Sostiene Livia Turco che siamo nel pieno di una «polemica
sul nulla». E sostiene ancora di voler solo esercitare
con libertà e saggezza la propria competenza sulle
linee guida per l'applicazione della legge sulla procreazione
assistita. Sulla saggezza delle prime dichiarazioni e mosse
del ministro della Salute ci siamo purtroppo ritrovati a
nutrire non pochi dubbi. Ma a proposito della sua rivendicazione
di libertà non ne abbiamo affatto: di libertà
se ne sta prendendo molte. E la più provocatoria
è proprio la decisione di delegare a Maura Cossutta,
ex deputata del Pdci e strenua avversaria della legge 40,
la revisione di quelle linee guida.
Non è un mistero che l'ex parlamentare comunista
ha continuato fino a ieri a teorizzare con asprezza ribaltamenti
e svuotamenti della legge 40. Infischiandosene del fatto
che una schiacciante e largamente consapevole maggioranza
di italiani - non ci stancheremo mai di ripeterlo - abbia
difeso col non-voto referendario quel sistema di regole
che rappresenta un approdo di garanzia per tutti e un generoso
punto d'incontro tra sensibilità laiche e cattoliche.
Qualcuno, a cominciare dal ministro, considera l'ondata
di reazioni generata dall'inopinata designazione una sorta
di processo alle intenzioni. Ma, ieri, bastava leggere il
titolo in prima pagina - «Fecondazione si cambia»
- del giornale dei Ds, l'Unità, per capire che le
intenzioni sono, invece, più che chiare e che l'unico
processo in corso è quello imbastito - in certe stanze
del governo- contro una legge dello Stato.
Non serve molta memoria per mettere in fila i colpi vibrati
in sequenza. Prima, è arrivata la spallata di Fabio
Mussi che ha aperto la porta dei finanziamenti Ue a ricerche
comunque basate sulla distruzione di embrioni umani e vietate
nel nostro Paese. Poi, la copertura politica offerta a Mussi
dal vicepremier Massimo D'Alema (che si è impegnato
"a freddo", dopo settimane di polemiche e di tentativi
di mediazione, non esitando a dare sull a voce all'altro
vicepremier Francesco Rutelli). E, ora, l'iniziativa squassante
di Livia Turco. A questo punto, rilevare la cifra politica
dell'accaduto diventa inevitabile. Mussi è il capo
della minoranza diessina, quel Correntone che si batte contro
il progetto di usare il legno della Quercia per costruire
la nuova dimora del Partito democratico (impresa che mette
in discussione una parte del patrimonio della sinistra di
radice social-comunista e certe recenti acquisizioni di
tipo individual-libertario). D'Alema è, come ben
si sa, il presidente - e l'uomo forte - dei Ds e uno dei
detentori delle chiavi del gran cantiere di cui si è
appena detto. E Turco è una sua storica compagna
di battaglie politiche. Se si dovesse, insomma, fare uno
più due, si potrebbe concludere che mussiani e dalemiani
stanno metodicamente montando un "caso" dentro
la casa in costruzione, che si ritorce contro chi l'ha progettata
e contro chi, venendo da un'altra storia, sta collaborando
alla sua costruzione. Si potrebbe dire che sparano, dalla
loro prospettiva, con una stessa pallottola, contro due
bersagli distinti ma in realtà non così distanti,
visto che per mettere su casa bisogna aver chiaro qual è
l'idea di vita che s'intende condividere.
A certuni sembrerà, magari, una lettura dietrologica.
Ma i fatti sono questi. E il nostro semplice calcolo è,
di certo, infinitamente meno cinico di quello che indusse
tanti europarlamentari italiani dell'allora opposizione,
capitanati ancora da D'Alema, a votare contro l'insediamento
di Rocco Buttiglione a euroministro per gli Affari interni,
sociali e di giustizia. Un filosofo e politico cattolico
venne allora processato al cospetto dell'Europa, condannato
per la sua fede e inchiodato alle sue convinzioni sulla
famiglia. Non saremo certo noi a inchiodare la dottoressa
Cossutta alle sue. Ma che un ministro pensi di poter decretare
che a "revisionare" una specifica legge sia la
nemica dichiarata di quelle norme è un'arrogante
enormità. E in un Pae se normale prima che intollerabile
sarebbe impensabile.