO"

di Franco Nicastro - Edizioni Nuova Iniziativa Editoriale SpA; Via F. Benaglia, 25 00153 Roma - Euro 5.99
Mecoledì 16 settembre 1970, poco dopo le 21, a Palermo. Mauro De Mauro, versatile cronista del quotidiano della sera "L'Ora", stà per rientrare a casa con la sua BMW. La figlia lo vede arrivare e subito risalire in auto con altre persone. Da quel momento sparisce. Una morte misteriosa. Poco prima di essere sequestrato ed eliminato, De Mauro collaborava con il regista Francesco Rosi alla sceneggiatura di un film sulla vita e sulla morte, altrettanto misteriosa, del presidente dell'ENI, Enrico Mattei. La polizia punta su questa pista. Secondo i carabinieri il giornalista, invece, indagava sui traffici di droga di cosa nostra e per questo sarebbe stato ucciso. I servizi segreti pidduisti fanno un summit a Palermo, decidono di insabbiare tutto. De Mauro aveva avuto una vita tormentata: in gioventù era stato al fianco del Principe Junio Valerio Borghese, che proprio in quei giorni progettava il suo "golpe" d'intesa con la mafia.
Trentasei anni dopo, un nuovo processo e nuove rivelazioni dagli archivi dei servizi e dai pentiti di cosa nostra.
 
AI MIEI NEPOTI
Due secoli di vicende d’una famiglia Italiana di Sergio Gozzoli


Il “Nonno Sergio” medico, aderente alle Fiamme Bianche della RSI a tredici anni, missino dalla fondazione fino agli anni 60. Uomo d’azione e cultura, sempre in prima linea nell’affermazione dei Valori (lo estimoniano i due processi politici e i lunghi mesi di detenzione subiti dal sistema repressivo del regime “democratico”) Aderente a Forza Nuova per la quale si è esposto in prima persona nelle piazze e sui media donandole la sua autorevolezza ed esempio.
I “Nepoti” a cui Sergio dedica il suo libro sono, in primis i 7 figli di Marzio e Licia, ma anche e soprattutto i Nipoti della Sua Italia che, a dispetto della repressione e del disprezzo cattocomunista, intendono raccogliere il testimone della lotta ai nemici dell’Europa del Sangue e del Suolo, ai nemici della Civiltà Greco/Romana e Cristiana.
Un libro “edificante” per tutti i Camerati che hanno in DIO, PATRIA e FAMIGLIA
la ragione della Lotta e della Vittoria!

AI MIEI NEPOTI – pagine 220 – euro 16,00
(per i Militanti di Forza Nuova e per ordini alla mail: ordini@ordinefuturo.net , il costo sara di euro 12,00 più spese di spedizione)
 
Popoli al bivio

Rilegato con sovracoperta a colori,

f.to 17 x 24 cm.
pag. 510 + 32 di fotografie b/n
Stampato nel 2006
euro 50,00

per ordini alla mail: ordini@ordinefuturo.net
 
"IL LIBRO ROSSO DEI MARTIRI CINESI"
a cura di Loredana Fazzini
prefazione del Cardinale Joseph Zen Ze-Kiun
Vescovo di Hong Kong
Edizioni San Paolo
www.edizionisanpaolo.it
 
Quattro libri sull’immaginario contemporaneo
 
Effedieffe edizioni
03/11/2006


E’ in atto una vera e propria guerra psicologica contro il senso comune.
E la sua arma principale è l’inquinamento dell’immaginario.
Da decenni, e con invadenza crescente, i media propongono all’ascoltatore, al lettore, allo spettatore di ogni età, una dieta a base di «cultura dei misteri».
Si tratta di una miscela intossicante di storia fantastica, menzogne e «segreti», prodotta nella sottocultura occultista, e oggi rivenduta al mercato di massa.
Nel suo impasto sono compresi gli «enigmi» del Graal o di Maria Maddalena, dei Templari o dei catari, dei cabalisti, degli esseni o di qualunque altro gruppo (storico o immaginario) si presuma custode di verità «esoteriche».
E’ un fenomeno culturale molto più rilevante e complesso di quanto appaia ad un primo sguardo. Che guadagna spazio, perché remunera gli editori privi di senso morale, favorisce gli improvvisatori e toglie spazio agli autori seri.
Che inquina i cataloghi di case editrici un tempo rispettabili.
Che confonde i lettori di buona volontà alla ricerca di oneste ricostruzioni del passato.
A parte lodevoli eccezioni, la cultura «accademica» studia poco il fenomeno, facendosi così complice di un degrado sempre più preoccupante che distrugge nei giovani la capacità di distinguere il vero dal falso, lo storico dal fantastico, l’accaduto dall’inventato.
Uno studioso italiano, Mario Arturo Iannaccone, si sta dedicando allo studio sistematico di questo fenomeno, e il risultato delle sue indagini sono una serie di libri dedicati a questo processo di colonizzazione dell’immaginario.
La libreria «Ritorno al Reale» ha deciso di introdurre questi volumi nelle sue disponibilità giudicandoli strumenti importanti per cogliere questo aspetto non secondario dell’attuale lotta culturale.
Sino ad oggi, Iannaccone ha scritto quattro libri su questi argomenti, tutti editi da Sugarco Edizioni.
 
Il primo è «Rennes-le-Château, una decifrazione» (2004, XXII Premio Capri san Michele) uno studio sul mito di Rennes-le-Château.
Si tratta di una complicatissima truffa storica, all’origine di centinaia di volumi di pseudostoria, (compreso il romanzo Il Codice da Vinci) che fu prodotta originariamente negli ambienti dell’occultismo massonico francese e inglese.
La pletora di leggende prodottesi a partire dal nucleo di Rennes-le-Château ha fornito temi in abbondanza all’odierna cultura «degli enigmi» e «dei misteri».
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Il secondo è «Templari, il martirio della memoria. Mitologia dei cavalieri del Tempio» (2005), un testo dedicato all’origine storica e al significato delle moderne mitologie templari, e alle manie del Graal.
Un testo indispensabile per comprendere cosa si agita dietro all’odierna industria dei Templari che occupa i banchi dei librai con testi dubbi, ambigui e quasi sempre d’infima qualità.
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Il terzo volume della serie è «Storia segreta. Adam Weishaupt e gli Illuminati» (2005), approfondita analisi storica dell’esperienza degli Illuminati di Baviera, gruppo sovversivo di fine Settecento che s’ispirò alle teorie di Rousseau.
Gli Illuminati causarono numerose ondate di panico nella società americana, da sempre agghiacciata da periodiche paranoie.
La loro leggenda, dilagata nella cultura popolare, non si è mai esaurita ed è spesso stata rilanciata per motivi poco chiari.
Oggi gli Illuminati sono diventati parte integrante del regno della penombra, delle cosiddette teorie dei complotti, falsi, che servono a screditare complotti veri, dove serie investigazioni sul nostro presente e teorie strampalate alla David Icke sembrano consapevolmente intrecciate, mescolate e confuse.
Storia segreta è, attualmente, il libro più completo, in lingua italiana, su questo argomento.
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Da pochi giorni è in libreria un quarto volume: «Maria Maddalena e la dea dell’ombra».
Il sacro femminile, la spiritualità della dea e l’immaginario contemporaneo, un approfondito studio di storia della cultura dedicato alla formazione dell’immaginario legato alla «nuova» Maddalena e alle origini del cristianesimo.
Le attuali fantasie sui «complotti» orditi dai primi cristiani e dalla Chiesa ai danni dell’umanità sono un prodotto dell’estremo femminismo e del lavorio incessante di quegli ambienti controculturali che elaborarono l’ideologia del libertarismo, dell’ambiguità sessuale, dell’androgino e del cabalistico «dio femminile».
Approfondendo ciascuno di questi temi, quasi fossero episodi di un’unica vicenda, Iannaccone mette a nudo i meccanismi di un processo culturale devastante, che sta erodendo le capacità critiche di più di una generazione.
La ricca documentazione contenuta in questi libri, che intrecciano in un’unica trama aspetti, personaggi, idee dell’immaginario contemporaneo, forniranno numerosi spunti per contrastare la disinformazione dei manipolatori delle idee.
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