Maurizio Blondet
www.effedieffe.com
09/10/2006
Soldato americano ferito in Iraq
I soldati britannici che tornano dall’Iraq per ferite
o malattia portano in patria un raro bottino di guerra: un
batterio ultra-resistente agli antibiotici.
E stanno condividendo generosamente la loro preda bellica
con i concittadini ricoverati negli ospedali inglesi.
In un solo ospedale, il Selly Oak di Birmingham, il microbo
(Acinetobacter baumannii, comune nell’acqua e nella
sporcizia in Medio Oriente) ha infettato 93 persone, di cui
91 civili.
Di questi, 35 sono morti.
Ed è accaduto nel 2003, ma si comincia a sapere soltanto
adesso. (1)
«L’acinetobatterio si può espandere come
un fuoco di prateria tra i ricoverati, specie nei reparti
di terapia intensiva, viaggiando sulle mani di infermiere
e medici», ha detto il dottor Mark Enright, esperto
di epidemiologia all’Imperial College di Londra.
Il microbo può sopravvivere anche su superfici asciutte
per 20 giorni.
L’ospedale Selly Oak comprende un reparto militare,
il Royal Centre for Defence Medicine, ma i reduci feriti sono
ricoverati insieme ai pazienti civili, per risparmiare.
Ora il ministero della Difesa sta negoziando col Selly Oak
perché crei un reparto solo per i feriti delle guerre
contro il terrorismo, dove essi siano tenuti «in isolamento
severo e sotto misure di controllo dell’infezione».
Si apprende che anche oltre 240 soldati americani sono stati
infettati dal 2003 dal batterio, che ne ha uccisi cinque;
e la cosa è stata insabbiata dalla US Army.
Nel frattempo, il numero dei soldati USA feriti in Iraq
si è impennato drammaticamente: 776 nello scorso
mese, 300 più del mese precedente. (2)
Le forze americane non avevano un così alto numero
di perdite da due anni, precisamente dalla battaglia per
riprendere Falluja agli insorti nel novembre 2004.
Un segno che le cose in Iraq non migliorano.
Anzi, l’alto numero di feriti rivela, più che
quello degli uccisi, l’intensità crescente
degli attacchi da parte degli insorti sunniti, fa notare
Anhony Cordesman, esperto militare del Center for Strategic
and International Studies (CSIS) di Washington.
Il rapporto morti-feriti, che era di 3 a 1 ai tempi del
Vietnam, in Iraq è 8 a 1.
I morti sono ufficialmente (e non si sa quanto sia vero)
a 3.011; ma i feriti americani oltre ventimila, e il fatto
che la metà di essi siano stati fatti tornare in
battaglia dice la grave insufficienza numerica delle truppe
d’occupazione.
Ancor più lunga la dice la circostanza che le esauste
truppe americane sono state ulteriormente rafforzate (facendone
convergere migliaia) a Baghad, nel vano tentativo di contrastare
l’agghiacciante ondata di massacri tra civili e milizie
in corso nella città.
«E’ ora imperativo concentrare lo sforzo principale
su Baghad», ha detto il generale Abizaid, comandante
in capo, rivelando così che ormai gli ex-conquistatori
sono ridotti a combattere per la capitale e il governo da
loro insediato, un po’ come negli ultimi giorni del
Vietnam per Saigon. Abizaid sta chiedendo da settimane altri
3 mila soldati.
Ormai, il controllo del Paese pare abbandonato alle milizie
sunnite, sciite e private che lo distruggono e si scontrano
incessantemente.
E’ evidentemente il contrario di ciò che dice
Rumsfeld vaneggiando a Washington, che lo sforzo aggiuntivo
per Baghdad è una misura temporanea, volta a guadagnare
tempo per un compromesso politico fra le parti e le fazioni
irachene; poi sarà la polizia irachena ad affrontare
il problema delle divisioni civili, ripete Rumsfeld.
Ma invece, le cifre dicono che il peso crescente della «pacificazione»
di Baghad pesa sui soldati americani: vengono feriti e uccisi
di più perché escono di più in pattuglia
e fuori dalle loro basi fortificate.
In soli tre giorni la settimana scorsa ben 13 militari USA
sono caduti.
«Il nemico sta cercando di insediarsi e rinsaldarsi
in città, e Baghdad è piena di armi»,
ammette il tenente colonnello Jonathan Withington, portavoce
del comando USA nella capitale: conseguenza di un altro
colpo geniale di Rumsfeld, Wolwovitz e i loro strateghi
da tavolino neocon, che trascurarono di rastrellare l’armamento
e i residuati bellici nella rapidissima avanzata dell’esercito
USA su Baghdad, dove si aspettarono - credendo alla loro
stessa propaganda - di essere «accolti a braccia aperte»
(così assicurarono Cheney, Wolfowitz e Richard Perle).
«Settembre è stato orribile» in tributo
di sangue per le truppe USA, e se continua così,
«ottobre sarà il mese peggiore della guerra»,
ha ammesso John E. Pike, direttore di GlobalSecurity.org,
un sito di esperti militari della Virginia.
«E’ così che la grande repubblica combatte
e vince le sue guerre? Che spettacolo dà al mondo
l’America in guerra!», ha tuonato Patrick Buchanan,
«paleo-con» e patriota. (3)
Ed ha raccontato quello che il generale Abizaid avrebbe
confidato a due vecchi amici militari dei tempi del Vietnam,
che gli avevano chiesto qual era «la sua strategia»
di vittoria in Iraq: «Non è il mio lavoro».
Non più.
«Dobbiamo portare il culo fuori di là»,
e sarà già tanto riuscirci.
Buchanan si spinge a chiedersi: «Siamo sull’orlo
di una Dien Bien-Phu americana?».
Ricordando agli ignoranti americani che, alla disfatta francese
in Vietnam (allora Indocina) a Dien Bien-Phu seguì
una seconda guerra in Algeria, «la caduta della Quarta
repubblica e l’invocazione al generale De Gaulle di
prendere il potere. Il generale lo fece, e chiuse il sipario
sull’impero francese».
Il guaio è che a Washington non si vede l’ombra
di un De Gaulle.
Ma è trasparente l’invito a far cadere il governo
attuale in USA, prima che si lanci nell’ulteriore
guerra contro l’Iran.
Post scriptum. Queste modeste notizie sono dedicate in modo
speciale a Massimo Teodori, il presunto «americanista»
che, avendo molto tempo libero all’università
di Perugia dove non si sa cosa possa insegnare, ha partecipato
ad una trasmissione mattutina a Radio Rai3: da cui continua
ad assicurare tutti gli ascoltatori delle sorti magnifiche
e progressive dell’amministrazione Bush e della «grande
democrazia» USA.
Rai3 era una radio «di sinistra» che, da quando
le cosiddette sinistre di Padoa Schioppa hanno preso il
potere, è stata occupata da radicali.
Evidentemente su imposizione di qualche potere forte.
Così, oltre a Radio Radicale, noi contribuenti paghiamo
anche la propaganda dell’«americanista».
Complimenti, compagni.
Maurizio Blondet
________________________________________
Note
1) Steven Swinford, «Troops spread superbug»,
Times, 8 ottobre 2006.
2) Ann Scott Tyson, «Casualties in Iraq rise sharply»,
Washington Post, 8 ottobre 2006.
3) Patrick Buchanan, «More like France than you might
tink», nel suo sito, 3 ottobre 2006.