Francia: invasione barbarica


06/11/2005
Autore: Maurizio Blondet
Fonte: www.effedieffe.com

Auto in fiamme e devastazioni durante l'ultima notte di scontri ad Aulnay-sous-Bois (Parigi)PARIGI - L'esplosione di violenza teppistica in Francia era stata prevista.
Bastava leggere Ortega y Gasset, che già dagli anni trenta paventava la invasione verticale dei barbari: i barbari che non ci invadono da fuori, ma da sotto, dall'interno della nostra società (1).
Questi barbari sono i giovani.
Ogni nuova generazione viene al mondo senza sapere nulla della civiltà in cui è nata, animata solo dalle sue voglie e dai suoi impulsi spontanei.
Per millenni, i sistemi sociali sono stati anche dei grandi sistemi pedagogici per «civilizzare» i barbari verticali: trasmettere loro i principi, la cultura, l'educazione che costituisce il tessuto del vivere civile.
Questo sistema di trasmissione è stato spezzato da tempo.
Anzitutto perché la società illuminista si è voluta anti-tradizionale, basata sul disprezzo della tradizione e sulla cancellazione della tradizione.
E «tradizione» era appunto «consegnare» (tradere), trasferire la civiltà dalle vecchie generazioni alle nuove e barbariche.
Da qui una pedagogia anti-autoritaria, razionalisticamente permissiva, che identifica la «libertà» con «il non incontrare nessuna limitazione, e potersi abbandonare tranquillamente a se stessi».

I giovani vengono cresciuti nella convinzione narcisistica, rafforzata dalla pubblicità e da una TV criminalmente irresponsabile, che «non deve limitare i suoi desideri, che tutto gli è permesso e nulla gli è imposto». «Soddisfa la tua sete», è uno slogan della Coca-Cola: può essere il motto dei giovani neobarbari.
Ma così, i piccoli barbari-bambini diventano adulti restando barbari. Adulti muscolosi, ben nutriti e pericolosi.
E' istruttivo vedere come gli spaccatutto delle banlieues parigine non provino nemmeno a dare una «ragione» ideologica o politica della loro violenza.
Non sono nemmeno musulmani, non fanno alcun riferimento all'Islam dei genitori, non ascoltano i loro imam che li invitano alla calma.
Richiesti della loro identità, dicono «93», che è il numero del loro quartiere-dormitorio, o il suo prefisso telefonico.

Come i barbari, sono inarticolati; non sanno parlare («barbaroi» significava, in greco, balbettanti), e la loro stessa impotenza verbale li obbliga a scegliere, come unica espressione, la violenza.
La più cieca e inutile, il bruciare le auto dei vicini di casa.
Sono disoccupati perché inoccupabili: la scuola non ha saputo insegnare loro nulla, sono al grado zero dell'istruzione e dell'educazione.
Non provano alcuna solidarietà verso la complessa società che li alleva nella relativa abbondanza della modernità: vivono nella civiltà tecnica come i selvaggi primitivi vivono nella natura, credono che autobus e telefonini e macchine nascano come frutti spontanei sugli alberi.
Non si sentono impegnati né a difendere né a continuare la civiltà.
Né ovviamente sono in grado di farla continuare.
E di fatto, diceva Ortega, l'emersione di questi barbari verticali farà retrocedere l'intera Europa alla barbarie.

«Le tecniche giuridiche e meccaniche (il diritto è la più straordinaria tecnica di disciplina delle relazioni umane, inventata dal popolo più civilizzatore, il romano) si volatilizzeranno. La vita intera subirà una contrazione. L'attuale abbondanza di possibilità (che rende facile la vita del neo-barbaro) si convertirà in effettiva mancanza, impotenza angosciosa, in vera decadenza».
Ma la neo-barbarie contagia ormai tutti noi.
L'esempio peggiore viene dall'alto, dalle classi dirigenti.
In USA, la Casa Bianca legalizza la tortura come mezzo d'indagine: quale segno più chiaro di retrocessione alla barbarie?
E proclama che la sua forza fa diritto.
La barbarie è appunto, anzitutto, violenza.
La civiltà è lo sforzo di ridurre la violenza ad «ultima ratio».
La barbarie adotta la violenza come «prima ratio».

Contro gli argomenti del dibattito, usa un solo argomento: sono più forte di te, dunque posso ucciderti.
Fine del dibattito.
Avviene in Iraq, avviene nelle banlieues parigine.
La barbarie, dice Ortega, è assenza di norme: non solo penali e legali, ma norme intellettuali.
«Non c'è cultura dove non ci sia profondo rispetto per posizioni intellettuali estreme a cui riferirsi nella disputa», dice Ortega: e l'attuale conformismo di massa, sempre pronto a mordere e a far tacere i pochi che esprimono idee nuove, non udite prima, intellettualmente «estreme», è uno dei più precisi sintomi della barbarie che ormai abita tutti noi (2).
Della nostra povertà intellettuale crescente.
Barbarie è, fatto cruciale, «tendenza alla dissociazione».

«Le epoche barbare», spiega Ortega y Gasset, «sono sempre state un pullulare di gruppi minimi fra loro separati e ostili».
L'esplosione di etnicismi, di pretese di «identità» locali e razziali, biologiche, sessuali («i gay» vogliono il riconoscimento come categoria) e pre-giuridiche, offensive e difensive, ebraiche e islamiste, basche o catalane e leghiste, sono un sintomo iniziale di barbarie.
Se volete vedere a cosa porta questa tendenza alla barbarie quando si compie perfettamente, guardate l'Africa: ogni venti chilometri c'è una tribù con una lingua diversa dalla tribù vicina, e in guerra perpetua con la vicina.
Nessun invito all'associazione (nessuno Stato) resiste mai troppo a lungo in Africa: gli hutu ogni tanto massacrano i tutsi, i nilotici sudanesi i tribali del sud Sudan, i Xosa sudafricani gli zulù.
Non c'è società ma il suo contrario: dis-società, dissociazione, sotto forma di isolamento feroce, etnico e linguistico.

Le banlieues sono abitate da tribù che si chiamano «93», un pullulare di gruppi minimi reciprocamente ostili.
Le cose stanno avanzando anche da noi.
Non c'è più nessuno che si dica orgoglioso, come san Paolo, «civis romanus sum», che si faccia liberare dalla catena etnica (perché il diritto, il diritto romano, era liberatore dalla schiavitù della razza e del gruppo tribale); tutti vogliono distinguersi per «identità» pre-moderne, pre-giuridiche.
Si dica una parola sugli architetti, sui piani regolatori.
Conosco quelle banlieus parigine, costruite dagli architetti.
Infinitamente più pulite dei quartieri popolari italiani, razionalmente terse, lunghi viali alberati; ma vi aleggia un senso di morte asettica, sono grandi depositi di vite umane, non prevedono l'incontro e la piazza, la bottega e la preghiera.
Sono concepite per creare estranei.
Ogni passante che cammini lungo uno dei viali è pericoloso, un nemico, un estraneo.
Nessuna aspirazione che non sia materiale (mangiare, dormire) viene lì soddisfatta.
Gli architetti andrebbero fucilati come corresponsabili della barbarie.

Ci sono rimedi?
Ci sono, ma basta evocarli per sentirsi intimare il silenzio: «disciplina», «tradizione», «autorità».
C'è bisogno di «comando» nel mondo, e comando non è in primo luogo violenza. Bush e Cheney non sono «il comando»; manca nel mondo il comando legittimo.
Il comando è, dice Ortega, «assegnare un compito alle persone, metterle sulla via del loro destino, sul loro cardine, impedirne la dissipazione». Questo fece Roma con i popoli soggetti: li chiamò ad un livello di vita più esigente, li chiamò a partecipare alla propria civiltà.
Con i giovani, la vera carità è la durezza, per metterli sui loro cardini, perché non dissipino la loro vita.

Uno dei primi atti necessari è chiudere le TV irresponsabili, quelle del «grande fratello» e dell'«isola dei famosi», che dissennatamente offrono come modelli la maleducazione, la sensualità, l'impulsività dei loro «eroi» di cartapesta.
E via questa idiota «libertà», che nulla ha a che fare con la libertà politica, civile, di pensiero per cui hanno lottato i nostri antenati, da Socrate in poi. La «libertà» di sposarsi tra finocchi, o di fumare hashish, non ha alcuna dignità politica, e non merita alcun riconoscimento.
La «libertà» dei giovani va assolutamente ristretta.
Ortega la bolla così: «ecco l'orribile situazione intima in cui viene a trovarsi la migliore gioventù del mondo (parlava di quella europea). Nel sentirsi puramente libera, esente da impegni, si sente vuota. Una vita senza impegni è peggio della morte, perché vivere vuol dire aver da fare qualcosa di preciso, compiere un incarico».
E' questa la situazione dei nuovi barbari, dei nostri figli.
Che ora ci uccidono.
A Parigi, hanno dato fuoco ad un handicappato.
E' solo l'inizio.

Maurizio Blondet