La Turchia? Per favore…


Maurizio Blondet
fonte: www.effedieffe.com
12/02/2006

Riproponiamo nella versione integrale il pezzo di Blondet, pubblicato rimaneggiato, per motivi di spazio, su «La Padania».

Siccome passo per filo-islamico, in questi giorno vedo tanti sorrisetti.
Mi chiedono: che ne dici del povero prete ammazzato in Turchia dai tuoi amici?
Delle masse fanatiche che incendiano le ambasciate?
Una risposta per volta.
Il povero prete: come cattolico, taccio commosso di fronte ad uno, ed è solo l’ultimo, dei martiri cristiani del nostro tempo.
Il comunismo, ha fatto migliaia di martiri cristiani; ora li fa l’Islam.
C’è una differenza tra i nostri martiri e quelli islamici, e si vede: «vi mando come pecore tra i lupi», disse Gesù.
Inerme, padre Santoro era così e lo sapeva.
Nella dottrina cattolica c’è la convinzione che il martirio - quello vero - arrivi a chi lo chiede: è l’estremo dono dell’uomo a Cristo, e di Dio al suo fedele migliore.
Bisogna che il candidato dica, in fondo al suo cuore, «sia fatta la Tua volontà»; e solo allora riceve la Croce, che è il segno misterioso e atroce della predilezione di Gesù.
Bisognerà ricordarlo, oggi che tanti si dicono cristiani come riflesso identitario, «contro l’Islam».
La morte di padre Santoro addolora, ma rallegra il credente: finchè ci sono combattenti che versano il loro sangue, Cristo vive e vince.

Che l’assassino sia un agente del KGB, un cannibale della Papua, un fanatico pakistano o un sedicenne turco, non è che non faccia differenza.
Ci dice qualcosa, per esempio, sulla Turchia.
Sulla sua violenza storica.
Conosciamo la storia?
Popolazione mongola e non araba, ferocissimi conquistatori, i turchi hanno dato poco contributo intellettuale anche all’Islam.
Ma ne hanno dato uno indimenticabile alle atrocità: l’arte di impalare il nemico è una loro invenzione.
Quando conquistarono Costantinopoli e misero fine nel sangue all’impero cristiano bizantino, fu un’orgia di massacri e d’impalamenti (il celebre conte Dracula, rumeno, imparò da loro). Vogliamo ricordare le truppe speciali, la guardia del corpo scelta del sultano e della «sublime porta»?
I giannizzeri: schiavi cristiani convertiti all’Islam in tenera età, erano addestrati in un modo da far impallidire le SS d’invidia.
La loro presenza diffondeva il terrore.

La dura violenza è un carattere storico turco.
Quando Kemal Ataturk (che era un massone) decise di portare il Paese nella modernità occidentale, lo fece alla turca.
Ossia a calci.
Obbligò tutti i turchi a scrivere in caratteri latini anziché arabi; vietò il velo alle donne.
Agli uomini, proibì l’uso del fez.
Se volevano coprirsi il capo, usassero una lobbia come a Parigi.
Per dire come sono i turchi: molti resistettero.
Centinaia di rispettabili signori ad Istanbul e ad Ankara continuarono a portare il fez, pur sapendo perfettamente che cosa significasse disobbedire al padre della Patria: Ataturk ne fece decapitare parecchi.
E il genocidio degli armeni?
E la persecuzione dei curdi?
La lotta politica in Turchia è stata per lo più un fatto di violenza: estremisti «neri» e «rossi», laicissimi magari, dicono le loro ragioni con il revolver.
Ali Agca, non dimentichiamolo, viene da lì.
La polizia turca controlla questa violenza con la violenza: ha notoriamente la mano pesante.
Non auguro a nessuno di cadere in mano ai loro tutori dell’ordine.
O ai loro militari.

Con questo, sia chiaro, non critico i turchi.
La loro mano pesante dà loro una qualità militare invidiabile.
Forse non sapete che un contingente turco partecipò, su richiesta degli americani, alla guerra di Corea.
Fin dai primi giorni si mise male per gli USA.
Venne un momento, proprio all’inizio, in cui si sparse la voce che una marea di carri armati cinesi (alleati dei nord-coreani) dilagava inarrestabile e stava puntando su Seul.
Subito gli americani, nel panico, cominciarono a caricare le navi di uomini e materiali, una scena di fuga da ultimi giorni del Vietnam.
Ma passano le ore, e i carri armati cinesi non si vedono.
Altre ore, e non arrivano.
I comandi USA si chiedono: cos’è successo?
Era successo che un battaglione turco, uno solo, aveva arrestato l’avanzata del nemico.
Di fronte alle forze preponderanti cinesi, il colonnello turco aveva detto ai suoi soldati turchi: «eredi di Gengis Khan, mica vorrete arrendervi davanti a questi coltivatori di cavoli» (i cinesi, contadini, sono disprezzati dai mongoli, nomadi e pastori).
Poi, ordinò ai suoi soldati di innestare le baionette.
E quando il soldato turco innesta la baionetta, allora sì che bisogna aver paura.

Era successo anche nella prima guerra mondiale, a Gallipoli in Turchia.
I turchi erano alleati, allora, del Kaiser; avevano istruttori e colonnelli tedeschi.
Dopo mesi di resistenza contro forze schiaccianti britanniche, gurka e Sikh compresi, i colonnelli tedeschi - ed è tutto dire - decisero: basta ragazzi, bisogna arrendersi, non abbiamo più munizioni. Cosa fecero i soldati turchi?
Ammazzarono i colonnelli tedeschi.
Poi innestarono le baionette, e continuarono a resistere.
Gli inglesi ebbero perdite spaventose.
Insomma i turchi mi sono anche simpatici.
Sono gente fidata.
Non sono dei levantini, anzi il contrario.
Nella NATO, hanno difeso dai sovietici il nostro fianco sud per mezzo secolo, trucemente preparati a innestare le baionette.
Solo, non li vorrei in Europa: il sangue mongolo non è acqua.
L’illusione eurocratica che, per diventare europei, basti accettare l’euro e le normative sul calibro delle mele e la curvatura dei cetrioli, fa offesa alla storia, e anche al vecchio sangue mongolo, sangue delle steppe e di Gengis Khan.
Impalatori fidati, di parola, ma asiatici.

In Europa li possiamo associare, dare loro tutti i benefici economici che vogliono.
Ma è l’Asia il loro posto, il loro destino, il loro modus operandi.
Farne degli europei è un’idea, anzitutto, idiota: da illuministi di serie C.
Ma non meno idiota è il progetto di Bush di «portare la democrazia nel mondo islamico».
Il risultato si è visto: a vincere le libere elezioni sono i fondamentalisti.
L’Islam è profondamente estraneo alla democrazia, perché la stessa religione musulmana vede in Dio (Allah) non il padre e il legislatore della tradizione greco-romano-cristiana, bensì il despota divino.
Il Dio cristiano ha creato il mondo e poi si è «riposato», affidandolo all’uomo.
Allah sostiene il mondo istante per istante, con un atto continuamente ripetuto della sua volontà dispotica.
Sapete perché i musulmani non hanno fatto scienza?
Perché i loro mullah e teologi hanno detto: «Allah ha fatto il fuoco caldo, ma potrebbe farlo freddo».
Nobile visione religiosa, ma la conseguenza è ovvia: è inutile indagare sulla natura e sulle cause dei fenomeni (questo fa la scienza occidentale), perché i fenomeni sono atti di volontà arbitraria di Dio, per essenza inspiegabili.
Inutile studiare e sperimentare: tutto è già nel Corano.
E Allah non deve dare ragione di ciò che fa.

Ecco perché i regimi politici nell’Islam sono tutti dispotismi: i laici Nasser e Saddam, o il fanatico religioso Khomeini, concepiscono il potere modellandolo sul despota divino, Allah.
Se va bene, possono essere despoti illuminati, come si dice fosse Saladino.
Ma sempre, il potere è arbitrario e senza controllo, senza contrappesi.
Tutto ciò spiega anche le manifestazioni furiose contro i cartoon danesi, ovviamente controproducenti per gli stessi islamici.
Il fatto è che l’Islam è «anti-intellettuale»: non serve pensare, è vietato indagare, basta avere fede.
E per conseguenza, oggi, gli islamici sono spesso stupidi più del necessario.
Ossia facilmente manipolabili, aizzabili a qualunque colpo di testa.
Come vedete, non sono filo-islamico ad occhi chiusi.
Anzi so che l’Islam è il nemico storico e fatale della civiltà cristiana.
Solo che non vorrei che anche noi cadessimo nella trappola delle manipolazioni e provocazioni in cui cadono, loro, così facilmente.

Mi spiego: quando si tratta di dominare, di esercitare l’egemonia su popoli diversi, culturalmente estranei e potenzialmente ostili, bisogna anzitutto «capirli».
Non per bontà, ma per non provocarne le furie senza necessità.
Nei giorni in cui l’America pretende di esercitare la sua egemonia mondiale, e lo fa nella visione dello «scontro di civiltà», conviene porsi la domanda: che cosa avrebbero fatto i Romani?
Perché i Romani hanno esercitato l’egemonia in modo insuperabile.
E senza eccessive spese militari: Augusto aveva disposizione 120 mila uomini - quelli che non bastano a Bush per pacificare l’Iraq - con cui dominava tutta l’Europa fino alla Romania, il Nordafrica, la Siria e la Turchia.
Insomma, dominava pacificamente.
Senza il gladio tutti i giorni in mano.
Come facevamo i Romani?
Anzitutto evitavano le provocazioni.
Soprattutto in materia di religione.
Gli dèi dei nemici vinti, li onoravano e li adottavano nel loro Pantheon, ci credessero o no. Lasciavano la massima autonomia e autogoverno agli sconfitti: sapevano che il sangue non è acqua, ed è inutile cercare di raddrizzare le gambe ai cani; magari, costruivano qualche acquedotto e terme per migliorare l’igiene dei barbari, strade e mercati per incentivarne l’economia; e i barbari si romanizzavano da sé, perché l’ordine sociale romano era preferibile alle loro vecchie tradizioni. Imparavano il latino per accedere ai tribunali: i giudici romani erano giusti, e la voce si spandeva subito.

Gli inglesi hanno seguito l’esempio romano.
Per gestire il loro impero coloniale mondiale, hanno inventato una scienza: l’etnologia.
Lo studio delle tradizioni, anche assurde, dei popoli soggetti.
Per imparare a non provocarli, a non spingerli allo scontro frontale.
Commisero un errore nel 1850, quando distribuirono alle truppe coloniali, Sikh e musulmani, proiettili unti di grasso di maiale, obbrobrio disgustoso per gli uni e per gli altri (la caruccia doveva essere strappata coi denti): risultato, la rivolta dei Sepoy, con migliaia di morti.
E gli inglesi decisero di non sbagliare più.
Così, rispettando le tradizioni (salvo quelle atroci: in India vietarono e repressero l’arrostimento delle vedove, e sgominarono i terribili Thugs seguaci della dea Kalì), gli inglesi «tennero» l’India intera con soli 30 mila uomini.
Perché «capivano» i loro nemici.
Ora, io credo che si debba fare anche coi musulmani.
«Capirli», non per giustificarli, ma per dominarli senza scontri.
Oggi, capire il loro punto di vista serve a non farci manipolare come loro.

Perché fra noi si diffonde la paura che «l’Islam ci attacca», e molte nostre reazioni obbediscono a questa paura, cattiva consigliera.
Proviamo a vedere le cose dal punto di vista musulmano: due paesi, Iraq e Afghanistan, sono sotto occupazione militare USA; altri due, Siria e Iran, sono minacciati quotidianamente di attacco da parte della superpotenza militare mondiale; i palestinesi sono trattati come bestie dai loro occupanti.
Noi gridiamo: «l’Islam ci attacca»; loro vedono che l’Islam è attaccato, occupato, bombardato. Hanno proprio torto?
A questa situazione, che sono altrettante ferite roventi dell’orgoglio islamico, si sono aggiunte le vignette danesi, oggettivamente offensive, e gratuitamente blasfeme.
Loro vi hanno visto la conferma del loro panico: ad essere attaccato non sono Saddam e i siriani, è l’Islam in quanto tale.
Non a caso la provocazione irresponsabile è venuta dalla Danimarca: un Paesetto che non ha mai avuto colonie e non sa come trattare le etnie.
I Romani non l’avrebbero fatto, gli inglesi nemmeno: e dominavano il mondo.
Comandare su genti diverse significa esercitare responsabilità e intelligenza.
Se no, non siamo migliori di loro.
E questo diventa uno scontro di inciviltà.

Maurizio Blondet

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